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7 febbraio 2018

La nascita del Sé, un ponte tra l’intrapsichico e l’interpersonale

di Rachele Zagari

L’identità, potremmo dire, è qualcosa che nasce e si muove con noi. È sicuramente qualcosa da cui è impossibile separarsi: neanche il buon Mattia Pascal, pur cogliendo l’occasione di essere morto, riuscì mai a disfarsene. Il suo riflesso ci segue come un’ombra, a volte si piega, si nasconde, ma mai si stacca, annidata com’è nel nostro Io più profondo.

La nascita dell’identità, o del Sé, ha radici molto lontane: tali che, paradossalmente, sembrerebbe ben più facile dire «da dove veniamo», tracciando una genealogia fino ai nostri antenati più lontani, anziché definire «chi siamo». Da sempre terreno di ampio dibattito tra le varie correnti psicologiche, il problema della definizione dell’identità ha dato luogo a numerosissime controversie, non sempre superate.  Tra i contributi più significativi si colloca quello di Daniel Stern, la cui teoria sulla «genealogia del Sé» ha rivoluzionato il modo in cui il «processo di soggettivazione» veniva concepito. Ma prima di addentrarci nel suo modello di sviluppo, occorre fare un piccolo passo indietro e vedere come esso si sia evoluto — in un certo senso contrapponendosi — alla lettura proposta da Margaret Mahler, per la quale nascita biologica e psicologica non coincidono.  Mentre la nascita biologica, infatti, è un evento discreto ed osservabile, quella psicologica si snoda lentamente attraverso un continuo processo il cui punto di partenza è uno stato di «autismo normale» , caratterizzato dalla totale chiusura al mondo esterno. Esso può essere considerato un prolungamento della vita nell’utero della madre, dalla quale gradualmente il neonato si allontana, ma da cui resta indifferenziato nella totale fusione con la figura materna: essa è insieme il suo orizzonte e il suo confine.  Questa fase, cosiddetta « simbiotica», a partire dai 5 mesi lascia il posto ad un’altra, decisamente più complessa, nota come fase di « s eparazione-individuazione» , nella quale il piccolo si scopre diverso rispetto alla madre, e inizia la sua sperimentazione del mondo . Ma proprio per il suo elevato grado di discontinuità, questo stadio, che alterna momenti di esplorazione e di riavvicinamento, richiede ad entrambi i partner sempre maggiori sforzi di sintonia, nel tentativo di ritrovarsi e di riadattarsi reciprocamente. Ciò rende questa fase quella a più alto rischio di malfunzionamento. Carenze nelle fasi precedenti, invece, sono tipiche di madri che presentano disturbi radicati: queste hanno in genere esiti maggiormente infausti, ma sono anche più rare.

A questa concezione, che vede il bambino inizialmente incapace di elaborare risposte nei confronti del mondo esterno, si contrappone quella di «costruzione continua» proposta da Stern, per il quale il bambino non è mai un sistema chiuso: egli, infatti, è inserito fin da subito in un contesto relazionale. Per rifarci alla definizione di Stern, allora, il Sé tesse con coerenza e continuità l’esperienza dell’individuo, integrando percezione, affetti, motivazioni, e rappresentazioni: il processo di costruzione dell’identità non avviene mai in isolamento rispetto a tutte le altre esperienze relazionali dell’individuo.  Tale integrazione, che avviene per opera di una «danza interattiva» tra madre e figlio, produce comportamenti che seguono un modello costituito da scambi ripetitivi e prevedibili: questi sono punti fermi per lo sviluppo del bambino. Essi forniscono la possibilità di organizzare l’esperienza sulla base di costanti, dando luogo ad un repertorio di base a cui poter ricorrere, ma da cui poter anche via via astrarre.

L’autore individua dunque vari «sensi del Sé», i quali non sono stadi che si susseguono sequenzialmente ma, pur insorgendo in momenti successivi, operano simultaneamente per tutto il corso della vita dell’individuo.

Il primo tipo è «senso del Sé emergente», che si colloca nei primi due mesi di vita, e rispecchia l’innata capacità di stabilire connessioni, integrare e organizzare l’esperienza.

Ad esso segue il «senso del Sé nucleare», che fa la sua comparsa tra i 2 e i 6 mesi. Il bambino diventa in grado di percepire sé stesso come autore delle proprie azioni, ne prevede le conseguenze e stabilisce i primi nessi di causalità. L’esperienza vissuta viene così integrata attraverso una memoria «senza parole», non consapevole, ma di cui fanno parte l’asse motorio, sensoriale e affettivo.

In seguito, il «senso del Sé soggettivo», che si instaura tra i 7 e i 15 mesi, si caratterizza per la possibilità di condividere le esperienze personali con gli altri. Tipico di questo periodo è il pointing , ovvero il puntare il dito per richiamare l’attenzione verso un terzo, inizialmente quasi sempre un oggetto.

Importante a questa età è anche il riferimento sociale: nei casi di incertezza, il bambino si serve delle reazioni emotive della madre per regolare le proprie. Questo passaggio, in particolare, implica nel bambino la coscienza di una mente separata dalla propria, con contenuti che possono essere simili o diversi dai suoi. Ci avviciniamo così al concetto di «sintonizzazione», una profonda unione nella quale i membri condividono lo stesso stato affettivo.

Tra i 15 e i 18 mesi, poi, il bambino comincia a essere consapevole di sé in senso autoriflessivo, si guarda allo specchio e ne riconosce l’immagine: la rivoluzione di quest’epoca è l’accesso al mondo simbolico, compreso il linguaggio. Al «senso del Sé verbale», poi, subentra lentamente una fase di perfezionamento linguistico, che permette tra i 3 e i 4 anni di narrare in senso autobiografico la propria storia: ecco che nasce il «Sé narrativo».

La memoria autobiografica, dunque, si fonda sui cosiddetti «processi autonoetici», letteralmente di “conoscenza di sé stessi”: da ciò, inoltre, deriva la capacità di fare «viaggi mentali nel tempo», ossia proiezioni di sé in un dato momento passato, presente o futuro.

Per quanto riguarda l’aspetto psicofisiologico, inoltre, gli studi sembrano confermare uno stretto nesso tra coscienza e memoria; quest’ultima sarebbe analoga a quella necessaria per l’esperienza conscia.  Già Vygotskij, nel 1934, aveva intuito che nel momento in cui un bambino interiorizza le proprie esperienze con i genitori «si crea pensiero». Ricostruire gli eventi vissuti assieme ad un adulto, infatti, permette poi di narrarli a se stessi: gli eventi entrerebbero così a far parte del mondo psichico. I suoi studi, infatti, furono tesi a mostrare come processi tipicamente privati – quali l’autoriflessione e linguaggio interiore – abbiano in realtà un’origine relazionale, e quindi esterna.

Anche le ricerche neuroscientifiche più all’avanguardia confermano che sia la struttura che le funzioni del cervello sono plasmate dall’esperienza, e la memoria altro non è che una serie di cambiamenti di connessioni neuronali, che modificano le modalità con cui il cervello risponde agli stimoli ambientali.

Una fotografia di ciò che avviene quando tali meccanismi non interagiscono in armonia sono i «Disturbi Dissociativi dell’Identità». Durante lo stato dissociativo, infatti, l’integrazione degli stimoli che normalmente dà luogo al fluire della coscienza, si interrompe momentaneamente. In realtà, sperimentare lievi fenomeni di distacco dal mondo reale non costituisce affatto un indice di patologia: sognare ad occhi aperti o “perdersi” nella lettura di un romanzo sono fenomeni del tutto normali che, proprio per il loro carattere di transitorietà, permettono in ogni momento di “tornare alla realtà”, senza per questo perdere il sentimento di vicinanza e di «identificazione» con i personaggi. All’estremo morboso troviamo, però, il collasso delle funzioni integrative dell’Io.

Due degli elementi che distinguono questo stato, e che vanno quasi sempre di pari passo, sono: da una parte il distacco  – ovvero una separazione del soggetto dalle sue emozioni, dal suo corpo, dal suo senso di sé – e dall’altra la compartimentazione , ovvero l’unione di contenuti mentali conflittuali, che irrompono improvvisamente e si esprimono secondo i sintomi tipici degli stati dissociativi.

Un tratto comune a questi disturbi, poi, è che sono spesso causati da traumi. Il trauma è dato dalla violenza di un evento che infrange la nostra barriera protettiva di norma preposta ad “assorbire” e “neutralizzare” gli stimoli dolorosi. La portata traumatica di un evento, allora, dipende in larga misura dalla possibilità del soggetto di attingere a risorse valide, e non sempre può essere misurata oggettivamente.

Già Janet sosteneva che il trauma frammenta e disorganizza le attività psichiche, creando idee fisse subconsce che, separate dalla coscienza, ne altererebbero il funzionamento. Le memorie traumatiche, così, formando vere e proprie personalità secondarie, riemergerebbero in modo intenso e improvviso. Secondo le scoperte neurobiologiche dell’ultimo decennio, invece, la dissociazione rifletterebbe l’incapacità dell’emisfero destro del cervello di elaborare – simultaneamente – le informazioni che vengono dall’esterno e quelle che vengono dall’interno.

In realtà, però, se ci fermassimo alla considerazione dei singoli eventi traumatici, non andremmo molto oltre rispetto ai cosiddetti «Disturbi post-traumatici da stress». I traumi cumulativi-relazionali sono al contrario più insidiosi e striscianti, spesso espressione di abusi all’interno delle mura domestiche. Essi, infatti, sono ancor più dannosi in quanto messi in atto da coloro che dovrebbero offrire cura e protezione, e da cui il soggetto dipende emotivamente.

Chi sperimenta stili di attaccamento di tipo minaccioso risulta essere maggiormente vulnerabile allo sviluppo di stati di dissociazione dell’identità: ciò è testimonianza del fatto che modalità relazionali confuse e disorientanti portano allo sviluppo di un Sé frammentario e sconnesso. Questo tipo di abuso, poiché comporta il dover interagire con una figura di accudimento che suscita paura, richiama i cosiddetti «paradossi irrisolvibili», i quali mettono il piccolo di fronte a impulsi fortemente contrastanti – in questo caso, il bisogno di avvicinarsi al genitore e il desiderio di fuggirvi. Ma non avendo la possibilità di né di lottare né fuggire egli resta intrappolato in un labirinto senza uscita.

Questi processi dimostrano, dunque, come la costruzione dell’identità sembri avvenire su due versanti: l’ intrapsichico e l ’interpresonale - mai del tutto prescindibili l’uno dall’altro, e sempre comunicanti.

 

 

Per saperne di più

Di seguito tre titoli utili ad approfondire l'argomento: Stern D., Il mondo interpersonale del bambino, Bollati Boringhieri, Torino, 2000; Lingiardi V., Gazzillo F., La personalità e i suoi disturbi, Cortina Editore, Milano, 2014; Siegel D. J., La mente relazionale. Neurobiologia dell'esperienza interpersonale, Cortina Editore, Milano, 2013.


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