25 aprile 2019

Spiriti, dèi, eroi. Il sogno e l’apparizione tra religiosità pagana e devozione cristiana

di Gaetano Spampinato

La tradizione religiosa greco-romana, qui definita per comodità “pagana”, riconosce una grandissima importanza al sogno e alla dimensione onirica, tanto per i valori assunti nel rapporto tra la veglia e l’incoscienza del sonno, quanto per il ricchissimo simbolismo, alle volte criptico e poco comprensibile, che i sogni possono esprimere.

 

Sebbene alle volte inverosimile, assurdo e spaventoso, il sogno è spesso sentito come verità, quando non è confuso con la realtà stessa; il sonno è il momento di massima incoscienza dell’uomo, ed è proprio questo aspetto legato alla coscienza di chi sogna ad aver contribuito a una tale visione sacrale. Il sogno può essere indotto dagli dei, per esaltare, ingannare o stupire l’animo; oppure, può essere il frutto del turbamento di un eroe che in sogno vede il motivo del proprio turbamento o ne scorge possibili soluzioni. Soprattutto, il sogno si può trasformare in un teatro di apparizioni di realtà ed entità che nella veglia, nel pieno delle percezioni, sarebbero altrimenti più o meno invisibili. Insomma, la dimensione onirica diventa campo privilegiato per la comparsa di figure strettamente connesse al sacro, come le divinità e gli eroi, spesso divinizzati, o di figure che, sebbene non abbiano originariamente una connessione precisa con la religione, si caricano di uno specifico valore sacrale.

 

I sogni – secondo la mitologia greca, figli della Terra e nunzi degli dei – proprio per questa forte connessione con il divino possono svolgere diverse funzioni.

Per esempio, alla morte di Patroclo, Achille dà conto della sua disperazione, urlando e piangendo per tutto il campo. Alla fine, esausto, si getta sulla spiaggia e si addormenta; in quel momento, è proprio l’amato defunto a comparirgli in sogno (Iliade xxiii 60-71):

 

Ecco scese su di lui l’anima del triste Patroclo,

simile in tutto – grandezza, begli occhi

e voce – e indossava sul corpo uguali vestiti:

gli stette sopra la testa e così gli si rivolse:

“Tu dormi e di me ti dimentichi, Achille:

mai, quand’ero vivo, mi trascuravi, ma ora che son morto mi ignori.

Seppelliscimi quanto prima, così passerò le porte dell’Ade:

Lontano mi tengono gli spiriti, i fantasmi dei defunti,

e non mi concedono di unirmi a loro oltre il fiume;

così io vado vagando per la casa di Ade, dalle larghe porte.

E dammi la mano, ti supplico! Non uscirò più

uscirò dall’Ade, se non mi concedete l’onore del rogo.

 

Patroclo spinge Achille a bruciare il suo corpo il più velocemente possibile, conferendogli gli onori funebri che gli concederanno di entrare nell’Ade con tutte le altre anime; la motivazione è strettamente connessa al culto dei defunti: svegliatosi, il Pelide provvederà immediatamente a bruciare il corpo dell’amato.

 

Un sogno, ad esempio, può essere ingannatore, e spingere alla “scelta sbagliata”. Ancora nell’Iliade, una vera e propria divinità, Sogno, inviato da Zeus, si poggia sulla testa di Agamennone dormiente. È proprio Zeus, che segretamente si augura la disfatta del fiero generale acheo, a mandare la divinità, la quale è da subito definita come menzognera. Preso l’aspetto del saggio Nestore per dare maggiore fiducia al proprio messaggio, Sogno si rivolge in questo modo ad Agamennone (Iliade III 23-34):

 

Dormi, figlio del saggio Atreo domatore di cavalli:

un eroe tanto saggio, però, non può dormire per tutta la notte,

eroe a cui è affidato l’esercito e che si cura di cose importanti.

Pertanto, comprendimi subito! Sono messaggero di Zeus,

che, da lontano, si preoccupa molto e ha pietà di te:

Ti ha comandato di armare gli Achei dalle lunghe chiome

velocemente, perché adesso potrai conquistare la grande città

dei Troiani. Di questa, infatti, gli dei, che abitano

le vette dell’Olimpo, non si preoccupano più. Con le preghiere

Era ha convinto tutti, e ai Troiani male è seguito

da Zeus; ma tu questo conserva nel cuore, non te ne dimenticare

quando il dolce sonno ti avrà abbandonato.

 

Svegliatosi, il generale arma subito l’esercito e parte contro i Troiani: la successiva disfatta, però, farà comprendere ad Agamennone quanto era stato ingannevole il sogno.

 

Come scritto in precedenza, il sogno è un terreno fertilissimo per l’espressione di simbolismi alle volte molto complessi. Queste simbologie così ricche non sono mai ingenue, ma preannunciano (a chi, naturalmente, riesce ad interpretarle) l’imminente verificarsi di qualcosa di straordinario. Si pensi ai sogni tra lo spaventoso e l’incomprensibile dei genitori di Alessandro il Grande prima della sua nascita. Riporta Plutarco che a Filippo di Macedonia sembrò in sogno di imprimere sul ventre della moglie Olimpiade l’effige di un leone, mentre quest’ultima sognò di dare alla luce delle fiamme dopo essere stata colpita, sempre nel ventre, da un fulmine. I coniugi sono piuttosto perplessi, ma l’indovino Aristando svela che i due sogni hanno un preciso significato: nascerà un giovane sovrano, regale, forte e valoroso.

 

Le diverse componenti fino a qui descritte (l’apparizione del divino, il significato simbolico, il preannuncio di qualcosa di imminente) trovano un’unione significativa in una dimensione dell’onirico connessa all’ambito dei santuari. Si tratta dei cosiddetti santuari di incubazione, in cui i fedeli, spesso malati o comunque richiedenti l’intervento di una divinità, si recano per ottenere una risposta direttamente dal dio tramite, appunto, un sogno. Il caso più celebre è quello del santuario del dio della medicina Asclepio a Cos, descritto da Elio Aristide che vi si era recato per impetrare la propria guarigione. Dopo una serie di rituali di purificazioni – simili, per certi versi, agli odierni percorsi di benessere termali –, il fedele rimaneva a dormire proprio nel santuario: la notte, il dio si sarebbe manifestato in sogno, o direttamente o tramite una visione simbolica. Ma non soltanto divinità e santuari: anche alcuni luoghi sacri connessi, per esempio, alla vita di un eroe, potevano essere delle porte di accesso all’incontro con questi, sempre in sogno, magari dopo un qualche sacrificio rituale.

 

La realtà del sogno nella religiosità ‘pagana’, tanto variegata e complessa, non si perse con l’arrivo del cristianesimo; anzi, anche nella nascente cultura cristiana il sogno continua a ricoprire un ruolo di assoluto rilievo. Questa centralità è dovuta allo stesso modello veterotestamentario, dove profeti, sovrani e asceti hanno svariati sogni spesso inviati proprio dal Signore. Figura proverbialmente connessa alla sfera onirica è senza alcun dubbio Giuseppe: giovane figlio di Giacobbe, ha il dono tanto di fare sogni visionari, quanto di comprendere il significato di quello degli altri, una dote che gli permette di entrare addirittura nelle grazie del faraone. Tra i profeti, invece, spicca una delle figure dal linguaggio più simbolico, Daniele. Il suo libro si apre proprio con un sogno molto complesso: il re Nabucodonosor vede in sogno un tremendo gigante d’argilla, ferro e altri metalli. Nessuno dei sapienti di corte riesce a comprenderne i significati, il che desta le ire incontrollabili del re; Daniele, però, riesce a fornire una spiegazione, profetizzando il succedersi di vari regni e dinastie nel territorio babilonese. Nabucodonosor è esterrefatto, e non può fare a meno di riconoscere la grandezza del Signore (Daniele 2, 46-48): 

 

Allora il re Nabucodonosor si prostrò con la faccia a terra, adorò Daniele e ordinò che gli si offrissero sacrifici e incensi. Quindi, rivolto a Daniele, gli disse: “Certo, il vostro Dio è il Dio degli dèi, il Signore dei re e il rivelatore dei misteri, poiché tu hai potuto svelare questo mistero”.

 

Ma è lo stesso Daniele a fare sogni altrettanto spaventosi e visionari. La sua più celebre visione, quella delle quattro bestie e del Figlio dell’uomo, avviene proprio mentre il profeta sta dormendo (Daniele 7, 1s.):

 

Nel primo anno di Baldassar, re di Babilonia, Daniele, mentre era a letto, ebbe un sogno e visioni nella sua mente. Egli scrisse il sogno e ne fece la seguente relazione: “Io, Daniele, guardavo nella mia visione notturna, ed ecco, i quattro venti del cielo si abbattevano impetuosamente sul Mare Grande e quattro grandi bestie, differenti l'una dall'altra, salivano dal mare”.

 

Ma i sogni non sono soltanto occasioni di visioni tanto imponenti e terribili: durante il sonno profeti e patriarchi possono ricevere anche loro la visita del Signore. Una notte, Dio visita in sogno il sovrano Salomone, chiedendogli quale sia il dono che più desideri (1Re 5, 15):

 

A Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte. Dio disse: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda». Salomone disse: “Tu hai trattato il tuo servo Davide, mio padre, con grande amore, perché egli aveva camminato davanti a te con fedeltà, con giustizia e con cuore retto verso di te. […] Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto, popolo numeroso che per quantità non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?”. Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa. Dio gli disse: “Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te”. […] Salomone si svegliò; ecco, era stato un sogno.

 

Eppure, il sogno, voluto e ispirato da Dio stesso, che ne è protagonista, si rivela realtà, e Salomone viene benedetto con il dono della sapienza. Qualche tempo dopo, davanti a due donne che litigavano reclamando la maternità di un bambino, il sovrano avrebbe dimostrato cosa significasse questa sapienza, concessa dal Signore mentre Salomone dormiva.

 

La dimensione tanto centrale nella religiosità sia “pagana” che ebraico-scritturistica del sogno, della sua valenza sacrale e dei suoi simbolismi entrò a far parte, come anticipato, della nascente tradizione cristiana. Il retaggio più forte è sicuramente quello veterotestamentario, come si evince già dagli scritti neotestamentari. Sono numerosi i sogni di apostoli e seguaci di Cristo tra Vangeli e Atti degli apostoli; chi riceve più sogni è però Paolo (At 18, 9-11):

 

Una notte, in visione, il Signore disse a Paolo: “Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso”. Così Paolo si fermò un anno e mezzo, e insegnava fra loro la parola di Dio.

 

In precedenza, infatti, l’apostolo era apparso sconfortato, dopo la cacciata dalle città in cui si trovava a predicare. Dio stesso allora decide di visitarlo, per incoraggiarlo a continuare a parlare senza timore e diffondere così la sua parola.

 

Questo schema onirico-visionario, in cui protagonisti delle apparizioni in sogno sono principalmente gli angeli e i messi divini, quando non Dio stesso, si ripete nella maggior parte della produzione letteraria cristiana; ma non è soltanto il divino a manifestarsi in sogno. Si è detto in precedenza che ad apparire potevano essere anche i defunti, spesso divinizzati o eroicizzati dopo la morte. La prospettiva onirica cristiana fece tesoro di questa tradizione, adattandola però ai propri modelli: all’eroe dall’enorme forza fisica si sostituiva dunque l’eroe cristiano per eccellenza, il martire. Nella Passione di Perpetua e Felicita, un resoconto del martirio di un gruppo di cristiani africani, i sogni hanno un ruolo narratologico centrale: la maggior parte delle vicende, infatti, consistono nelle visioni oniriche dei personaggi. Tra questi, un certo Satiro, nel giorno prima del martirio, tra i vari timori e le varie paure, racconta del suo sogno, in cui gli sembra di trovarsi in un prato ameno tra varie figure (cap. 12s.):

 

Giungemmo vicini a un luogo le cui pareti erano come costruite con la luce: e davanti alla porta di quel luogo stavano quattro angeli che rivestivano di candide stole quelli che entravano. Entrammo e udimmo una voce unisona che diceva incessantemente: “Santo, santo, santo”. E sempre nello stesso luogo vedemmo seduto un uomo vecchio, dai capelli bianchi come neve e dal volto giovanile. […] Ed lì conoscemmo molti fratelli e anche martiri. Tutti eravamo nutriti da un profumo indescrivibile che ci riempiva. Allora pieno di gioia mi risvegliai.

 

Alla vista del Signore e dei martiri attorno a lui, che gli infondono coraggio e lo animano, Satiro, consapevole dell’imminente martirio, è ormai pronto ad affrontare la prova con coraggio e devozione. Ciò che gli eroi mitici facevano a quanti si rivolgevano a loro prima di affrontare le proprie sfide, veniva fatto adesso dagli eroi cristiani; segno, questo, di quel processo di “rilettura” (culturale e religiosa) del Cristianesimo delle origini nei confronti di quelle tradizioni che ne avevano portato la nascita.

 

Per saperne di più:

A. Carfora, La passione di Perpetua e Felicita, L'Epos, Il pellicano, 2007;

G. Guidorizzi, Il compagno dell'anima. I greci e il sogno, R. Cortina, 2013;

M. Di Nino, Posidippo e la letteratura incubatoria, «ARF» VI (2004) 4776;

V. Zangara, Exeuntes de corpore. Discussioni sulle apparizioni dei morti in epoca agostiniana, Olschki, 1990.

 

William Blake, Jacob's Ladder, 1799-1806, Londra, The British Museum.
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