18 marzo 2018

‹‹Costruisco un'imbarcazione che porterà lo spirito umano verso paraggi sconosciuti››

di Maria Valeria Dominioni

 «Punto a capo»: così esordisce Filippo Tommaso Marinetti il 14 gennaio 1921 nel presentare al pubblico del Théâtre de l’Oeuvre di Parigi il manifesto del Tattilismo. Licenziato dodici anni dopo il primo manifesto futurista, il proclama segna la chiusura di una stagione e l’apertura di una nuova fase creativa per il movimento e non solo, come vedremo fra breve.

La Grande Guerra – come scrive il leader futurista – aveva lasciato la maggioranza degli uomini «coll’unica preoccupazione di conquistare un maggior benessere materiale» e la restante parte con «i sintomi di un male profondo e misterioso», «un pessimismo senza speranza, una indecisione febbrile d'istinti smarriti e una mancanza assoluta di volontà». Di fronte a questo nichilismo generalizzato il Futurismo mette da parte il suo spirito ludico-demolitore per lasciare il posto a un’arte più vicina alla vita, capace di procurare agli uomini i “nutrienti” necessari per vincere la nevrastenia postbellica e recuperare contatto con la realtà. Per riuscire ad accettare il presente era necessario infatti imparare ad esperirlo e a plasmarlo in modo nuovo, perciò il Futurismo ricerca una nuova sensibilità percettiva, un nuovo medium con cui entrare in relazione col mondo e lo trova nella tattilità. Per Marinetti la pelle è «conduttrice di pensiero» e, come spiega al suo pubblico, egli è stato in grado di trasferirvi la sua intenzionalità, «localizzando i fenomeni confusi della volontà e del pensiero su diversi punti del suo corpo e particolarmente sul palmo delle mani». Racconta quindi di essersi sottoposto ad una cura intensiva consistente in primis nel ridestare il desiderio attraverso un’astensione dal tatto, ottenuta indossando per lungo tempo dei guanti, poi nell’allenare la percezione tattile fra le correnti marine o nell’oscurità della propria stanza. A proposito di tale pratica scrive: «Appunto col dedicarmi a questo esercizio nel sotterraneo buio di una trincea di Gorizia, nel 1917, io feci i miei primi esperimenti tattili». È interessante notare come Marinetti attribuisca all’esperienza della guerra un doppio ruolo nell’invenzione del Tattilismo: causa scatenante per contrasto e alveo generatore, luogo epifanico, origo prima.

 

Marinetti parla di seguito di una «scala graduata» da lui ideata per educare il senso del tatto, «che è nello stesso tempo una scala di valori tattili pel Tattilismo, o Arte del tatto». Essa traduce le percezioni tattili in sensazioni, con le quali è poi possibile raccontare delle storie. Presenta quindi una sua opera d’arte, una sua creazione a beneficio dell’umanità: la tavola tattile Sudan-Parigi, che contiene nella parte Sudan dei «valori tattili rozzi, untuosi, ruvidi, pungenti, brucianti (stoffa spugnosa, spugna, carta vetrata, lana, spazzola, spazzola di ferro); nella parte Mare valori tattili sdrucciolevoli, metallici, freschi (carta argentata); nella parte Parigi valori tattili morbidi, delicatissimi, carezzevoli, caldi e freddi ad un tempo (seta, velluto, piume, piumini)».

Ma le tavole tattili così concepite sono davvero un ritrovato unicamente futurista e ancor più marinettiano? La risposta è negativa: esse nascono invero dal genio pedagogico di Maria Montessori come giochi didattici composti da materiali sensoriali, ovvero materiali atti ad aiutare lo sviluppo del bambino attraverso i sensi. L’impegno della Montessori nella promozione dell’educazione polisensoriale infantile sarebbe stato poi ereditato da Bruno Munari, artista eclettico formatosi all’interno del gruppo dei futuristi. Nel corso della sua attività, Munari realizza, oltre a numerose tavole tattili, anche dei “pre-libri” per bambini, o “libri illeggibili” (libri senza scritte ma con stimoli tattili, sonori, termici), e nel 1976 il Messaggio tattile per una bambina non vedente (una composizione lineare di circa due metri da far scorrere tra le mani come un rosario).

 

Come rileva Claudia Salaris, a portare l’invenzione delle tavole tattili al Futurismo e a favorire la loro promozione a forma d’arte deve essere stata Benedetta Cappa, moglie di Marinetti, la quale aveva lavorato in una scuola di San Lorenzo, «si era diplomata come maestra giardiniera e non poteva ignorare il metodo Montessori». Altre donne futuriste, ha notato inoltre di recente la studiosa, si cimentarono nell’applicazione del Tattilismo: Růžena Zátková, che spaziò dalla costruzione di tavole tattili ad allestimenti di collage, e Eva Kühn, detta Magamal, i cui scritti portano testimonianza di alcuni originali progetti tattili (un rosario, diretto antecedente del messaggio tattile munariano, e un’opera teatrale la cui messa in scena prevedeva lo scorrimento di strisce tattili fra gli spettatori). Ma l’«influenza» femminile «nell’invenzione del Tattilismo», argomenta ancora Salaris, non deve essere stata solo materiale ma soprattutto ideale, e in questo senso si può apprezzare anche lo scarto con le esperienze precedenti. Il recupero della materialità del corpo, del contatto umano, della condivisione e dell’inclusione, della tattilità più che come semplice percezione come forma di pensiero alternativa al pensiero (patriarcale) dominante, al pensiero “disincarnato” fondato sulla logica e sull’astrazione, sono prerogative tipicamente femminili. Come sembrano esserlo i “sensi collettivi”, che Marinetti distingue dai cinque “sensi individuali” e di cui – come nota ancora Salaris – il “senso madre-figlia” sarebbe un eloquente esempio. Femminile infine è la fondazione di una nuova sensibilità, che si genera quasi per reazione agli esiti fallimentari di una forma di pensiero ad essa opposta e la cui intuizione nasce dalle viscere di quel fallimento. D’altra parte, è lo stesso Marinetti ad attribuire la scoperta del Tattilismo a una donna: «non ebbi mai la pretesa d'inventare la sensibilità tattile, che già si manifestò in forme geniali nella Jongleuse e negli Hors-nature di Rachilde». Rachilde (pseudonimo di Marguerite Eymery, 1860-1953) è stata una scrittrice francese, travestita ante litteram, che nei suoi libri ha trattato tematiche tipicamente femministe, anticipando anche la teoria Queer.

 

Ma torniamo al manifesto tattilista, in cui Marinetti sembra teorizzare proprio l’esistenza di un’intelligenza alternativa a quella dominata dalla vista, intelligenza che in un’ipotetica origine dei tempi l’uomo avrebbe potuto scegliere e che ora, all’indomani della guerra, si ripresenta come possibile (e preferibile). Per spiegarsi egli immagina una situazione apocalittica:

Supponete che il Sole esca dalla sua orbita e dimentichi la Terra! […] Nasce un senso visivo alla punta delle dita […]. Sentono tutti che la vista, l’olfatto, l’udito, il tatto, il palato sono le modificazioni di un solo senso attivissimo: il tatto, scisso in diversi modi e localizzato in diversi punti […]. Poteva nascere così spontaneamente la nuova arte: il Tattilismo che noi abbiamo creato invece con un atto di capriccio-fede-volontà futurista.

Umberto Artioli sostiene che nella visione marinettiana il tatto non sia un semplice senso fra i sensi, ma la metafora di una sensibilità più complessa. Marinetti aspira ad una dimensione artistica che non sia dominata dall’intelligenza analitica, dal logos, dal principio separatore della ragione, ma sia data come integrazione di tutti i sensi. Infatti, l’intelligenza analitica – scrive Artioli – «lungi dall’offrirci una consapevolezza sensoria del tutto, come avviene per altre modalità squisitamente sinestetiche, quali ad esempio la tattilità, è discontinua e parcellare». «Contrapporre il tatto alla vista significa contrapporre la forza alla forma, la totalità al segmento, la continuità al discontinuo, la globalità dinamica del gesto alla divisibilità della sequenza». Marinetti sembra voler affermare di aver creato una forma di pensiero non solo opposta a quella visiva ma più in generale opposta al pensiero logocentrico (con quello che esso comporta nella sua accezione derridiana). Una conferma ci proviene dalle considerazioni del poeta circa l’utilità del buio nello sviluppo del pensiero tattile: «Quanto ai veri tattilisti, la piena luce d'un proiettore è preferibile, poiché l'oscurità produce l'inconveniente di concentrare troppo la sensibilità in una astrazione eccessiva». Queste considerazioni non fanno che corroborare l’ipotesi dell’esistenza, al fondo della teorizzazione del Tattilismo, di un “pensiero della differenza”, il quale, a partire da una posizione di subalternità, riconosce i limiti del pensiero metafisico e muove una critica a quello che Irigaray in Speculum definisce fallogocentrismo. Per chiudere il cerchio, senza dilungarci sulle numerose pubblicazioni dedicate alla riscoperta della “intelligenza del corpo”, basterà citare proprio uno degli ultimi libri dell’accademica belga che si intitola Elogio del toccare e che ci dà la dimensione di quanto tali tematiche, restituite alla voce femminile, siano ancora incredibilmente attuali. Punto a capo?

 

 

Per saperne di più:

Luce Irigaray, Speculum: l’altra donna, Feltrinelli, Milano 1980.

Lorenzo Mango, La scoperta di nuovi sensi. Il Tattilismo futurista, Cue Press, Imola 2015.

 
Immagine distribuita sotto licenza Creative Commons CC0.

 


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