18 maggio 2018

Un vivace dibattito nel campo dell’estetica: il «sistema delle arti» di Charles Batteux

Nei secoli intercorsi dal mondo greco-romano fino ai nostri giorni, la pratica sociale relativa all’arte è stata delle più diverse e polimorfe: come ricorda in modo tanto essenziale quanto efficace Gianni Vattimo nella sua Introduzione all’estetica − pubblicata per la prima volta nel 1977 come introduzione a un’antologia, ma recentemente ristampata come un testo a sé stante − nel mondo greco, romano e poi medievale, l’attività artistica «è sempre rimasta, teoricamente e praticamente, al di sotto di una soglia di unificazione e di specificazione, oltre la quale, soltanto, poteva divenire oggetto di una specifica teoria estetica».

 

Durante l’Umanesimo e il Rinascimento si sviluppò la figura «moderna» dell’artista e l’idea che l’esperienza estetica coincidesse con quella dell’«amatore d’arte», anche grazie al fatto che le trasformazioni teoriche andavano di pari passo con quelle sociali.

 

Ben più complesso è il periodo di trapasso tra Sei e Settecento, in cui si sviluppò la cosiddetta «teoria dell’arguzia», vale a dire la concezione secondo la quale le facoltà dell’ingegno umano fossero in grado di fare «matrimoni e divorzi illegali tra le cose», secondo l’espressione di Bacone nel Progresso del sapere del 1605, cioè di connettere ciò che in natura era disgiunto − e viceversa − per soddisfare i bisogni dell’animo umano; tramite l’ingegno, − wit o agudeza, in tedesco e in spagnolo −, cui si affiancò anche la nuova nozione di «gusto», si cercarono di stabilire empiricamente i criteri di valutazione delle opere d’arte.

 

Proprio questo diverso configurarsi della pratica sociale relativa all’arte è responsabile del fatto che l’estetica come disciplina filosofica compiuta sia nata solo nel Settecento. Nonostante essa si fosse servita di quei concetti e di quelle riflessioni elaborati nelle epoche precedenti, l’estetica fu definita e circoscritta in modo autorevole per la prima volta in due scritti del tedesco Alexander Gottlieb Baumgarten.

 

Il primo scritto è una dissertazione per la libera docenza all’Università di Halle, pubblicato nel 1735 con il titolo Meditationes philosophicae de nonnullis ad poema pertinentibus, nel quale veniva presentato il neologismo «estetica»: la parola «aisthetiké», nata come aggettivo femminile del sostantivo «epistéme», −«scienza» −, è un grecismo connesso alla parola greca «aísthesis», che significa «percezione».

 

Il secondo scritto è costituito invece dal primo volume della raccolta incompiuta Aesthetica, pubblicato nel 1750, nel quale Baumgarten si impegnò a dare svariate definizioni del suo neologismo, la più importante delle quali è senza dubbio «scientia cognitionis sensitivae», ovverosia dottrina generale della sensibilità, non solo dottrina del bello e dell’arte.

 

Ai nostri giorni, l’estetica si configura non tanto come una dottrina, quanto come un atteggiamento filosofico che mette in discussione il suo stesso oggetto: l’arte. Tuttavia, la categoria di «arte» quale la conosciamo oggi, connessa con la bellezza o, comunque, con la «qualità estetica» era ignota, in questi termini, sia ai greci, sia ai romani, sia al mondo medievale: è nota la condanna che Platone fa all’arte nel Libro X della Repubblica, ritenuta «copia di copia» perché, siccome le cose erano copia delle essenze ideali, l’arte che le ritraeva − o, meglio, che le copiava − era doppiamente fasulla e lontana dalla realtà.

 

È ancor più noto il fatto che nell’antichità le arti, in senso generale, non si identificassero affatto con le cosiddette «arti belle», perché le une e le altre si confondevano con tutte le altre «tecniche» inventate dall’uomo.

 

Per i greci, era invece la parola «téchne» a comprendere sia le tecniche sia le arti vere e proprie. Una distinzione nel mondo medievale, in realtà, cominciò ad esistere, ed era quella che separava le tecniche, che implicavano la manipolazione fisica dei materiali, dalle arti, che consistevano in un puro «esercizio» — come la danza, per esempio —; le prime erano note come arti servili, le seconde come arti liberali.

 

Nonostante questo, le arti belle venivano fatte coincidere solo in parte con le arti liberali: se da un lato poesia, musica e danza vi erano accettate, perché tutte sostanzialmente accomunate da un carattere di «musicalità», dall’altro vi erano escluse la pittura, l’architettura e la scultura, perché troppo vicine al lavoro manuale, allora considerato qualcosa di ignobile.

 

Come sottolinea Vattimo, mancò a lungo nella cultura europea una nozione unitaria di arti belle: questo può essere dovuto sia a una pratica sociale che le vede integrate nel sistema di tutte le arti utili, sia al fatto che non vennero unificate sotto un unico concetto arti che implicavano lavoro manuale e arti che abbiamo detto consistere in puro esercizio.

 

Il cambiamento di rotta fu segnato da un’opera pressoché contemporanea all’Aesthetica di Baumgarten e che anzi la precedeva di quattro anni: Les Beaux Arts réduits à un même principe, del 1746.

Come si evince dal titolo, l’opera si riproponeva di «ricondurre le Belle Arti ad un unico principio», identificando ed elevando a dignità di sistema il dominio delle arti rispetto agli altri piani della cultura, primo fra tutti il piano delle scienze.

 

Paul Oskar Kristeller, nel suo The Modern System of the Arts del 1951-52, definì senza esitazione i Beaux Arts come un «passo decisivo» sia nell’elaborazione del «sistema moderno delle arti», sia, più in generale, nella definizione dei termini di una disciplina, l’estetica, che non aveva ancora visto completamente delineata la propria struttura.

 

Il suo autore, Charles Batteux (Vouziers, 1713-Parigi, 1780), era un docente universitario che aveva abbracciato la carriera ecclesiastica, e, all’epoca della pubblicazione dei Beaux Arts, non aveva ancora cominciato la fortunata carriera accademica che lo avrebbe portato prima a ricoprire la cattedra di filosofia greca e latina al Collège Royale nel 1750, alla morte dell’abate Terrasson, e poi a diventare membro dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres nel 1754.

 

La redazione dei Beaux Arts è un valido aiuto per comprendere il lucido pensiero estetico di Batteux, il quale si propose come un legislatore che raccoglie ed elabora una valida griglia teorica destinata a giungere fino ai nostri giorni: l’opera è suddivisa in tre parti, ciascuna delle quali è dedicata a una tematica specifica, articolata in più sezioni. È inoltre corredata di un'appendice.

 

La prima parte, intitolata Dove si fonda la natura delle arti mediante quella del genio che le produce, è dedicata alla Divisione e origine delle arti, — questo il titolo del primo paragrafo —, alla loro separazione dalle scienze, e all’imitazione, che altro non è che il «même principe» evocato nel titolo dell’opera.

 

In questa parte, sicuramente la più famosa, le arti vengono suddivise in tre categorie, in basi ai fini che esse si propongono: la prima categoria raccoglie sotto di sé le arti che hanno per oggetto i bisogni dell’uomo, ovverosia le arti meccaniche; la seconda categoria riguarda invece le arti che hanno per oggetto il piacere, e che sono prodotte dai sentimenti: la musica, la poesia, la pittura, la scultura, l’arte del gesto e la danza sono pertanto le belle arti per eccellenza; la terza categoria, infine, contiene arti «che hanno per oggetto l’utilità e la piacevolezza insieme», secondo le parole dello stesso Batteux: esse sono l’eloquenza e l’architettura.

 

Batteux prosegue precisando che l’impiego della natura da parte di queste arti è diverso le une dalle altre: le arti meccaniche impiegano la natura così com’è unicamente per l’uso, in netta opposizione con l’eloquenza e l’architettura, che invece la piegano «ingentilendola per l’uso e per il diletto»; all’opposto, la poesia, la pittura, la scultura e tutte le arti belle non la impiegano affatto, bensì si limitano a imitarla, ciascuna nel proprio modo.

 

Nella seconda parte, intitolata Dove si stabilisce il principio di imitazione mediante la natura e le leggi del gusto, Batteux compie un ulteriore passo in avanti nella costituzione del suo «sistema delle arti»: quest'ultimo coinciderebbe con l'espressione «imitazione della bella natura», e troverebbe il suo fondamento nel gusto — o sentimento —, la facoltà cioè di formulare giudizi e di giustificare, che Batteux chiama «un buon gusto».

 

La terza ed ultima parte, dal titolo Dove il principio dell'imitazione è verificato mediante le sue applicazioni alle diverse arti, è suddivisa a sua volta in tre sezioni dedicate alla dimostrazione del fatto che «le regole della poesia, della pittura, della musica e della danza sono tutte comprese nell'imitazione della bella natura».

 

Le idee di Batteux in merito al «sistema delle arti» ebbero, nel corso del XVIII secolo e nei primi anni del XIX, un'ampia diffusione sia in Francia sia nel resto dell'Europa.

 

In particolare, i Beaux Arts ebbero in patria quattro edizioni autonome e furono ristampati un considerevole numero di volte. In Inghilterra e in Italia circolavano svariate traduzioni, ma il Paese nel quale le idee estetiche dell'abate ebbero maggior diffusione dopo la Francia fu la Germania: la traduzione dei Beaux Arts di J. A. Schlegel ebbe ben tre edizioni, e ciò permise una rapida conoscenza del suo pensiero estetico a personalità come C. F. Gellert, F. G. Klopstock, J. M. R. Lenz e J. G. Sulzer, al punto che lo stesso Hegel lo ricorderà nelle sue Lezioni di Estetica. Inoltre, fu proprio un filosofo tedesco, Kant, a essere il più attento lettore dei Beaux Arts.

 

 

Per saperne di più:

Gianni Vattimo, Introduzione all’estetica, a c. di Leonardo Amoroso, Pisa, Edizioni ETS, 2016.

Leonardo Amoroso, Ratio & aesthetica: la nascita dell’estetica e la filosofia moderna, Pisa, Edizioni ETS, 2000.

Charles Batteux, Le Belle Arti ricondotte ad unico principio, Palermo, Aesthetica edizioni, 1990, con Presentazione di Ermanno Migliorini e Appendice bio-bibliografica di Ivo Torrigiani.

Paul Oskar Kristeller, The Modern System of the Arts: A Study in the History of Aesthetics, in «Journal of the History of Ideas», Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 1951-52.

 

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