25 gennaio 2019

"Una forma di imballaggio elettronico": tivù, pubblicità, omologazione

di Antonio Galetta

La televisione ha rivoluzionato la pubblicità, l’intrattenimento, la circolazione di notizie e informazioni. Il tubo catodico ha combinato l’immediatezza e le potenzialità del video coi tempi già brevi della radio, raggiungendo risultati del tutto inediti nella storia dell’umanità. In Italia essa ha avuto un ruolo cruciale nel fornire alla popolazione una lingua, una cultura e un immaginario comune. Si pensi al programma televisivo diretto da Alberto Manzi Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta (1960-1968), il cui format conobbe larga fortuna anche all’estero. O ancora a come la presenza di un teleschermo abbia portato gli italiani a una inconsueta vicinanza (anche visiva) con la grande storia, in occasione per esempio delle ventotto ore di diretta realizzate dallo Studio 3 della Rai  per lo sbarco sulla luna (20-21 luglio 1969), o all’interruzione delle trasmissioni a seguito dell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy (22 settembre 1963). La tivù ha giocato quindi un ruolo chiave nel superamento del particolarismo culturale che per tanti secoli aveva caratterizzato la nostra nazione, inserendo in orizzonti di senso più ampi la vita di milioni di persone altrimenti paghe del proprio contesto locale: «anche i più soli non sarebbero mai più dovuti rimanere interamente soli», dice Hobsbawm già a proposito della radio.

 

Per alcuni autorevoli intellettuali, tuttavia, la tivù non è stata soltanto un prodigioso mezzo con cui cercare di far tenere ai cittadini il passo frenetico del mondo come si è andato sviluppando dal secondo dopoguerra a oggi. Essa, contemporaneamente, è stata anche un veicolo di repressione e omologazione, colpevole di aver promosso una cultura banalizzata e ridotta a semplice prodotto di consumo. Avrebbe in altre parole contribuito a quella che Pasolini definisce «la rivoluzione della borghesia», vale a dire l’imporsi irreversibile della civiltà dei consumi su ogni alternativa (reale, possibile o probabile che sia). Appoggiandomi alle parole e alle opere di autorevoli intellettuali, cercherò in questa sede di individuare le maggiori criticità messe in luce da questa riflessione.

 

«È stata la televisione che ha concluso l’era della pietà, e iniziato l’era dell’edonè», scrive Pier Paolo Pasolini sul Corriere della sera in un articolo del 1975. L’edonè a cui si riferisce è una filosofia di vita che, dai princìpi teorici che le danno forma alla più trascurabile delle pratiche quotidiane, tende al conseguimento del piacere (in greco ἡδονή, hedoné). Questo edonismo però non ha nulla a che vedere con la scuola di Aristippo di Cirene o con la Lettera a Meneceo di Epicuro: esso propone un piacere altro, del tutto mondano, sì, ma che non necessita di alcuna profondità di pensiero per essere perseguito e scoraggia (per non dire condanna) ogni slancio euristico. Perché questo sia possibile, secondo Pasolini, è necessario che l’idea di piacere promossa dalla televisione e dai suoi investitori debba presentarsi come un abito già pronto che il cittadino si limita a indossare, e non come una stoffa da usare secondo le proprie esigenze. In altre parole, la tv deve essere un grande serbatoio di piaceri nel quale entrare e al contempo da cui lasciarsi guidare: i suoi presupposti devono essere già legittimati, i suoi nodi concettuali già felicemente sciolti.       

 

Ora, per promuovere una visione del mondo tesa a stabilire una gerarchia di comportamenti e di valori, sono necessarie pratiche discorsive (narrazioni, scritti teorici) che ne mettano in luce i vantaggi, quando non la necessità. Per questo Gesù nei Vangeli racconta le parabole, Papà Castoro legge le favole ai suoi castorini e quando eravamo bambini ci veniva chiesto a scuola, dopo la lettura di un brano antologizzato, di mettere per iscritto la morale della storia. Una visione del mondo viene divulgata e difesa per mezzo di modelli, cioè personalità e vicende esemplari che fungano da pietra di paragone con cui redimere eventuali comportamenti devianti. Negli esempi riportati (parabola religiosa, favola, storia pedagogica), al soggetto che legge o ascolta la narrazione è richiesto uno sforzo: egli deve meditare attivamente sull’insegnamento ricevuto, decidere se questo sia vero o presunto, cercare nella propria interiorità le corrispondenze e le opposizioni con quella visione delle cose. Non per niente Gesù, Papà Castoro e gli autori dei libri per le scuole elementari propongono messaggi per nulla banali, che richiedono tempi lunghi per essere (come dovrebbero) affrontati criticamente. La televisione non fa nulla di tutto ciò. Innanzitutto, e banalmente, le sue pratiche non sono solo discorsive, ma anche visuali, ed è ovvio che l’immagine si offre alla percezione con un’immediatezza nemmeno paragonabile a quella di un testo. I suoi modelli, dice Pasolini, «non vengono parlati, ma rappresentati», e, a suo parere, sono modelli allo stesso tempo stupidi e irraggiungibili, la cui fruizione non può che essere estemporanea e relegata nel presente. Tenendo a mente queste riflessioni, si pensi a #Riccanza, programma televisivo trasmesso dal 2016 da MTV, in cui giovani di ricca famiglia sono seguiti dalla cinepresa mentre conducono una vita insensatamente sfarzosa. Accade che allo spettatore, con le parole di Umberto Eco, da una parte «vengano provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze», dall’altra che gli sia fornito un intrattenimento evasivo, teso alla proposta di ideali non problematici: «per togliergli ogni responsabilità si provvede […] a far sì che questi ideali siano di fatto irraggiungibili». Per restare all’esempio di #Riccanza: il desiderio studiato sulla falsariga delle tendenze è suscitato rappresentando modelli che dispongono di grandi quantità di denaro ottenuto senza fatica, mentre la rimozione delle responsabilità legata al possesso di denaro procede dall’implicita assunzione che i “riccanti” siano dei privilegiati, nei confronti dei quali, per chiudere il cerchio, non si incoraggia alcun atteggiamento critico e volto alla problematizzazione: sono così, beati loro, e li si dimentica prima che la luce abbandoni lo schermo.

 

Lo scritto di Umberto Eco a cui ho appena fatto riferimento è la celebre Fenomenologia di Mike Bongiorno (1961), che, come il titolo lascia intuire, stringe il fuoco su uno dei più fortunati format del palinsesto televisivo: il telequiz. Vale la pena di soffermarvisi ulteriormente, spendendo qualche parola sul conduttore. Mike Bongiorno il 15 novembre del 1955 lanciò il primo telequiz italiano: Lascia o raddoppia. Forse molti ragazzi della mia generazione ricordano Genius (2001-2006), i cui concorrenti erano nostri coetanei o ragazzi poco più grandi. Lascia o raddoppia e Genius hanno una cosa in comune: per vincere i premi messi in palio bisognava rispondere correttamente a quante più domande di carattere culturale. Ma è nella natura del quiz televisivo, in verità, il fatto di stabilire un qualche tasso di cambio tra la conoscenza e il denaro: basti pensare ad altre trasmissioni quali L’eredità, Chi vuol essere milionario, Jeopardy!, Avanti un altro… Io stesso, per quanto riguarda Genius, ricordo di aver guardato con ammirazione alla cultura sfoggiata dai ragazzi, e di aver avvertito come una mia non poi troppo fastidiosa mancanza il fatto di non saper rispondere alla gran parte dei quesiti posti dal presentatore sorridente e loquace. La vaga ostilità che ho poi provato da adolescente riguardando alcune puntate è stata sciolta in parole ancora da Umberto Eco:

Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la metodologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura.

In un precedente articolo, parlando della condizione di chi studia una forma d’arte, cercavo di suggerire che la discussione scientifica non è (non sempre, almeno) una celia da eruditi, e che c’è quindi ragione di penetrarne la complessità. Ora, la cultura così com’è richiesta nei quiz televisivi è quanto di più lontano ci possa essere da quella che (quasi sempre) si cerca di portare avanti negli atenei: quest’ultima è aperta al dubbio e a continue correzioni, quella deve essere cristallizzata; questa procede per ipotesi e confutazioni, quella per instaurazione di verità; questa è vagliata alla prova dei fatti, quella alla prova del notaio – figura secondaria degli studi televisivi che di quando in quando interviene per dire l’ultima, rapida e inappellabile parola sul dibattito che minaccia talvolta di venire a crearsi. Rappresentando (e non “parlando”) i propri modelli, la televisione in questo caso fa passare il messaggio che la conoscenza possa e debba essere lottizzata – ecco la pietra di paragone secondo cui rimodellare i comportamenti devianti. Il fenomeno ha un potenziale narrativo che non è passato inosservato. Lascia o raddoppia, di cui si diceva, ricopre per esempio un ruolo importante ed eloquente nella trama del film C’eravamo tanto amati (Ettore Scola, 1974): uno dei personaggi vi partecipa e perde all’ultimo round perché problematizza troppo la domanda posta dal presentatore, formulando una risposta che però si rivelerà più corretta di quella richiesta dal notaio; malgrado negli anni egli esponga poi diversi ricorsi, non riceve giustizia, anzi: quando la discussione rischia di degenerare in lite, cerca di abbandonare il set televisivo, ma non riesce a trovarne l’uscita.

 

Se la televisione si fosse limitata a lottizzare il sapere per proprio conto, senza uscire, per dire così, dai tempi serrati del proprio spazio pixelato, il problema avrebbe portata assai minore. Ma la sua assiologia, vale a dire il sistema di valori che essa propone, non ha incontrato opposizioni abbastanza forti e radicate da rendere necessario un ripensamento (non c’è mai stato, cioè, perlomeno a mia conoscenza, un corteo di protesta contro quizzoni e talk show). C’è anzi un motivo se i telequiz si continuano a produrre e trasmettere e se la loro logica è penetrata nelle scuole secondarie e nei concorsi pubblici. Uno degli argomenti più consistenti di chi si oppone alle prove Invalsi, per esempio, è incentrato sul fatto che la cultura, per come i test sono strutturati, non è valorizzata né nella sua funzione critica né in quella creativa. Interessante e non casuale il cortocircuito messo in moto da alcune parole in proposito di Luciano Canfora: «Le prove Invalsi sono una mostruosità, una cosa senza alcun senso, che può servire se mai a premiare chi è dotato di un po’ di memoria più degli altri, non chi ha spirito critico. […] È il trionfo postumo di Mike Bongiorno ». Si noti la continuità, in Canfora ed Eco, delle parole “memoria” e “funzione/spirito critica/o”, nonché del messaggio che contribuiscono ad articolare. Ma contro questa variante nozionistica e avvilente della cultura si era già scagliato Pasolini: «una nozione è dinamica solo se include la propria espansione e approfondimento: imparare un po’ di storia ha senso solo se si proietta nel futuro la possibilità di una reale cultura storica. Altrimenti, le nozioni marciscono: nascono morte». Nei quiz – si dirà non senza un certo cinismo – le nozioni hanno “espansione e approfondimento” nel convertirsi, alla fine, in denaro. Ma si pensi alle montagne di date e corrispondenze che deve mandare a memoria chi intende sostenere il test di ammissione alla facoltà di Medicina o la selezione per l’arruolamento nell’Esercito Italiano, in vista della temibile sezione di “cultura generale”.

 

La televisione, per Pasolini, «non può che mercificarci e alienarci». Essa, insieme alla scuola media obbligatoria (altro cortocircuito non casuale), è nientemeno che «una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese», strutturata in maniera tale che l’ascoltatore verso il video possa avere solo «un rapporto da inferiore a superiore […] spaventosamente antidemocratico»: allo schermo non si può ribattere, non si possono far notare eventuali errori, non si può esprimere il proprio dissenso – è una dialettica cui non si può dare il proprio contributo assiologico e retorico. Attraverso una programmatica e rassicurante banalizzazione del messaggio (si pensi al modo in cui Bernabei negli anni Sessanta e Berlusconi in un’intervista del 2012 ammettono candidamente che il palinsesto televisivo è pensato per un ragazzo di undici anni nemmeno troppo sveglio), poi, la televisione riesce a ottenere dai suoi spettatori una disponibilità ad agire che per altri veicoli di informazione è poco più di un pio miraggio. Cosa ci dicono infatti i volumi altissimi delle pubblicità, gli slogan in cui abbondano parole come “unico”, “originale”, “[eletto] migliore [dell’anno]”, i jingle che ci ritroviamo a canticchiare a distanza di tanto tempo, se non «compra, e subito»? E quanti di noi possono dire di non essersi mai trovati, a sera, ad aver passato un pomeriggio intero a guardare gli episodi di una serie tv, chissà poi per quale motivo? In questo modo la televisione riesce ad attuare una «repressione […] meno visibile e più profonda» (Pynchon), la quale è tanto più efficace in quanto procede con l’affabulazione e non con la violenza, con la creazione di effimere bolle di benessere intorno agli individui e non con minacce e privazioni.      

 

Per saperne di più

La Fenomenologia di Mike Bongiorno è presente in Umberto Eco, Diario minimo, Bompiani 201616, pp. 29-34. Di Pier Paolo Pasolini ho citato alcuni brani di Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia, in Lettere luterane, Garzanti 1976. Il libro di Eric J. Hobsbawm citato in apertura è Il secolo breve 1914-1991, Rizzoli 1997; quello di Thomas Pynchon citato nel finale è Vineland, BUR 1991. Il titolo dell’articolo viene da Don Delillo, Americana, Einaudi  2014. A chi volesse approfondire i trascorsi della tivù nel nostro Paese consiglio la lettura di Aldo Grasso, Storia della televisione italiana. I 50 anni della televisione, Garzanti 2004. Consiglio inoltre il volume Cattiva maestra televisione, a cura di Giancarlo Bosetti, Marsilio 2002, dove sono inclusi contributi di Karl Popper, John Condry, Karol Woytila, Raimondo Cubeddu e Jean Baudoin.

 

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