13 giugno 2018

Gli smemorati di Sciascia (e di Pirandello)

di Michele Maiolani

Quello della memoria, secondo tutte le declinazioni e i significati che a questa parola si possono dare, è un tema che percorre moltissime delle opere narrative e saggistiche di Leonardo Sciascia. Basti pensare a quanto alcuni dei suoi testi più celebri già nel titolo ne sottolineino la centralità: su tutti certamente Il teatro della memoria (1981), ristampato da Adelphi insieme a quello che è il suo più naturale pendant, La sentenza memorabile (1982). Ma anche in narrazioni più brevi e meno note, come quella dedicata a Kaspar Hauser nelle pagine di Cruciverba (1983), trovano spazio figure di celebri smemorati: personaggi venuti da chissà dove e che non ricordano chi sono o, spesso e volentieri, imbroglioni che si costruiscono una nuova identità e un passato fittizio. E già da questi piccoli accenni si può intuire quanto sia stata decisiva per Sciascia l’opera del suo conterraneo Luigi Pirandello, che tanto spazio riserva al tema della memoria, spesso intrecciato – come nei testi appena ricordati – con quello della follia, dell’identità e dell’impostura.

 

Nel 1981 esce appunto per Einaudi Il teatro della memoria, opera in cui Sciascia ricostruisce un celebre processo che nella seconda metà degli anni ’20 aveva catturato l’attenzione di tutta Italia e che è stato poi fonte di ispirazione per moltissimi libri e film: quello dello “smemorato di Collegno”, altrimenti detto “caso Bruneri-Canella”, dai nomi delle due possibili identità dell’ignoto. Come in molte altre sue “inquisizioni”, Sciascia riprende in mano le carte del processo e, proprio come un detective, cerca di trovare tutti quegli indizi, anche minimi, che gli permettano di raggiungere una verità certa e definitiva sulla vicenda. Ecco dunque come si svolsero i fatti.

 

Un uomo di provenienza ignota, senza documenti né memoria, viene arrestato il 10 marzo del 1926 per aver rubato alcuni vasi di bronzo al cimitero israelitico di Torino. L’ignoto viene immediatamente internato al manicomio di Collegno e lì resta per circa un anno, fino a quando non viene pubblicata una sua foto nella rubrica “Chi l’ha visto?” della Domenica del Corriere. Giunge a Collegno un fiume di lettere di familiari che credono di aver ritrovato nello sconosciuto un loro parente mai tornato dal fronte dopo la fine della Prima Guerra Mondiale; alcuni addirittura si presentano di persona: tra questi il prof. Renzo Canella, che crede di aver visto nella foto il fratello Giulio, disperso in Macedonia dieci anni prima.

 

Nonostante i dubbi iniziali, la famiglia in breve tempo si convince e accoglie lo smemorato nella sua villa di Verona, anche a causa del costante e subdolo lavorìo dello sconosciuto, che fa di tutto per farsi accettare pubblicamente come Giulio Canella. All’improvviso, però, spunta una seconda – e più logica – possibilità: l’ignoto potrebbe non essere affatto la persona con cui è stato identificato in principio, bensì Mario Bruneri, uno spiantato tipografo torinese non nuovo a truffe e invenzioni di identità fasulle. Il caso giudiziario esplode e la contesa tra le due parti si trascina sempre più a lungo. Dopo ben quattro anni nei quali vengono affrontati i diversi gradi della giustizia e nonostante ogni indizio sembri portare verso la soluzione più ovvia – lo smemorato non è altri che l’imbroglione Mario Bruneri –, la signora Canella non si vuole rassegnare alla perdita del marito ritrovato e si decide a fuggire con lui e con i figli in Brasile.

 

Molti sono i significati che in quest’opera si possono attribuire alla parola “memoria”. Nel processo si tratta innanzitutto di stabilire se l’identità dello sconosciuto corrisponda a quella dello scomparso professor Giulio Canella sulla base dei ricordi dell’ignoto e dei testimoni convocati dalle parti. Questo se ci fermiamo ad una prima e più evidente spiegazione.

 

Per quanto riguarda invece le ragioni di interesse dell’autore per la vicenda, Sciascia spiega molto chiaramente come sia sorta in lui la curiosità fin dalle primissime pagine del testo. Lo scrittore aveva infatti assistito a una rappresentazione del dramma Come tu mi vuoi (1930) di Luigi Pirandello, tenutasi a Torino nell’autunno del 1979 con la regia di Susan Sontag. La commedia era stata ispirata proprio dal caso Bruneri-Canella e, per un gioco di coincidenze sottolineato da Sciascia, veniva ora messa in scena proprio nella città in cui si tenne il processo. Queste continue sovrapposizioni riportano lo scrittore agli anni della sua infanzia e alle avide letture in famiglia delle pagine della Domenica del Corriere in cui comparivano con regolarità i resoconti delle vicende giudiziarie dello smemorato.

 

Come accade sempre nelle opere di Sciascia, il lemma "memoria" viene così a includere tra i suoi significati non solo quello di memoria letteraria, ma anche cinematografica (a riaffiorare nella mente di Sciascia sono le immagini del film con Greta Garbo tratto nel 1932 proprio dalla commedia pirandelliana). Sciascia, infatti, dà grande spazio al continuo intersecarsi di piani tra letteratura e vita e mostra come in questo andirivieni continuo stia una chiave di lettura della realtà per lui imprescindibile. Ma la sua memoria di lettore in questo caso coincide anche con quella del bambino e dell’adolescente e il ripetersi dell’incontro con le vicende dello “smemorato di Collegno” costruisce – proustianamente – una catena di ricordi dell’infanzia:

Ricordo con quale ansietà si aspettava in famiglia il Giornale di Sicilia: e prima si cercava, e si comunicava agli altri, la notizia relativa allo “smemorato di Collegno” […]. E ricordo anche le scommesse che sull’identità dello smemorato si accendevano nei “saloni” dei barbieri, nei circoli.

Gli ultimi e più importanti significati che emergono da questa indagine sono relativi alla fallacia e frammentarietà della memoria. Questa viene descritta nel suo essere innanzitutto una costruzione fittizia del singolo: costruzione nella quale vengono usati solamente alcuni ricordi, mentre altri vengono scartati o distorti per poterli adattare al proprio vantaggio momentaneo. È inevitabile pensare, infatti, che i nostri ricordi di un avvenimento siano falsati dalla distanza da esso o siano stati trattenuti in modo parziale a causa della prospettiva particolare che abbiamo assunto nell’assistere a un fatto e nel renderlo parte del nostro bagaglio di esperienze.

 

La memoria viene descritta da Sciascia come un teatro in cui, pirandellianamente, ognuno va in scena difendendo la propria verità (e la propria menzogna). Al lettore queste situazioni appaiono come un campo di battaglia, in cui si incontrano vero e falso, in un intreccio nel quale è sempre più difficile orientarsi. E proprio sul sottile crinale che separa questi due contendenti Sciascia conduce le sue indagini dedicate agli smemorati, seguendo tutti quegli indizi che lo portano a smascherarli come mentitori e cercando di ristabilire una verità condivisibile.

 

A questo punto torna inevitabilmente nella mente del lettore una battuta di Come tu mi vuoi di Pirandello, che Sciascia cita in più occasioni, in particolare nella pagina di apertura del Teatro della memoria:

Più di un disgraziato, dopo anni, è ritornato così – quasi senza più aspetto – irriconoscibile – senza più memoria – e sorelle, mogli, madri – madri – se lo son disputato! ‘È mio!’ ‘No, è mio!’ – Non perché sembrasse loro, no! – ma perché lo han creduto! Lo han voluto credere! E non c’è prove contrarie che tengano, quando si vuol credere!

Siamo nell’atto III e a parlare è L’Ignota, trasposizione femminile dello smemorato di Collegno e oggetto di contesa tra due famiglie. La protagonista del dramma sottolinea la componente soggettiva presente in ogni ricordo, che viene spesso modificato da ciò che vogliamo credere, dalle nostre necessità e dai nostri desideri. Citando in più occasioni questo dramma pirandelliano, Sciascia ricorda come solo la consapevolezza della soggettività della memoria ci può avvicinare, magari anche solo di poco, alla verità.

 

Bisogna infine chiedersi a quale Pirandello deve pensare il lettore che affronta il caso Bruneri-Canella, così come colui che legge l’analoga storia di Martin Guerre (La sentenza memorabile) o le vicende di Kaspar Hauser. A uno sguardo superficiale questi personaggi sembrerebbero privi non solo di memoria personale, ma anche di quella storica. In questo senso potrebbero rappresentare degli esempi perfetti dell’"uomo solo" pirandelliano: cioè dell’uomo che, come il Vitangelo Moscarda di Uno nessuno e centomila, decide di cancellare ogni traccia del suo passaggio sulla terra, ogni carattere che lo rende un individuo (o una maschera).

 

Sciascia, che alla figura dell’uomo solo ha dedicato alcuni dei suoi libri più belli e noti (su tutti il dittico composto dalla Scomparsa di Majorana, uscito nel 1975, e dall’Affaire Moro, del 1978), tiene a sottolineare come in realtà nei casi degli smemorati ci troviamo invece di fronte a delle imposture create per ingannare i contemporanei al fine di crearsi una nuova identità più "abitabile". Non siamo di fronte a un tentativo di fuoriuscita dal “gioco delle parti” o dalla gabbia delle identità, visto che ciò che fanno gli smemorati/impostori è restare intrappolati nella loro costruzione, accettandone volentieri tutte le conseguenze. In questo senso è più opportuno ricordare quindi, per i romanzi, il Pirandello de Il Fu Mattia Pascal; per le Maschere nude, invece, è Sciascia stesso a indicarci il confronto più adatto, l’Enrico IV, scrivendo:

E così come il personaggio senza nome di Pirandello si era adagiato in quello di Enrico IV di Germania, il nostro si era adagiato in quello del professor Canella: in parte già fissato, già storia; in parte – ma in coerenza a dati oggettivi e sentimentali già fissati, già storia – creato da un’immaginazione che a questo punto si potrebbe dire collettiva.

 

 

Per saperne di più:

Per approfondire lo studio critico di Sciascia si consigliano: Claude Ambroise, Invito alla lettura di Sciascia, Mursia, Milano 1990; Giuseppe Traina, In un destino di verità. Ipotesi su Sciascia, La Vita Felice, Milano 1999; Massimo Onofri, Sciascia, Einaudi, Torino 2002; Pietro Milone, Sciascia, memoria e destino: la musica dell’uomo solo tra Debenedetti, Calvino e Pasolini, Salvatore Sciascia, Caltanissetta 2011.

Image by Davide Mauro licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license via Wikimedia Commons

 


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