30 marzo 2018

Tra lettera e letteratura

di Giorgia Ghersi

«24 agosto 1915» Il Giornale di guerra e di prigionia si apre in questo caldo giorno di fine estate, a un anno dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. L’autore, Carlo Emilio Gadda, è stato appena nominato, dietro sua richiesta, «sottotenente della milizia territoriale, arma di fanteria, con destinazione al 5° Alpini» e comincia così il resoconto dettagliato dei quattro anni trascorsi sotto le armi. Dapprima sottotenente e poi tenente degli Alpini il giovane Carlo Emilio, ancora studente, annota con precisione giorno dopo giorno le tappe della sua esperienza bellica, le difficoltà relazionali con i compagni, le brevi licenze, lo sdegno per l'inefficienza di uomini e attrezzature e la smania di mettersi alla prova in azioni eroiche. Negli anni '18-'19 Gadda vive l'esperienza della prigionia scontata in un primo tempo a Rastatt, in Austria, e poi a Celle-Lager, nell'Hannover, in seguito alla disfatta di Caporetto. Nelle pagine della sezione Diario di prigionia affiora tutto il senso di afflizione e colpevolezza per un'impresa privata di quell'eroismo tanto agognato.

 

Le condizioni a Celle-Lager sono difficili e Carlo Emilio, come tutti i prigionieri italiani detenuti in Germania, riesce a sopravvivere alla fame grazie ai pacchi inviati con sacrificio da casa. Le pagine del Diario sono fitte di code per le scatolette, lamentele per i dolori reumatici, la tosse e il batticuore, ma anche di spettacoli teatrali e musicali organizzati dai prigionieri delle varie baracche del campo. Proprio nella Baracca 15c, rinominata “Baracca dei poeti”, Gadda trova conforto dai momenti difficili grazie alla compagnia di giovani con i quali stringe un'amicizia sincera e duratura.

 

Il primo è l'amico poeta Ugo Betti, conosciuto nell'autunno del 1917 nella fortezza di Rastatt e poi ritrovato nel campo di Celle-Lager, già laureato in giurisprudenza al momento di partire per il fronte. L'altro è Bonaventura Tecchi che Gadda stesso definisce «una volontà e un ingegno di prim'ordine, splendido esemplare della nostra stirpe dov'essa è migliore».

 

Più volte Gadda si rallegra di aver avuto in sorte simili compagni che gli rendono meno amara la prigionia e la vergogna dell'inazione. Le visite reciproche nei ritagli di tempo dal lavoro e dallo studio e la fitta corrispondenza epistolare iniziano già all'indomani della liberazione, quando Carlo Emilio torna in Italia, il 13 gennaio 1919, e apprende la tragica notizia della morte dell'amato fratello Enrico in un incidente aviatorio.

 

L'esperienza di quegli anni è materia traumatica a cui Gadda, reduce rabbioso e disperato per la perdita del fratello, deve ricorrere fin da subito per tentare di fare i conti con il caos della guerra e della vita a cui per sempre cercherà di mettere ordine. Se la scrittura assolve già dal Diario di guerra e di prigionia una funzione terapeutica e tranquillizzante, si può dire quasi la stessa cosa del fitto rapporto epistolare intrattenuto da Carlo Emilio con i compagni di prigionia a partire dal 1919 e, nel caso di Tecchi, per quasi tutta la vita.

 

Né nel caso di Betti (56 lettere) né in quello di Tecchi (142 lettere) si può parlare di veri e propri carteggi poiché alla corrispondenza mancano le responsive. Tuttavia lo spazio del mittente prevale su quello dei destinatari e quindi la perdita delle lettere spedite dagli amici non sottrae omogeneità ai due nuclei. Gadda si rivolge agli amici con l'affetto e l'ironia permessi dal carattere informale del rapporto epistolare, sperimentando una varietà di stili e registri che preludono alla straordinaria contaminazione linguistica dello scrittore maturo. Entrambi gli epistolari sono caratterizzati da lunghi silenzi e momenti più concitati, lettere di più pagine e frettolose cartoline, promesse di farsi visita e informazioni sui lavori letterari in corso. La diversità nel carattere e nei rapporti che legano i tre ex-commilitoni marcano però sensibili differenze sia nella scelta dei temi trattati da Gadda con l'uno e con l'altro sia nel grado di intimità e nel tono con cui gli stessi argomenti vengono affrontati.

 

Subito dopo la laurea in ingegneria idraulica conseguita al Politecnico il 14 luglio 1920 Gadda inizia ad esercitare la professione in Italia e all'estero, ma la passione per l'ingegneria è vissuta in maniera duplice: unico modo per condurre la vita agiata che desidera e allo stesso tempo schiavitù che sottrae tempo al desiderato esercizio letterario. Sia le lettere inviate a Betti sia quelle a Tecchi sono periodicamente scandite da lamentele per la stanchezza procurata dal lavoro e per il poco tempo libero lasciato allo studio.

Non ho più preso in mano un libercolo. Quindi rincritinimento assoluto, mancanza di tempo per pensare, dimenticanza d’ogni proposito, lavoro bruto con abbondanza di preoccupazioni, fastidi, sbadigli. (a U. Betti, Milano, 5 luglio 1919)

 

Gli epistolari rendono conto dei continui dubbi e tentennamenti di un ingegnere che vuole essere scrittore, dei propositi e dei tentativi di licenziamento seguiti presto o tardi dal ritorno alla sicurezza dell'ingegneria. L'unica via d'uscita è quella di inserirsi stabilmente nel circuito letterario/giornalistico e per questo Gadda cerca con tenacia di ottenere collaborazioni su riviste e quotidiani, chiedendo ai vecchi amici di aprirgli le porte. Ma le difficoltà sono molte e se alcune collaborazioni vanno a buon fine, altrettante, puntualmente registrate nelle lettere, si chiudono con dei rifiuti.

 

Venturino soprattutto è il prezioso tramite per entrare nell'ambiente di «Solaria» di cui è socio fondatore e co-finanziatore. L'invio da parte di Tecchi di alcuni fascicoli di «Solaria» diventa così pretesto per candidarsi come collaboratore alla neonata rivista sperando nell'appoggio del caro amico.

Oggi stesso ti mando due miei «frammenti» perché, se ti vanno, cerchi di farmeli pubblicare su «Solaria». Per ogni «pezzo» integro che Solaria vorrà pubblicare farò un nuovo abbonamento (che ricattatore!) inviandolo ad amici scelti fra i meno cretini possibili. Inoltre comprerò quattro numeri del numero che porterà il mio pezzo. (a B. Tecchi, Roma, 28 febbraio 1926)

 

Ma affiorano anche le prime perplessità circa l'accoglienza che la sua scrittura potrà avere nell'elitario «giardino» solariano. Gadda mette le mani avanti, scusandosi in anticipo per una prosa che forse ha poco a che fare con la veste della nuova rivista.

A me sembra di essere forse un po’ discosto dal nitore di «Solaria». La mia vita tormentata e bislacca, la mia piatta attività di ingegnere, molte amarezze, ecc., hanno finito per rendermi rozzo, trivialuccio, bisbetico […] L’unica cosa di buono che posso avere è che, vivendo fuori del campo letterario, in un campo di azioni noiose e diligenti, posso portare qualche cosa della mentalità zotica del mestiere nella regione degli specialisti e raffinati: ne verrà un pasticcio curioso. Come soggetto strano, come giraffa o canguro del vostro bel giardino: ecco quel che posso valere. (a B. Tecchi, Roma, 6 marzo 1926)

 

Solo un'esperienza traumatica come la prigionia di guerra poteva saldare in un'amicizia così intima il taciturno Carlo Emilio con i compagni Tecchi e Betti, scrittori e poeti come lui, ma caratterialmente tanto distanti. Tecchi è il consigliere paterno, saggio e rassicurante per cui Gadda non risparmia parole di ammirazione. Betti invece è il drammaturgo, ginnico, prestante e donnaiolo.

 

Per entrambi Gadda nutre considerazione e stima che si traducono in complimenti e confronti dai quali Carlo Emilio esce sempre (in apparenza) perdente. Per il giovane Gadda, incastrato nelle difficoltà ingegneristiche e ancora ben lontano dall'avere una posizione e un nome consolidato nell'ambiente letterario, Tecchi e Betti appaiono come i fortunati e talentuosi modelli a cui ispirarsi per affermarsi definitivamente in campo artistico. Dall'analisi delle lettere si vede che l'assorbimento nel lavoro tecnico è motivo di  profondo senso di estraneità e svalutazione di sé.

In questi giorni ho  mandato una breve novella [La fidanzata di Elio] a Pègaso, pregando Bonsanti di presentarla a Pancrazi. Ma mi è stata respinta, non gli è piaciuta […] Forse fra qualche tempo manderò qualcos’altro. Ma comincio a dubitare seriamente di poter fare qualcosa di buono. (a B. Tecchi, Milano, 23 aprile 1932)

 

Betti e soprattutto Tecchi sono le chiavi di accesso per l'ambiente letterario. Per questo la postura di Gadda è quella di un dilettante di fronte ai suoi maestri, sempre pronto a proporsi come recensore delle lodate opere altrui, reticente e ingeneroso nel giudicare le proprie.

 

Ma se il rapporto con i vecchi compagni di prigionia si riducesse a una devota ammirazione da parte di un Gadda ancora poco consapevole della propria grandezza sarebbe forse poca cosa. Al contrario, la lettura attenta delle lettere permette di rilevare un legame più complesso e ambiguo, caratterizzato da molte insicurezze, ma anche da una buona dose di orgogliosa e ironica consapevolezza della propria eccezionalità.

 

Confortato dall'affetto degli amici e dall'intimità della corrispondenza epistolare, le lettere ai compagni di prigionia sono anche il luogo dove Gadda riesce a sfogare il disagio e il dolore della propria esistenza. Tuttavia è diversa in questo caso la confidenza che Carlo Emilio accorda ai due compagni. Betti è pur sempre l'amico spensierato e donnaiolo con il quale Gadda scambia battute goliardiche, ma poco spazio è dato nella sua corrispondenza alla confessione interiore. Le allusioni sono quasi sempre brevi e reticenti. Al contrario è Venturino il padre-consigliere, interlocutore privilegiato dei suoi drammi, a cui Gadda confessa spesso la sofferenza per la morte della madre. In questo senso è significativo il riserbo e il contegno con cui l'autore della Cognizione del dolore ricorda nelle lettere la figura materna. Non c'è quasi nulla del contraddittorio nodo di amore e odio che lega Gonzalo alla madre, se non l'affiorare del senso di colpa che l'autore cercherà di affrontare e superare nelle pagine del romanzo. I riferimenti nell'epistolario sono come velati di pudore e malinconia.

La morte di mia madre mi ha completamente stroncato […] Io sono molto abbattuto: la morte della mamma è un dolore lento e terribile, in me si è complicato di un lungo doloroso tormento. (a B. Tecchi, Milano, 3 luglio 1936)

 

 

Per saperne di più

 

L’edizione di riferimento delle lettere a Bonaventura Tecchi è quella curata da Marcello Carlino, A un amico fraterno. Lettere a Bonaventura Tecchi, Milano, Garzanti, 1984; mentre l’edizione delle lettere a Ugo Betti è curata da Giuseppe Ungarelli, L'ingegner fantasia. Lettere a Ugo Betti 1919-1930, Milano, Rizzoli, 1984. Entrambe le edizioni sono precedute da utilissime introduzioni critiche.

 

Per saperne di più sugli anni trascorsi da Gadda in guerra: C. E. Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, Torino, Einaudi, 1965.

 

 
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