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7 marzo 2018

Interagire con il reale attraverso «strumenti umani»

di Giada Tecchio

«Con non altri che te/ è il colloquio» . Così si apre Gli strumenti umani , la terza maggiore raccolta poetica di Vittorio Sereni  (1913-1983), pubblicata nel 1965 presso Einaudi. Essa segna una svolta nella produzione poetica dell’autore (dopo la pubblicazione di Frontiera e Diario d’Algeria ): rappresenta una nuova esperienza letteraria in cui la materia tematica e lo stile del poeta si aprono ad una maggiore volontà comunicativa e si rendono sempre più disponibili ad un contatto con il mondo esterno nella propria oggettività e, al contempo, nella propria “impurità”.

Questa volontà di interazione con il mondo e di contatto con un reale profondamente mutato nel clima del dopoguerra viene messa in primo piano in tutta la raccolta. Significativa si mostra la scelta stessa del titolo, che viene ripreso direttamente da un verso della poesia Ancora sulla strada di Zenna : «…l’opaca trafila delle cose/che là dietro indovino: la carrucola nel pozzo,/ la spola della teleferica nei boschi,/ i minimi atti, i poveri/ strumenti umani avvinti alla catena/ della necessità…». Lo stesso Vittorio Sereni si è espresso direttamente sulla scelta del titolo e sul senso che questi “strumenti umani” rivestono, tanto nella poesia citata quanto, soprattutto, nel ruolo di emblema dell’intera raccolta. In un’intervista rilasciata nel 1965 l’autore afferma:

Mi è capitato di isolare questa espressione: “gli strumenti umani”. D’altra parte, qui, gli strumenti umani, in questa poesia, hanno un significato piuttosto occasionale […]. È per significare i mezzi con cui queste poche persone, queste vite che appena si affacciano lungo la strada che viene percorsa, vivono e sopravvivono. […] Dovendo diventare il titolo del libro, in realtà ho pensato ad altro. Non sono i dimessi strumenti umani di cui si parla qui, ma restando magari dimessi, finiscono col significare altro. […] Penso, semmai, agli strumenti come ai mezzi o agli espedienti con cui un uomo affronta il reale. Non vorrei sottolineare troppo l’aggettivo “umani”, non vorrei dargli un’intonazione patetica […] ma, semmai, un’espressione più – come dire? – limitativa ed anche amara, al tempo stesso sottintendendo tutto ciò che gli strumenti umani non riescono a padroneggiare.

Questi “strumenti umani” sono dunque interpretabili come i mezzi attraverso i quali l’uomo entra in contatto con il mondo ed alludono alla capacità progettuale dell’uomo, alla sua attitudine ad incidere sul reale: vengono scelti dunque perché indicano quegli espedienti con cui l’uomo affronta l’esistenza, il mistero, il destino, includendovi anche la stessa poesia (lo “strumento” di lavoro del poeta). Ne emerge la centralità dell’interazione fra l’uomo e il mondo esterno, che viene messa in luce nel continuo richiamo alla concretezza delle circostanze in cui l’io poetico si trova immerso, ripercorse nei testi in modo diretto, talvolta duro. La poesia di Sereni, infatti, si confronta direttamente con il reale, riducendo (in parte) il tentativo di “nobilitare” la circostanza che ha spinto il poeta a scrivere (più evidente nelle precedenti raccolte), a favore invece della concretezza delle “occasioni”. Ecco allora che compaiono nei versi alcuni dettagli, oggetti, scene della vita quotidiana, come «lo zampillo della pompa nell’erba» ( Situazione ), «Le portiere spalancate a vuoto sulla sera di nebbia/nessuno che salga o scenda se non/una folata di smog la voce dello strillone» ( L’alibi e il beneficio ). Si registrano con onestà i mutamenti del paesaggio avvenuti nel dopoguerra durante il boom economico, come nell’ Intervista a un suicida : «…la sanno lunga/le acque falsamente ora limpide tra questi/oggi dritti regolari argini, lo spazio/si copre di case popolari, di un altro/segregato squallore dentro le forme del vuoto…». Ancora, si riporta in versi quella che si presenta come Una visita in fabbrica : «Lietamente nell’aria di settembre più sibilo che grido/lontanissima una sirena di fabbrica…». In questa raccolta l’impurità delle cose penetra a forza nel testo e lo contamina, in una poesia che si confronta continuamente con la «prosa del mondo». A livello metrico e stilistico questa contaminazione, secondo i critici, si riflette in uno stile che si avvicina ad un «tono narrativo», attraverso la riduzione del numero di endecasillabi a favore invece di misure versali più ampie e di una scelta lessicale accurata e di maggiore apertura al contingente e al quotidiano, nella direzione di quella che è stata definita una «poesia iniettata di prosa».

Va precisato che l’apertura della poesia verso la realtà esterna non è un’innovazione di Sereni, quanto piuttosto un tratto riscontrabile in molti poeti del secondo Novecento (nel contesto della neoavanguardia e del modernismo), che in modi diversi raccolgono l’eredità di Montale e testimoniano come la direzione del linguaggio artistico si orientasse con decisione verso un confronto diretto con la realtà. Il risultato a cui Sereni giunge è però un “impasto” nuovo, che ha la capacità di racchiudere il vero volto del reale e al contempo di superarne la contingenza per volgersi verso significati più profondi. La grande abilità di Sereni sta, infatti, nell’inserire in questo magma di realtà una serie di lucide riflessioni sull’uomo, sulla storia e sulla stessa poesia, perfettamente in grado di raggiungere «vette metafisiche ed esistenziali».

L’attenzione della poesia all’apertura verso il mondo comporta inoltre delle implicazioni riguardanti la relazione dell’io con l’altro: all’interno del nuovo orizzonte culturale e del nuovo panorama storico di quegli anni, l’io poetico è infatti chiamato anche ad un’interazione con la presenza/assenza altrui. In particolare, la poesia degli Strumenti umani è disposta ad accogliere al suo interno molte altre “voci” che interagiscono fra loro e si sommano a quella dell’io lirico, in riferimento a quelle «vite che appena si affacciano lungo la strada» che il poeta citava a proposito di Ancora sulla strada di Zenna . Tutte queste voci, che costituiscono un’altra faccia dell’interazione con il reale da parte dell’io, rivestono la funzione di fornire al soggetto una nuova visione delle cose, uno sguardo sulla realtà che permette di dare al mondo una connotazione simbolica nuova. In quest’ottica assumono un ruolo centrale la comunicazione e il dialogo: la raccolta si apre infatti con un Colloquio (primo titolo della poesia incipitaria, denominata successivamente Via Scarlatti ), mentre in modo frequente si inseriscono nella poesia i dialoghi diretti, come quello fra gli operai della Visita in fabbrica («“Non ce l’ho – dice- coi padroni…"») e quelli di altre persone con l’io lirico («E - disse G. sciogliendosi in uno sbadiglio -/e piantale queste cose se ti riesce…», Corso Lodi ; «Ti conosco, - diceva – mascherina,/così brava a nasconderti tra incantevoli fumi…», Ancora sulla strada di Creva ; «…“Non ci conosciamo, - disse- sono Isella», Al distributore ; «… “Papà, - faccio per difendermi/puerilmente- papà…”», Il muro ); fra questi, di forte valenza simbolica è il dialogo che avviene in Intervista a un suicida , in cui l’incontro fra l’io e l’anima del suicida si riveste di densità poetica eccezionale confrontandosi con il modello dantesco della conversazione con le anime dei defunti. In altri casi, di contro, la comunicazione è invece impossibilitata nel proprio compiersi, rimanendo una possibilità preclusa all’io: «Il telefono/tace da giorni e giorni» ( Comunicazione interrotta ), restando talvolta solo «…tra noi il mio sguardo di rimando/e, appena sensibile, una voce:/amore – cantava – e risorta bellezza...» ( L’equivoco ), in una poesia che registra anche una non superabile solitudine dell’io poetico, altro tema centrale della poetica di Sereni.

In effetti l’interazione con il mondo esterno, con la realtà, non viene delineata nella raccolta poetica come una circostanza sempre possibile e pacifica, univocamente di “segno positivo”: al contrario, la stessa poetica di Sereni si fa portavoce di un linguaggio che riflette costantemente su se stesso e sui propri limiti, che si offre al lettore mostrando con lucidità l’impossibilità a raggiungere fino in fondo una completa vicinanza con il mondo e con l’esistenza. Come ha sottolineato lo stesso Sereni, la scelta di porre a titolo della raccolta gli Strumenti umani assume anche un’accezione «limitativa e amara», in quanto pone l’accento su ciò che questi strumenti «non sono in grado di padroneggiare»: essi alludono anche ad una loro insita manchevolezza, rappresentano un’incolmabile distanza fra l’io e il mondo, un’inadeguatezza nell’essere completamente immersi nella vita, nella società, nei rapporti umani. La stessa poesia, dunque, è anche testimonianza della mancata possibilità di una vera interazione, di una padronanza di sé e del mondo e riflette una condizione umana incompleta, dubbiosa, che assume consistenza solo dal contrasto con ciò che invece possiede una solida realtà. Insomma, una poesia che permette di far risaltare la condizione umana facendola emergere in qualche modo “in negativo” attraverso il contrasto con il mondo circostante (come nel negativo di una fotografia). Questo il significato più completo degli Strumenti umani e dei loro versi, dei quali il poeta afferma: «Se ne scrivono solo in negativo/dentro un nero di anni» ( I versi ).

 

 

Per saperne di più

Le opere principali di Vittorio Sereni si trovano in Poesie (Mondadori, Milano 1995), mentre un volume utile ad approfondire il contesto e l'azione dell'autore è Poeti italiani del secondo Novecento (a cura di Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi, Mondadori, Milano 2004).

 

Fotografia di Paolo Monti distribuita da BEIC sotto licenza Creative Commons  Attribution-ShareAlike 4.0 International   (CC BY-SA 4.0).

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