5 febbraio 2018

La costruzione dell’identità tra filosofia e neuroscienze (parte prima)

di Luigi Francesco Saccaro

Con la stessa eleganza con cui la matematica talvolta anticipa la fisica, le teorie filosofiche possono trovare parziale conferma nelle neuroscienze: si può dunque delineare uno di questi paralleli sul tema dell’identità, affrontato sia dagli esperimenti del neuroscienziato Gazzaniga che dalla filosofia di Nietzsche e Taylor, pur tenendo in considerazione l’enormità di fonti che costellano l’argomento.

 

 

Il concetto di identità racchiude in sé molteplici sfaccettature difficilmente distinguibili. Per alcuni, fra cui Nietzsche, essa è suddivisibile nei concetti di uguaglianza e permanenza. Se un tale, che si è allontanato da due giocatori di scacchi, torna chiedendo loro se stiano ancora giocando la stessa partita, si può intendere la sua domanda in due modi. Può riguardare l’identità come permanenza se egli chiede se i due hanno continuato la medesima partita, che perciò non è ancora finita. Può però riguardare l’identità come uguaglianza se domanda se i due giocatori stiano ripetendo la partita, mossa per mossa, dopo averla finita, e se dunque stiano di fatto giocando la stessa identica partita. L’identità, almeno per quanto riguarda quella del singolo essere umano, è comunemente intesa come permanenza, ovvero continuità di coscienza e memoria. Questo è il tipo di identità a cui si fa riferimento anche quotidianamente, nel riferirsi a un soggetto, e che corrisponde all’unità e alla coerenza, a livello neurobiologico, di tutte le funzioni cerebrali.

 

 

Secondo il neuroscienziato Michael S. Gazzaniga, quest’identità è costruita da una precisa funzione cerebrale localizzata nell’emisfero sinistro, che astrae e dà un senso soggettivo alle informazioni oggettive, casuali e disordinate, elaborate dall’emisfero destro. Questa funzione è definita «interprete» e agisce sulle informazioni provenienti sia dal mondo esterno che dal resto del cervello e del corpo. L’interprete può per esempio trovare una periodicità in una sequenza di numeri che vediamo, ma anche spiegare perché ci sentiamo agitati, arrabbiati o perché abbiamo agito in un certo modo in una data situazione.

 

 

Come spesso accade, il dramma della patologia offre preziose informazioni sulla fisiologia. In questo caso, pazienti epilettici hanno permesso di ipotizzare come può agire la funzione interprete e quali implicazioni ne originano. Per isolare la diffusione delle crisi epilettiche una scelta terapeutica estrema può essere la callosotomia, ovvero la resezione (parziale o totale) del corpo calloso. Essendo questo la principale via di connessione tra la corteccia dei due emisferi, se viene sezionato riduce notevolmente la comunicazione interemisferica: una situazione definita come «split-brain».

Uno storico esperimento, riportato da Gazzaniga, è quello del paesaggio innevato e dell’artiglio di un gallo (Fig. 1).

Figura 1: Elaborazione dicotomica delle informazioni visive in un paziente split-brain

Queste due immagini vengono mostrate ad un paziente split-brain in modo che l’emisfero destro registri solo la prima, e il sinistro unicamente la seconda. Ciò è possibile perché in tali pazienti il campo visivo destro proietta esclusivamente all’emisfero sinistro e viceversa, mancando comunicazione tra i due emisferi.

 

 

Successivamente il paziente sceglie un’immagine con ogni mano. La mano destra è controllata dall’emisfero sinistro: dato che questo ha registrato l’informazione «artiglio di gallo» l’immagine scelta sarà quella di un gallo. Analogamente, la mano sinistra sceglierà una pala, che si collega al paesaggio innevato “visto” dall’emisfero destro.

Dunque, è evidente che nei due emisferi avvengono elaborazioni parallele degli stimoli, che, in condizioni fisiologiche, vengono integrate grazie al corpo calloso. Se questo manca, i due emisferi diventano due unità quasi indipendenti.

 

 

L’aspetto più sconvolgente di questi esperimenti, però, è il fatto che ci permettono di vedere l’interprete in azione. Noi sappiamo che il paziente ha scelto le due immagini perché ha visto due figure ad esse collegate. Il paziente però crede di aver visto solo la zampa di gallo, perché questa è l’unica immagine giunta al suo emisfero sinistro, dove è localizzato l’interprete. Il paziente è anche cosciente del fatto che la sua mano sinistra ha scelto una pala, ma non sa che l’ha fatto sotto lo stimolo del paesaggio innevato. Infatti, a causa della callosotomia il suo interprete non ha accesso alle informazioni elaborate dall’emisfero destro. Quando al paziente viene chiesto di spiegare perché ha scelto le due immagini (il gallo e la pala), egli risponde in totale sincerità: «Beh, è ovvio, la zampa di gallo va con il gallo, e la pala serve per pulire la sua gabbia». L’interprete, per mantenere l’illusione di un’identità unica, anche quando questa è di fatto divisa in due, inventa spiegazioni che giustifichino le azioni scoordinate del soggetto.

 

 

Se all’emisfero sinistro non viene dato alcuno stimolo, come nel caso in cui la parola «faccia» è presentata solo all’emisfero destro, il paziente disegna una faccia con la mano sinistra, controllata proprio dall'emisfero che ha visto la parola. Non sa però spiegare perché ha disegnato una faccia, dato che il linguaggio e l’interprete risiedono nell’emisfero sinistro, che non ha ricevuto alcuna informazione visiva. «Troppe medicine, mi fanno sentire drogato», risponde il paziente se interpellato, nell’incapacità di spiegare le azioni eseguite sotto gli ordini di quella che dovrebbe essere la sua identità unitaria.

 

 

Questi esperimenti ci possono illuminare su ciò che avviene quotidianamente anche nei soggetti sani. Per esempio, l’agitazione dovuta ad una piccola iniezione di adrenalina viene spiegata in modo diverso da individui sani in diverse condizioni. Se questi conoscono il contenuto dell’iniezione chiaramente le attribuiscono l’eccitazione che percepiscono. Se non sanno cosa hanno assunto e viene loro presentato un soggetto arrabbiato dicono di essere agitati perché questa persona li irrita e li fa arrabbiare. Al contrario, se viene loro presentata una persona euforica attribuiscono l’agitazione, sempre dovuta all’iniezione, all’euforia trasmessa loro da questa persona.

 

 

Se ha ragione Gazzaniga e non i suoi detrattori, le spiegazioni e le cause che attribuiamo alle nostre azioni potrebbero non esser altro che epifenomeni: spiegazioni inventate e più o meno veritiere, costruite a posteriori dall’interprete nel nostro emisfero sinistro. Perché si è sviluppata una funzione cerebrale che essenzialmente sembra creare un’identità e delle spiegazioni fittizie? Si possono formulare diverse ipotesi. Evolutivamente è utile registrare con oggettività gli eventi casuali che si verificano attorno a noi (prevalentemente tramite l’emisfero destro), ma è altrettanto importante trovare un senso nascosto e soggettivo tra le molte informazioni (grazie all’interprete sinistro).

 

Photo by lounisproduction on Pixabay (CC0 Creartive Commons)

 


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