2 agosto 2019

Anche la lingua vuole la sua ecologia (seconda parte)

di Alessio Giordano

(leggi la prima parte)

 

Alla ricerca di futuri linguisticamente sostenibili

 

Ogni anno muoiono in media 25 lingue, una ogni 15 giorni. L’UNESCO stima che per la fine del XXI secolo sopravviveranno circa un decimo delle quasi 7000 lingue oggi esistenti. È forse un bene che ciò avvenga? Si potrebbe pensare che la morte di lingue complesse come l’ubykh sia il risultato necessario di un progresso globale verso una forma di comunicazione più efficace, dove un numero così elevato di lingue non trova affatto senso, tanto più se queste sono di difficile apprendimento. È il caso di un simpatico aneddoto citato dal linguista danese Louis Hjelmslev, raccontatogli da un suo collega finlandese:

Il protagonista era un americano che si era recato in visita in Finlandia e che aveva sentito parlare della complessità della lingua finlandese, una lingua che ha più di venti casi e una pronuncia di notevole difficoltà per il parlante inglese medio, oltre a non avere alcuna relazione con la maggior parte delle altre lingue occidentali. L’americano sembrava stupirsi del fatto che una piccola popolazione di soltanto quattro milioni di abitanti dovesse mantenere in vita una lingua così palesemente scomoda, che di fatto li taglia fuori dai contatti con i vicini. Egli proponeva un’iniziativa drastica volta a liberarsi di questa lingua, in seguito alla quale si sarebbe cessato di insegnare il finlandese e sarebbero stati ingaggiati un numero sufficiente di insegnanti che avrebbero insegnato l’inglese a tutti i bambini finlandesi. In una sola generazione, questo piccolo problema pratico sarebbe stato risolto una volta per tutte. (Nettle/Romaine)

Se la lingua fosse un mero strumento di comunicazione, probabilmente l’ingenuo americano avrebbe ragione: occorrerebbe fin da subito introdurre l’insegnamento di un’unica lingua per tutti i popoli del mondo, affinché si possano agevolare i rapporti internazionali in ogni senso. Questa vicenda non è poi così strana, dal momento che alcuni considerano i diritti linguistici come un concetto retrogrado, in quanto essi incentiverebbero i conflitti derivanti talvolta proprio dalle differenze tra etnie, le quali a loro volta fanno della diversità delle proprie lingue pretesto e ragione delle loro politiche separatiste.

 

L’ecologia linguistica parte dal presupposto, peraltro condiviso dalle Nazioni Unite, che la lingua non sia un semplice rimedio comunicativo, ma anche e soprattutto un veicolo d’identità. Yukio Tsuda, nella conferenza Proposing the Ecology of Language Paradigm, sostiene che il paradigma dell’ecolinguistica è riassumibile in due principi: 

Diritto alla lingua: nessuno deve imporre una lingua materna L1 ad un altro, quale essa sia. Questo implica la difesa e la promozione delle lingue minori.
Equità nella comunicazione: in contesti comunicativi in cui i parlanti hanno L1 diverse, entrambi usino una L2 comune di cui si abbia piena padronanza.

L’UNESCO, nella pagina ufficiale dell’anno internazionale per le lingue indigene, sostiene che le lingue sono sistemi unici di conoscenza e comprensione del mondo, che la difesa di queste debba rientrare nel più ampio concetto di sviluppo sostenibile, che in ultima istanza mira alla costruzione di un mondo in pace (sulla lingua e su come essa influenzi la nostra visione del mondo si veda il seguente articolo). Sostiene, inoltre, il rispetto dei diritti umani fondamentali e la libertà delle popolazioni indigene attraverso l’inclusione sociale, l’alfabetizzazione, la riduzione della povertà e la cooperazione internazionale. Riprendiamo dunque la nostra domanda: perché dovremmo preoccuparci della lingua taiap come dell’estinzione del condor della California?

 

Se riconosciamo nella lingua la nostra identità, se in essa sappiamo esprimere la nostra storia e la nostra cultura, lottare contro la scomparsa delle lingue equivale a difendere un diritto umano fondamentale, a cui tengono dietro tutti gli altri valori espressi dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Dovremmo quindi preoccuparci del fatto che le lingue, definite da Charles Hockett, in A course in modern linguistics (New York, 1958) come «unico possesso e più prezioso della razza umana», muoiano. Ad alcuni, tuttavia, ciò non importa. Per i fautori di un monolinguismo globale, condividere una sola lingua dovrebbe garantire mutua comprensione e pace, in un mondo dove la diversità genera quasi sempre conflitti. Ma è anche vero il contrario, ed enunciare i numerosi esempi di paesi con alto tasso di monolinguismo che vivono o hanno vissuto delle lotte civili interne non si rende certo necessario. David Crystal, in Language Death (Cambridge, 2000), afferma:

 

In breve, è un’illusione quella che condividere tutti una singola lingua porti necessariamente pace, qualunque essa sia. È difficile immaginare come l’eventuale arrivo dell’inglese, dell’Esperanto, o di qualsiasi altra lingua come lingua franca mondiale possa eliminare lo sciovinismo che porta all’ambizione e al conflitto – esattamente come fece nell’epoca pre-babelica.

 

Ciò considerato, continua Crystal, «un mondo in cui ognuno sia in grado di parlare almeno due lingue – la sua propria lingua etnica e la lingua franca internazionale – è perfettamente possibile, e sommamente desiderabile». Ma quale debba essere questa lingua “ecologica” per un futuro linguisticamente sostenibile non è univocamente stabilito. Sempre Crystal, ad esempio, sostiene che questa lingua debba essere l’inglese, nella sua versione cosiddetta “globalista”, secondo la quale «l’inglese non appartiene più ai suoi parlanti nativi L1 ma è la lingua seconda panterrestre, la global language. La storia del secolo scorso ha visto decrescere la forza del francese come lingua internazionale a favore dell’inglese, e il processo di globalizzazione ha dato una forza all’inglese che mai una lingua nazionale aveva avuto prima nella storia: tanto vale ufficializzare una realtà di fatto» (Crystal, English as a Global Language).

 

Ma la questione non è poi così semplice, infatti, se consideriamo l’altro concorrente dell’inglese citato da Crystal,  possiamo rifarci al linguista André Martinet, il quale sostenne (in Intervista su alcuni problemi dell’interlinguistica, del 1987) che «è più che evidente che l’adozione universale dell’Esperanto come lingua internazionale significherebbe pace nel mondo […]. Personalmente non ho mai incontrato un esperantista che non sarebbe stato pronto ad ogni sacrificio dal punto di vista nazionale per arrivare alla pace. La differenza secondo me non è grande. Ovviamente la conservazione della pace nel mondo è una cosa molto più decisiva, che interessa molte più persone della diffusione dell’Esperanto, ma i due ambiti sono legati e vanno nella stessa direzione».

 

Se in un precedente articolo si sono esposti i risultati delle discriminazioni linguistiche, mentre in un altro l’importanza e l’urgenza dell’utilizzo di una lingua ausiliaria internazionale, qui vogliamo chiederci se ogni lingua possa essere, formalmente, una candidata valida ad aspirare al ruolo di lingua mondiale, o se occorre forse che essa rispetti dei parametri precisi affinché possa ricoprire quello status. E se sì, quali devono essere questi parametri? È il linguista Otto Jespersen, nel 1909 in Weltsprache und Wissenschaft, che con lungimiranza ci offre delle risposte:

È possibile dire in breve ciò che si deve chiedere a una lingua internazionale, indicando le due ragioni che c’impediscono di scegliere una delle lingue naturali come lingua universale. La prima ragione è che così si favorirebbe in modo ingiusto un popolo a danno di tutti gli altri, violando il principio di imparzialità che deve reggere tutte le relazioni internazionali. La seconda è che qualsiasi lingua è troppo difficile per gli stranieri. Tutte le lingue esistenti brulicano di difficoltà nella pronunzia, nell’ortografia, nella grammatica, nel dizionario e in specie negli idiotismi. Perciò molto raramente uno straniero riesce – e anche lui dopo uno studio di lunghi anni – a conoscere una lingua abbastanza bene, in modo da non fare qua e là qualche sbaglio che subito fa comprendere la sua origine a coloro che la parlano come lingua materna: o un falso accento, o una parola usata con una minima sfumatura di significato, o collocata in un punto della frase dove i parlanti di quella lingua non la metterebbero mai, o una frase logicamente inappuntabile, e tuttavia non consentita dall’uso. Tutte le lingue naturali sono straordinariamente difficili a causa delle loro infinite relazioni e collegamenti, e cioè proprio a causa di ciò che le rende così care alle nazioni a cui appartengono: questo appunto le fa disadatte come mezzo di comunicazione internazionale. Perciò quello che occorre è una lingua che sia anzitutto imparziale, ma anche quanto più facile possibile: facile da imparare, da usare, da capire.

Tornando ora al fenomeno della morte delle lingue, occorre dire che il riconoscimento della salvaguardia degli idiomi in pericolo come una parte del più generale attivismo in difesa dell’ambiente sarebbe già di per sé un’enorme conquista. La lingua non ci appartiene, né l’abbiamo scelta: è un’eredità che riceviamo alla nostra nascita, una risorsa che utilizziamo ogni giorno, ma di cui dobbiamo avere rispetto; è necessario guardare ogni ecosistema linguistico, piccolo o grande che sia, come un luogo di ricchezza, identità, un habitat naturale. Nettle e Romaine, negli anni 2000, auspicavano che i linguisti divenissero attivisti, che scendessero in strada a manifestare con Greenpeace, Amnesty International e con i vari gruppi per la difesa dei diritti umani. Ancora oggi la situazione è critica e molti studiosi sono insensibili al problema, continuando a vedere le lingue come strumenti di comunicazione o, al più, oggetti d’indagine, trascurando così la dimensione sociale e culturale del linguaggio. Dalle Nazioni Unite quest’anno è partito un importante messaggio di sensibilizzazione; la speranza che venga ascoltato e che più persone si interessino ad una tale tematica è quanto attraverso questo articolo viene auspicato.

 

 

Per saperne di più:

Oltre ai testi citati, consigliamo F. Gobbo, Per una politica linguistica ecologica in Europa, in: “L’Esperanto”, 35/8: 4-16, A. Valentini; P. Molinelli; P. Cuzzolin; G. Bernini (a cura di), Ecologia linguistica. Atti del XXXVI congresso internazionale di studi della Società Linguistica Italiana (SLI). Bergamo, 26-28 settembre 2002, Bulzoni, Roma 2003 e C. Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002.

 

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