10 gennaio 2019

Alice contro le autorità: viaggio didattico attraverso e oltre il linguaggio in Alice nel paese delle meraviglie

di Luisa Signorelli

In un «pomeriggio dorato» del 1865, il reverendo Charles Lutwidge Dodgson narrava alle bambine Liddell il racconto che qualche anno più tardi sarebbe diventato il romanzo Alice’s Adventures in Wonderland. La storia faceva un uso innovativo del genere nonsense, basandosi sulla sovversione dell’ordine – sia linguistico sia reale – del nostro mondo, con delle ripercussioni interessanti sul messaggio educativo di fondo.

 

Immersa in un paesaggio idilliaco che la annoia, Alice comincia la sua avventura quando nota un Coniglio parlante e decide di inseguirlo fin dentro la sua tana. Mentre cade a capofitto nella tana del Coniglio e il mondo le scorre attorno, la protagonista vive una transizione dal pastorale mondo della sua infanzia al carosello multiforme del Paese delle Meraviglie. La caduta nell’oscura tana del Coniglio è la verticale lungo la quale avviene questo spostamento: una transizione di ordine innanzitutto spaziale, ma anche di stato – dalla veglia al sonno –, simbolica – dall’infanzia verso l’età adulta – e semiotica – dalla semiotica tradizionale al nonsense.

 

Mentre precipita, l’allontanamento dall’ordinato mondo di superficie distanzia Alice dalle aspettative del mondo reale, attraendola in uno spazio libero dentro di sé in cui si possa finalmente allentare la morsa dello sguardo adulto:

«Secondo me mi sto avvicinando al centro della Terra. Vediamo un po’; sarebbero quattromila miglia di profondità, mi pare… (perché, sapete, Alice aveva imparato a lezione diverse cosette del genere, e benché questa non fosse poi un’occasione ideale per fare sfoggio di cultura, dal momento che non c’era nessuno ad ascoltarla, ripeterle era pur sempre un buono esercizio).» (il corsivo è di chi scrive)

Questa situazione di libertà si tramuta presto in campo per una libera sperimentazione linguistica, inaugurato dalla stessa Alice quando inizia a utilizzare parole di cui non conosce il significato:

«…a questo punto vorrei sapere a che latitudine e longitudine sono arrivata.» (Alice non aveva nessuna idea di cosa fosse la latitudine, per non parlare della longitudine, ma le sembrarono dei bei paroloni con cui riempirsi la bocca).

Poco più tardi, la bambina proverà ad “indovinare il segno linguistico” di un concetto che ha vagamente in mente, quando non si ricorderà la parola “antipodi”:

«Mi domando se non finirò per attraversare la Terra da un parta all’altra! Sarà buffo sbucare fuori tra la gente che cammina a testa in giù. Agli Antidoti, mi pare…» (fu piuttosto contenta che non ci fosse nessuno a sentirla, stavolta, dato che la parola suonava decisamente sbagliata). (il corsivo è di chi scrive)

 

La sua ansia di adattarsi alle aspettative del mondo adulto si declina, da un lato, nell’adozione rigida delle norme comportamentali che le sono state insegnate (quando si immagina una conversazione con gli eventuali abitanti del mondo in cui sta precipitando, ad esempio, non può fare a meno di fare una riverenza proprio mentre sta cadendo: «[P]ensate, fare la riverenza mentre si sta cadendo nel vuoto! E voi ci riuscireste?», chiede Carroll ai suoi lettori) e, dall’altro, in una fede assoluta nel legame tra la parola e il suo significato – gli aspetti del segno che Saussure aveva denominato «significante» e «significato». Quando trova una bottiglia etichettata “bevimi”, ad esempio:

si fa presto a dire «bevimi», ma la saggia piccola Alice non voleva farlo alla leggera. «No, prima guardo» disse «per vedere se c’è scritto veleno o no.»

 

Il suo comportamento rivela che, per lei, la corrispondenza tra il significante e il suo significato non può essere messa in discussione: il contenuto della bottiglia, pensa, non può essere velenoso semplicemente perché non è – letteralmente – etichettato così. Dopo che beve il contenuto della bottiglia, Alice rimpicciolisce: una rottura della relazione causa-effetto che mette in dubbio tutto quello che ha sempre saputo sul mondo e su sé stessa. Poco dopo, infatti, si chiederà: «Chi mai sarò?» […] «[D]i certo non sono Mabel, perché io so un sacco di cose, e lei ne sa tante poche.» Ancora una volta, quindi, troverà una risposta grazie alla sua istruzione. Ma è soprattutto al linguaggio che affida le sue vere certezze, e poco dopo si rassicurerà pensando: «Lei è lei, ed io sono io»

 

Image by John Tenniel, via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Alice_par_John_Tenniel_04.png)

Questa fede assoluta nell’autorità sottesa alla sua educazione, che trova la sua applicazione in una concezione rigida e prescrittiva del linguaggio, diventa in particolar modo evidente nelle interazioni con gli altri personaggi. Durante il suo primo incontro con una creatura del Paese delle Meraviglie, ad esempio, i libri di scuola sono per lei fonte di certezza su come relazionarsi con gli altri. Si rivolge al Topo prima usando il caso vocativo:

«O Topo, sai come uscire da questo laghetto? Non ne posso più di nuotare qua e là, o Topo! (Alice pensava che questo fosse il modo giusto di apostrofare un topo: era la prima volta che le capitava una cosa simile, ma ricordava di aver visto, nella Grammatica Latina di suo fratello, «Il topo-del topo-al topo-il topo-o topo!»).

 

E, dopo, ricorrendo ad un esempio di un libro di grammatica francese: «così [Alice] riprese: "Où est ma chatte?" che era la prima frase della grammatica francese.»

 

Nel corso del romanzo, la fiducia cieca della bambina nell’autorità rappresentata dalla sua educazione si scontrerà più volte con l’assurdità del comportamento delle creature dei mondi dei suoi sogni. Per creare situazioni prive di senso, infatti, il nonsense non può che svilupparsi in opposizione aperta con le convenzioni sia linguistiche sia sociali in uso, ovvero ciò che definiamo “normale”.

 

Il nonsense rompe il legame socialmente stabilito tra significato e significante, quello che trasforma una relazione arbitraria tra una parola e il suo significato in una convenzione condivisa. La mancanza di relazioni motivate tra parole e significati trova la sua rappresentazione esemplare in una scena del secondo romanzo, Attraverso lo specchio, quando la protagonista entra in una «foresta dove le cose non hanno un nome». Come commenta Gardner:

Il bosco dentro il quale le cose non hanno un nome è di fatto l’universo stesso, in quanto è separato da creature manipolatrici di simboli che ne etichettano delle parti perché […] «il nome serve a chi lo ha dato». […] [I]l mondo in sé non contiene segni – […] non c’è il minimo rapporto tra le cose e i loro nomi se non tramite un intelletto che trova utili le etichette.

 

Image by John Tenniel, via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Alice_fawn.jpg)

La natura essenzialmente relativa e, quindi, fallace, del linguaggio viene messa in evidenza innanzitutto dalle incomprensioni che costellano le conversazioni tra Alice e le creature. Queste sono molto spesso dovute a opposte interpretazioni di parole omonime od omofone, come accade nel seguente episodio (di seguito citato in lingua originale):

«Mine is a long and a sad tale! » said the Mouse, turning to Alice, and sighing.
«It is a long tail, certainly,» said Alice, looking down with wonder at the Mouse's tail; «but why do you call it sad?» (il corsivo è di chi scrive)

 

Il dialogo si sviluppa in opposizione aperta tra i personaggi, che investono le parole di significati inconciliabili basati, in questo caso, sull’omofonia tra tale, storia, e tail, coda. I fenomeni di incomprensione non riguardano solamente la potenziale fallacia delle interpretazioni contestuali, ma difetti incolmabili del linguaggio stesso. I personaggi mettono in evidenza la mancata motivazione alla base del linguaggio attraverso diversi fenomeni di paretimologia, con cui cercano di creare artificialmente relazioni di significato tra parole relazionate solo a livello formale (che, quindi, si scrivono o si pronunciano in maniera simile, ma che hanno significati diversi). Ad esempio, quando la Finta Tartaruga spiega ad Alice che il significato della parola “whiting” (merlano, un pesce) è relazionato a “blacking” (lucido da scarpe), essa vuole provare a colmare quello che percepisce come un vuoto logico della lingua inglese. L’assurdità della sua spiegazione (la Finta Tartaruga afferma che il merlano venga utilizzato per lucidare le scarpe sott’acqua) rivela, all’interno del linguaggio, una mancanza di relazioni propriamente logiche, per cui segni linguistici che dovrebbero essere correlati in realtà non lo sono. In questo modo, svelata la sua natura arbitraria e relativa, il linguaggio si spoglia inevitabilmente di autorità.

 

I continui scontri con le forme linguistiche distorte delle creature incontrate nel corso della storia instilleranno nella protagonista un salutare sospetto nei confronti del linguaggio e delle categorie gerarchiche ad esso sottese. Come nota lo studioso Ben Silverstone, «il limite principale che i mostri nei libri di Alice mettono in discussione è quello tra gli adulti ed i bambini, e a cavallo tra queste due fasi della vita drammatizzano l’incertezza riguardo a quale sia davvero un approccio maturo alla formazione delle parole». La sovversione del linguaggio diventa quindi anche una più sottile messa in discussione dell’autorità di chi lo definisce: gli adulti.

 

È nel finale che questo caos linguistico arriva a un punto di rottura. Messa davanti agli estremi sofismi delle creature durante un processo al Fante di Cuori, Alice può mettere in atto le strategie linguistiche che ha acquisito nel corso del suo viaggio. Dopo che il Coniglio interpreta il testo vago di una poesia come una prova contro l’imputato, però, Alice perde terreno per vedersi infine sconfitta. Nella sua reazione finale si rivolge alle creature apostrofandole per la prima volta per ciò che sono (urlando che ciò che loro dicono è «Stuff and nonsense!»), facendo esplodere la rabbia e la frustrazione accumulate durante ilviaggio in una minaccia contro il mondo dei suoi sogni. Persa la battaglia sul sottile piano dei giochi linguistici, sarà il suo stesso modo di reagire a confermarla una volta per tutte perdente. Eppure, il suo attacco finale: «Non siete che un mazzo di carte!» è, scrive Walter Nash in The Language of Humour, «la trionfante, liberatoria dichiarazione di un essere umano che scopre che può fare a meno di essere dominato dalla tirannia istituzionalizzata dei simboli». Sconfitta dalle parole, Alice ha ancora un premio di consolazione: lei è reale, le parole no.

 

Image by John Tenniel, via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Alice_par_John_Tenniel_42.png)

Nella sua opera Philosophy of Nonsense, Jean-Jacques Lecercle descrive il processo di crescita e apprendimento linguistico di Alice come

non un cieco processo di adattamento alle regole, ma piuttosto la rivelazione di una fiducia limitata e vagante – letteralmente vagante nel suo viaggio in tutto il Paese delle Meraviglie, attraverso le regole e la loro sovversione. Questa è la morale del nonsense. Le regole del linguaggio e delle convenzioni esistono, ma ad esse ci si può conformare solo trasformandole, continuando a trasgredirle o, per usare una famosa espressione, seguendole solo dopo averle cancellate, ma non abbastanza da non farle intravedere sotto la cancellatura. (la traduzione è di chi scrive)

 

Nel suo studio comparativo tra i romanzi di Alice e Pinocchio, Laura Tosi studia le caratteristiche del romanzo di formazione fantasy, in cui la crescita del bambino protagonista avviene in relazione a un mondo fantastico del quale deve imparare a comprendere da solo le regole:

Nel Bildungsroman fantasy, l’eroe vaga e si domanda: cosa vuole/si aspetta questo mondo da me? Quali sono le regole di questo mondo? Come voglio comportarmi in questa situazione specifica e come si aspettano gli altri che io mi comporti? (la traduzione è di chi scrive)

 

Un parallelismo può essere facilmente evidenziato tra il bambino che si avventura nell’inesplorato mondo fantastico e i suoi primi passi nello sconosciuto mondo degli adulti. Citando il fondamentale studio di Franco Moretti, Il romanzo di formazione, l’autrice afferma che uno dei temi principali di queste storie è l’esplorazione della compresenza di due opposte tendenze: quella verso l’affermazione dell’individualismo e la spinta opposta verso la normalità, o, si potrebbe pensare, l’esplorazione dello spazio simbolico in cui diventare adulti senza perdere la propria individualità – adattandosi alle regole, ma piegandole e adattandole a loro volta alle proprie esigenze.

 

Se non il ribaltamento totale delle regole e delle convenzioni sociali dell’età vittoriana, i romanzi di Alice cercano almeno la loro messa in discussione. Il nonsense dei romanzi crea, in un primo momento, un ordine arbitrario, parallelo a quello che accettiamo per convenzione, rivelando in questo modo che l’ordine convenzionalmente accettato è ugualmente arbitrario. In un secondo momento, però, la mancata accettazione sociale delle norme mostra le crepe di questo ordine parallelo. Questo processo ha infine l’effetto di fare emergere una nuova consapevolezza che investe la natura al contempo necessaria e relativa delle norme sociali: queste devono sì essere rispettate, ma non possono essere considerate come l’unico modo naturale di organizzare il comportamento umano.

 

 

Per saperne di più:

Si consiglia la lettura dei romanzi in lingua originale, preferibilmente con il commento di Martin GardnerL’edizione più aggiornata è The Annotated Alice: The Definitive Edition. London: Penguin, 2000. Per questo articolo è stata consultata la traduzione italiana di Masolino D’Amico all’interno della collana classici BUR di Rizzoli 2010, Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio. Per un approfondimento ulteriore si rimanda a Jean-Jacques Lecercle, Philosophy of NonsenseLondon: Routledge, 2012, in particolar modo al capitolo “Pragmatics of Nonsense”. Si consiglia anche la lettura del recentissimo saggio di Laura Tosi (con Peter Hunt), The Fabulous Journey of Alice and Pinocchio. Jefferson USA: McFarland, 2018.

 

Illustration from The Nursery "Alice", containing twenty coloured enlargements from Tenniel's illustrations to "Alice's Adventures in Wonderland," with text adapted to nursery readers by Lewis Carroll. (London: Macmillan and Co. 1890) (Taken from British Library item Cup.410.g.74).
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