30 gennaio 2019

«Era un niente, in quei giorni, avviare la rivoluzione»: La visione della Resistenza nei Piccoli Maestri di Luigi Meneghello

di Giada Tecchio

Nel panorama della “letteratura di Resistenza” si colloca anche un testo dalle caratteristiche del tutto peculiari, difficilmente classificabile tanto nell’ambito della registrazione storica e documentaria sulla Resistenza, quanto in quello del libro di memorie che compongono questo genere: i Piccoli maestri di Luigi Meneghello (1922-2007).

 

L’autore, originario del comune di Malo, nell’alto Vicentino (reso celebre dal suo primo romanzo, Libera nos a Malo, 1963), aveva compiuto la sua formazione a Vicenza e a Padova, partecipando alle attività dei Gruppi Universitari Fascisti (GUF), come rappresentante dei quali aveva vinto i “Littoriali” nel campo della dottrina fascista nel 1940. Dopo l’incontro con l’antifascista vicentino Antonio Giuriolo (1912-1944), Meneghello aveva però rivisto profondamente la sua adesione al Fascismo e, a seguito dell’Armistizio del 1943, aveva organizzato e partecipato in prima persona alla Resistenza contro i fascisti e l’occupazione tedesca, fondando il gruppo di giovani partigiani denominati i “piccoli maestri”.

 

A loro si deve il titolo del romanzo, che narra delle rischiose e spericolate azioni del gruppo di giovanissimi studenti liceali e universitari (Gigi, Lelio, Enrico, “Bene”, Nello, Dante, Franco, Renzo, Marietto), considerati i «discepoli» dello stesso Antonio Giuriolo (il “Capitano Toni”), importante figura della Resistenza italiana che in quegli stessi mesi stava organizzando numerosi altri gruppi armati sparsi fra Veneto, Friuli ed Emilia-Romagna. A partire dal primo raduno dei giovani partigiani sui monti bellunesi, presso la valle del Mis, dove si raccolgono per sottrarsi all’arruolamento obbligatorio imposto dalla Repubblica di Salò e organizzare una Resistenza armata, le vicende del romanzo ripercorrono poi le loro rappresaglie messe in atto nel Vicentino. I “piccoli maestri” sono infatti attivi in particolare sull’Altopiano di Asiago, luogo in cui subiscono diversi rastrellamenti tedeschi che li portano a disperdersi, per riunirsi poi nella zona dei Colli Berici (attorno a Torreselle) e infine a Padova, dove partecipano all’insurrezione della città nel 1945, conclusasi con l’ingresso delle truppe alleate.

 

Sebbene il proposito di Meneghello, come afferma egli stesso nell’Introduzione alla seconda edizione del romanzo (1976), sia quello di non prendere «nemmeno in considerazione la possibilità di adoperare altra materia che la verità stessa delle cose, i fatti reali della nostra guerra civile», l’autore va ben oltre la cronaca, per rappresentare, attraverso uno sguardo del tutto personale, quella che appare come la rocambolesca avventura di un gruppo di giovani somiglianti più a dei banditi che a dei soldati - del resto The outlaws, i banditi, sarebbe dovuto essere il titolo dell’opera - e che, in fondo, non erano «mica buoni a fare la guerra».

 

La rappresentazione delle vicende della Resistenza rintracciabile nei Piccoli maestri è infatti incentrata su una prospettiva antiretorica e antieroica che aderisce totalmente agli avvenimenti per come sono stati vissuti dallo stesso autore, senza sfociare nel sentimentalismo, nella celebrazione eroica e nel trionfalismo che avevano caratterizzato altri testi della “letteratura partigiana”. Al contrario, la volontà dell’autore è proprio quella di distanziarsi, attraverso il tono umoristico e una sottile ironia propria della sua lucida scrittura, dall’afflato sentimentale e da tutti quei tòpoi della Resistenza che avevano pervaso l’immagine neorealistica di quel fenomeno, per raccontare piuttosto la confusione, la disorganizzazione, i difficili rapporti con gli altri gruppi di combattenti, i fallimenti, le «fughe» dei giovani partigiani.

 

Attraverso tutta la narrazione dei Piccoli maestri, il gioco della finzione si accompagna costantemente alla riflessione dell’autore sugli eventi storici e sul loro significato. Nell’offrire il ritratto della Resistenza e del modo in cui prende forma, quasi in modo spontaneo, dall’entusiasmo di chi si opponeva al fascismo, Meneghello evidenzia soprattutto la mancata possibilità di creare un’insurrezione che fosse veramente totale, in grado di unire in un unico fronte gli schieramenti che andavano formandosi e che spesso, più che incontrarsi, si scontravano: dai monarchici, ai cattolici, ai comunisti.

 

«Si doveva proclamare l’insurrezione, subito. Non la resistenza, ma l’insurrezione: il fondo della situazione, la sua carica esplosiva era politica, non convenzionalmente militare; bisognava impostare subito una guerra politica e popolare, non una resistenza generale e attesistica; agire, non prepararsi. Bisognava dire: andiamo giù in paese, stasera, ora. Chiamiamo la gente in piazza, suoniamo il tamburo, esponiamo le bandiere, i ritratti: possiamo esporre insieme i ritratti del Re, del Papa e di Lenin; tutto il mondo è con noi. Gridiamo: viva i sovieti! viva Gesù Eucarestia! Il resto s’inventa da sé.
Era un niente, in quei giorni, avviare la rivoluzione, l’Alto Vicentino avrebbe preso fuoco in poche ore. Bastava pensarci. Se c’è un comitato nell’aldilà, che giudica e registra i meriti patriottici, questa non ce la perdoneranno mai.» (I piccoli maestri, pp. 41-42)

 

La rappresentazione della situazione dell’alto Vicentino all’indomani dell’Armistizio, nel momento in cui si raccolgono vari gruppi di partigiani per organizzare quella che assumerà la caratterizzazione peculiare della “guerra per bande”, si concentra sull’evidente confusione mentale che regnava fra i militanti: oltre all’intento di schierarsi militarmente contro le forze fasciste, l’autore sottolinea l’importanza - a quel tempo non compresa - della componente politica come fondamento dell’esperienza resistenziale, mettendo in luce come si sarebbe rivelata necessaria, più che una resistenza per bande, una vera e propria rivoluzione. La Resistenza, che pure occupa una grande rilevanza storica e civile messa in primo piano anche nel romanzo, mostra in queste pagine anche il proprio volto di “occasione mancata”: un evento che non si è in fondo mostrato in grado di sradicare le radici fasciste e portare ad un vero e profondo rinnovamento dell’Italia, come invece un’autentica rivoluzione avrebbe potuto fare.

 

Naturalmente ci avrebbero presto sterminati, almeno la prima infornata, e poi anche la seconda e la terza. Ma almeno l’Italia avrebbe provato il gusto di ciò che deve voler dire rinnovarsi a fondo, e le nostre lapidi sarebbero oggi onorate da una nazione veramente migliore. (I piccoli maestri, p. 42)

 

Si tratta di una prospettiva notevolmente diversa dalla rappresentazione che altri testi del “neorealismo” avevano fatto della Resistenza, capace di prendere le distanze dalla visione eroica di chi vi aveva collaborato e di cosa essa aveva effettivamente costituito per il Paese: il tentativo di riscatto della Nazione, per Meneghello, non si compie fino in fondo.

 

La possibilità per questa riflessione nasce anche dalla distanza temporale intercorsa fra l’esperienza della Resistenza e l’elaborazione dei Piccoli maestri: la prima edizione del romanzo data infatti 1964 e, anche se i primi abbozzi e nuclei tematici del testo vengono composti già dal 1945, si è evidentemente frapposto un «distacco» temporale fra quell’esperienza dell’autore e il momento della scrittura. Questo distacco permette al Meneghello ormai adulto, divenuto professore all’Università inglese di Reading (presso la quale dirige dal 1961 al 1980 il Dipartimento di Studi Italiani), tanto di riflettere sulla materia resistenziale, quanto di giudicare la sua stessa personale vicenda, quella del Meneghello giovane studente e partigiano. Alla valutazione del significato storico e civile della Resistenza si affianca, infatti, la riflessione sul significato biografico ed esistenziale che essa ha rivestito in quell’esperienza di formazione e di crescita di un gruppo di studenti vicentini. Se per il Paese la Resistenza non si è mostrata all’altezza di un profondo sradicamento della presenza fascista, e si mostra quindi come una “rivoluzione mancata” per l’Italia sul piano politico e storico, essa ha tuttavia costituito, per quel gruppo di giovani che l’hanno vissuta con entusiasmo e convinzione, una vera e propria “rivoluzione interiore”. Nella prospettiva di coloro che hanno vissuto il Fascismo, che hanno partecipato attivamente alla sua educazione e alla sua dottrina e che ora si trovano invece a combatterlo con il «parabello» in mano, la Resistenza appare come un’occasione di “rieducazione”, una fuoriuscita da ciò che il giovane Meneghello definisce il «pozzo» in cui essi sono stati immersi, che permette ora di rieducarli ai veri valori della cultura italiana, incarnati della figura stessa del loro maestro Giuriolo. «L’intera esperienza dei miei piccoli maestri», commenta Meneghello durante un convegno del 1986, «si può vedere quasi come un corso di perfezionamento universitario, la conclusione della nostra educazione». Alla prospettiva rieducativa si aggiunge, più profondamente, anche l’interpretazione dell’esperienza della Resistenza come una forma di punizione ed espiazione delle colpe della loro educazione e, forse, di tutto il Paese, entrambi macchiati dal Fascismo:

 

Oggi si vede bene che volevamo soprattutto punirci. La parte ascetica, selvaggia, della nostra esperienza significa questo. Ci pareva confusamente che per ciò che era accaduto in Italia qualcuno dovesse almeno soffrire; in certi momenti sembrava un esercizio personale di mortificazione, in altri un compito civico. Era come se dovessimo portare noi il peso dell’Italia e dei suoi guai… (I piccoli maestri, pp. 103-104)

 

Le due considerazioni parallele riguardo al valore storico, civile e al contempo biografico ed esistenziale della Resistenza si intrecciano fortemente una all’altra, nel tentativo di dare una risposta alle continue domande di senso poste da Meneghello e da quella che, scherzosamente, veniva proprio per questo definita la “banda dei perché”.

 

 

Per saperne di più:

Il testo di Meneghello si può leggere nella recente edizione: Meneghello Luigi, I piccoli maestri, BUR, Milano, 2018. Per comprendere alcuni importanti aspetti dell’opera, si possono leggere le belle introduzioni di: Corti Maria, Introduzione, in Luigi Meneghello, I piccoli maestri, Mondadori, Milano, 1986, pp. V-XVI, ora presente nell’edizione sopracitata, pp. III-XVI; Segre Cesare, Introduzione, in Luigi Meneghello, Opere, Rizzoli, Milano, 1997, pp. III-XXIV.

Molti contributi si ritrovano negli Atti del Convegno: Anti-eroi. Prospettive e retrospettive sui “Piccoli maestri” di Luigi Meneghello, con interventi di C. Passerini Tosi, L. Meneghello, B. Visentini, F. Marenco, E. Franzina, M. Isnenghi, M. Corti, R. Zorzi, Labrina Editore, Bergamo, 1987.

 

Nella fotografia scattata dall'autrice: veduta del viale da cui entrò in Vicenza la colonna alleata coi partigiani nel 1945.

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