25 giugno 2018

La memoria oltre la morte: il Filista dell’epicureo Carneisco

di Silvio Di Cello

Nel decimo canto della Divina Commedia Dante si ritrova a vagare tra delle lugubri tombe scoperte. Alla domanda del Poeta incuriosito dal macabro spettacolo, Virgilio recita questi versi:

 

Suo cimitero da questa parte hanno

con Epicuro tutti suoi seguaci,

che l’anima col corpo morta fanno.

 

Nel sesto cerchio dell’Inferno sono infatti relegati gli eretici, coloro che rifiutano i dogmi della Chiesa, definiti per metonimia (la menzione della parte per il tutto) epicurei, per quanto impropriamente. Della realtà storica della filosofia epicurea durante il medioevo non era rimasto che un pallido ricordo, come questi versi manifestano. Ma chi erano veramente gli epicurei?

 

L’epicureismo era una corrente filosofica sviluppata da Epicuro di Samo, filosofo che fondò la sua scuola nel 306 a.C. ad Atene. Ispirandosi all’atomismo di Democrito, la filosofia epicurea dava un’interpretazione prettamente materialistica del mondo. L’atomo, unità minima che compone la materia, è sottoposto ad un continuo movimento: quando gli atomi si uniscono la materia si crea, e nasce la vita, mentre quando gli atomi si dividono essa si distrugge, ed indi si ha la morte. Questa filosofia viene condannata da Dante a causa della sua particolare dottrina, che nega l’immortalità dell’anima, in quanto anch’essa, secondo la filosofia, è composta da atomi, quindi sottoposta al deperimento. Tale prospettiva non poteva che suscitare sdegno in qualsiasi cristiano, per il quale l’immortalità dell’anima è l’assioma principale della dottrina: senza di essa ogni prospettiva ultraterrena sarebbe negata. Così come nel medioevo, anche nell’antichità questa filosofia era ritenuta abbastanza controversa, non soltanto per la sua forte focalizzazione sulla ricerca del piacere, ma anche per la teoria della mortalità dell’anima, che escludendo ogni fine escatologico della vita umana, rendeva l’uomo libero dalla paura degli dei e della morte stessa.

 

Alla svalutazione della propria morte, materialisticamente giudicata come assenza di percezione, a seguito della quale, dissoltasi l’anima, non esiste che il nulla, si aggiungeva nella dottrina epicurea un pari trattamento della morte dei congiunti, familiari ed amici: secondo l’epicureismo infatti il filosofo non deve compiangere la morte del compagno, ma anzi rallegrarsi del ricordo del tempo speso assieme e dell’esempio da questi tramandato. Al suddetto tema era dedicato il Filista, opera dell’epicureo Carneisco, dedicata ad un personaggio del giardino (in greco kēpos) di Epicuro. Il trattato, dedicato al compagno Zopiro, partiva dalla polemica contro l’opera del peripatetico Prassifane, incentrata sulla descrizione dell’amicizia. Egli ne evidenzia le contraddizioni e la superficialità con cui è stato affrontato l’argomento, contrapponendo a questo trattato l’esempio lasciato dal defunto Filista, modello di virtù. In questo trattato egli non mostra sconforto per la morte del sodale, ma descrive in termini positivi i valori mostrate in vita dalla filosofo: «Per cui vidi anche Filista dalla pubertà alla morte essere bellamente ornato di un tale ragionamente come anche non avere mai assunto, come si conviene, alcun vizio». Nessuna sofferenza segue la morte del congiunto, ma solo un piacere nel dolore.

 

Nonostante la frammentarietà del papiro che trasmette il Filista, si possono facilmente dedurre le critiche mosse da Carneisco a Prassifane. Secondo i peripatetici, che facevano capo al pensiero di Aristotele, l’amicizia raggiungeva il suo massimo grado quando fosse mirata all’attuazione e alla condivisione dell’attività teoretica, che si concretizzava nella virtù e nella filosofia. L’amicizia quindi non era che un mero mezzo per il raggiungimento dello stato più alto dell’uomo, in cui essa diviene una semplice piattaforma di diffusione della conoscenza. Invece per l’epicureismo l’amicizia era il modo in cui il filosofo, assieme ai suoi compagni, poteva riuscire ad esorcizzare le ansie e le paure della vita, al fine di raggiungere il piacere del vivere. Per Aristotele, e quindi per Prassifane, il saggio ha pochi amici, e non si affanna ad assumerne di nuovi, appagato dalla propria perfezione, mentre per Epicuro gli amici sono una continua fonte di gioia, nella quotidiana ricerca del piacere reciproco.

 

Questo atteggiamento suscitò scandalo: Seneca nella novantottesima delle Epistole a Lucilio e Plutarco nel trattato Contro gli epicurei reagirono con stupore al modo in cui gli epicurei predicavano questa dottrina. Seneca sosteneva che un tale comportamento non fosse realistico, mentre Plutarco che fosse addirittura un atteggiamento da stolti. Come si può pensare di riuscire a trarre della gioia dal lutto, il momento in cui più manifestatamente la stabilità dell’uomo è messa alla prova? Tale dottrina epicurea veniva tacciata di insensibilità nei confronti di una delle affezioni umane più devastanti, ovvero la perdita di una persona cara. L’apparente aporia logica presente nel ragionamento sembra piuttosto irrimediabile.

 

Tuttavia essi fraintendevano il vero significato del messaggio della dottrina. Epicuro non negava il forte impatto emotivo che il lutto ha su un individuo. Il superamento del timore della morte propria può essere forse intellettualmente più gestibile della perdita di una persona cara. Il dolore, in questo caso derivato dal lutto, incombe sempre sull’uomo come una spada di Damocle. Il filosofo epicureo ne è consapevole. Dunque l’unico modo per adempiere ai dettami epicurei, allontanando il dolore e cercando il piacere, è accettare la morte come un evento che non turba la condizione di felicità raggiunta dall’uomo tramite la virtù. Il dolore seguirà sempre la perdita, ma questa deve essere esorcizzata tramite la memoria. Il piacere dato dall’eredità lasciata dal compagno venuto a mancare è superiore rispetto alla morte: il bene sovrasta il male.

 

Tale innovativa teoria, benchè giudicata inconcepibile da un autore stoicizzante come Cicerone e uno accademico come Plutarco, non risulta tuttavia più paradossale dell’ideale di saggio stoico. L’apatheia (assenza di pathos, emozione) del saggio stoico, che nel cammino di perfezionamento della virtù rifiuta l’influenza di qualsiasi affezione, dalla sofferenza alla gioia, appare molto più innaturale della dottrina divulgata dall’epicureismo. Il saggio stoico dovrebbe negarsi a qualsiasi tipo di influenza del mondo esterno, chiudendosi nella propria autosufficienza. Il filosofo, confrontandosi con il lutto, dovrebbe reprimere qualsiasi reazione umana, per mantenersi saldo nella sua virtù, esente dalle passioni. Il saggio stoico ideale, confrontato con il modello epicureo, sembra inverosimile e inumano.

 

La dottrina dell’amicizia epicurea si distingue anche per lo spiccato disinteresse con cui i compagni intrattengono tra di loro relazioni. Riuniti tutti dalla ricerca del comune piacere del vivere, essi passano la loro vita in comunità, paghi del poco, trovando nell’amicizia stessa il fine della loro convivenza. Non importa lo stato economico o sociale, gli epicurei trovano la massima realizzazione della vita proprio nella comunità. Neanche la malattia e l’anzianità, elementi che secondo Aristotele potevano pregiudicare il rapporto di amicizia tra due individui, frenano gli epicurei, poiché, come dimostra la vita di Filista e dello stesso Epicuro, essi hanno mantenuto, e anzi rinforzato il loro rapporto con i soldali proprio durante queste avversità.

 

Molto oggi si potrebbe imparare dal modello epicureo. Più che mai di questi tempi, in una società dominata dal mito della gioventù e della bellezza, in cui i segni della vecchiaia sono ostinatamente occultati e la manifestazione del lutto è diventato il più grande tabù, bisognerebbe fare tesoro del modello fornito da Carneisco nel suo Filista. La morte, per quanto sia difficile, dovrebbe essere accettata come un evento ineluttabile ma al contempo naturale, che non interrompe il percorso individuale dell’uomo se esso è stato sviluppato all’insegna della virtù. Inoltre l’accettazione di un lutto di una persona cara, sempre secondo i dettami epicurei, dovrebbe essere addolcita da una mutazione di prospettiva. È inutile affliggersi per la scomparsa di qualcuno, o interrogarsi invano sulle ragioni. Meglio gioire per aver avuto la possibilità di aver condiviso delle esperienze con la persona che ci abbandona, e godere del ricordo che rimane della porzione di vita passata assieme. Il modo migliore per superare il lutto è ricordare quanto di bello c’è stato nella condivisione di dolori e di sorrisi con i nostri compagni di vita.

 

 

Per saperne di più:

Per informazioni sul Filista di Carneisco si consiglia la lettura dell’edizione curata da Capasso (Il secondo libro del Filista, Napoli, Bibliopolis, 1998. Per la dottrina epicurea riguardante la morte invece Facing death, Epicurus and his critics, un volume di James Warren (Cambridge, Cambridge University Press, 2004), supportato dalla bibliografia ivi riportata.

 

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