23 febbraio 2018

Sono i ricordi a definire chi siamo?

di Francesco Bertelli

«Ich habe mich verloren»  - Ho perso me stessa - sono le poche parole che ripeté ossessivamente Auguste Deter quando il dottor Alois Alzheimer, che la aveva in cura, le chiese di scrivere il proprio nome. Nata a Kassel (Germania) nel 1850, cominciò a mostrare problemi di perdita di memoria, insonnia e psicosi verso i cinquant’anni. Il marito, non potendola accudire, la fece ricoverare in un manicomio a Francoforte nel 1901, dove fu presa in cura dal dottor Alzheimer, che per primo descrisse e battezzò la patologia che, di lì a pochi anni, avrebbe assunto i caratteri di una vera e propria epidemia, diventando fonte di grande inquietudine nelle generazioni successive.

 

 

D’altronde, che cosa ci può essere di a noi più caro del nostro io? E di conseguenza, cosa può essere più spaventoso della prospettiva di perderlo? Noi stessi, la nostra personalità e identità sono la piccola barca con cui percorriamo il fiume dei nostri giorni, e i nostri ricordi ed esperienze sono, ad un tempo, bagaglio e veicolo.

 

 

Definire precisamente il concetto di identità è compito assai arduo. Il termine «identico» è usualmente utilizzato per descrivere un oggetto così simile ad un altro da risultare virtualmente indistinguibile e, con lo stesso significato, il termine «identità» è utilizzato in ambito matematico e logico per denominare un’equazione che contiene la stessa espressione ad entrambi i lati dell’uguale. Potremmo ragionare alla rovescia e definire l’identità negativamente come l’insieme di caratteristiche che permettono di distinguere un ente da un altro, ma questo, perlomeno in un essere umano, porta a interrogarsi sul problema di capire quali siano queste caratteristiche e come il soggetto percepisca se stesso, visto che l’identità è un concetto tipicamente soggettivo. Molti pensatori si sono cimentati in questa sfida, alcuni, come Pirandello, ne fecero addirittura il tema portante della loro produzione artistica. La scelta non fu affatto casuale: la moglie di Pirandello era infatti affetta da gravi disturbi psichiatrici che la portarono ad essere ricoverata e a terminare i suoi giorni in un manicomio, proprio come Auguste. In ambito psicologico, infine, è da tempo assodato il concetto di coscienza di sé, che può essere intuitivamente reso come la risposta che ognuno di noi dà alla domanda: «Chi sono io?».

 

 

La memoria è, invece, la capacità di fissare e richiamare alla mente informazioni a livello cosciente, ma comprende anche l’apprendimento di abilità e schemi mentali ed è fondamentale per il processo di crescita intellettuale e per la formazione della coscienza e della psiche individuale. Non è assurdo sostenere che la grande intelligenza che contraddistingue la nostra specie non sarebbe possibile senza un lungo periodo di apprendimento associato ad una grande plasticità mentale, ovvero l’infanzia, che spiega d’altronde la maturità relativamente tarda rispetto ad altri mammiferi. L’apprendimento è direttamente implicato nella costruzione, o meglio selezione, di quell’insieme di schemi e reti neurali responsabile del processamento delle informazioni e quindi del comportamento individuale, la cosiddetta forma mentis, e avviene in massima parte a livello inconscio, come dimostrato dal fatto che i periodi di maggior plasticità sono anche quelli con meno ricordi.

 

 

Nel caso A.D., citato in apertura, la donna fu affetta da quella che oggi definiremmo malattia di Alzheimer ad insorgenza precoce. La sintomatologia era tipica: alla perdita di memoria (amnesia) prima anterograda e poi anche retrograda si associarono presto disturbi del sonno, depressione, episodi psicotici (il marito riferì che spesso urlava per ore nel cuore della notte), disorientamento spaziale e temporale. Per amnesia anterograda si intende un disturbo della fissazione dei ricordi e quindi una perdita delle memorie successive all’instaurarsi della stessa, mentre l’amnesia retrograda è una perdita dei ricordi precedenti ed è dovuta ad un difetto dei circuiti di mantenimento. Negli ultimi tempi del ricovero, giunta allo stadio terminale, il declino cognitivo proseguì fino ad una franca demenza e alla perdita completa di autosufficienza e Auguste si spense l’8 aprile del 1906 a causa di un’infezione cutanea provocata dall’allettamento obbligato. Il dottor Alzheimer effettuò un accurato esame post mortem sull’encefalo della donna, trovandovi le alterazioni tipiche della malattia, ossia accumuli intra ed extracellulari di materiale proteico. Questi accumuli, la cui composizione è ancora oggi fervente materia di indagine nonostante gli importanti passi in avanti della ricerca in tale ambito, interferiscono con il funzionamento dei singoli neuroni inducendo in un primo momento sofferenza cellulare, e in un secondo tempo portando alla morte delle cellule neuronali e all’importante perdita di tessuto nervoso che ne consegue, la cosiddetta atrofia cerebrale. Non è raro trovare in pazienti in stadio avanzato un cervello avvizzito e rimpicciolito, con solchi profondi e larghi ( shrinked brain ). La diagnosi solitamente è precoce perché i sintomi di esordio sono colti facilmente dai familiari e, essendo riferita a un paziente ancora consapevole e avendo una prognosi sempre infausta, provoca spesso un'iniziale depressione.  Nessuna terapia infatti si è finora dimostrata efficace nel prevenire o trattare la malattia, che nel 95% dei casi è imprevedibile e di causa ignota (idiopatica). Fa eccezione un ristretto numero di casi ereditari, dovuti a mutazioni di particolari geni coinvolti nel processamento delle proteine, come presenilina 1 e 2 e APP, caratterizzati da una insorgenza precoce (prima dei 65 anni) e un decorso rapido e aggressivo. Come è stato stabilito da un’analisi effettuata nel 2012, Auguste aveva in effetti una mutazione del gene codificante la proteina presenilina 1.

 

 

Un paziente in stadio avanzato di malattia non riconosce i suoi parenti prossimi, né gli infermieri che lo accudiscono ogni giorno e non è in grado di ricordare il proprio nome né di riconoscersi in uno specchio, si ha quindi la perdita completa dell’identità personale, anche se ciò non è esclusivamente imputabile ai problemi di memoria.

 

Schema di cervello umano, vista frontale, photo by Clker-Free-Vector-Images on Pixabay (https://pixabay.com/it/cervello-diagramma-medico-biologia-40356/)

Il secondo caso clinico in esame è noto a ogni studente di neuroscienze, perché da solo ha permesso di fare enormi passi avanti nella comprensione dei meccanismi cerebrali della memoria. Henry Molaison, nato Brooklyn nel 1926, dopo un’infanzia relativamente normale sviluppò una grave forma di epilessia, non trattabile con farmaci, che ne peggiorava la qualità della vita in modo intollerabile, inducendo importanti crisi convulsive fino a 11 volte al giorno. Pare che l’evento scatenante fosse stato una caduta in bicicletta all’età di 9 anni, nella quale riportò un trauma cranico e delle lesioni cerebrali. L’epilessia di cui soffriva Henry era di tipo focale, quindi le sue crisi nascevano in regioni ben precise dell’encefalo e si diramavano successivamente, inducendo le potenti scariche sincronizzate tipiche di questo disturbo.

 

 

Il dottor William Scoville, un intraprendente neurochirurgo dell’Hartford Hospital, propose quindi un trattamento chirurgico, con asportazione completa e radicale dei foci epilettici. Così ad Henry nel 1953 furono rimossi gran parte dei lobi temporali mediali, nonché strutture vicine come le formazioni dell’ippocampo e i nuclei amigdaloidei, sebbene la morfologia precisa della lesione sia stata determinata solo negli anni 90’ grazie a studi di imaging. Queste strutture sono coinvolte essenzialmente nella formazione delle memorie e non nel loro immagazzinamento e ciò spiega il disturbo che Henry manifestò immediatamente dopo il risveglio: un’amnesia anterograda pressoché completa. Ricordava quasi perfettamente ogni evento della sua vita precedente l’intervento, mostrando quindi che le strutture rimosse non erano implicate nello stoccaggio e richiamo di memorie già consolidate, a differenza della Deter, la cui amnesia era sia anterograda che retrograda a causa della diffusa perdita di materia cerebrale.

 

 

Tuttavia, non riusciva a ricordare niente di successivo all’intervento e dovette quindi ricorrere ad alcuni espedienti pratici per vivere, come l’utilizzo di un’infinità di bigliettini e memorandum che scriveva e leggeva in continuazione evitando il continuo e inevitabile reset. Un altro espediente era quello di continuare a ripetere mentalmente un’informazione, evitandone la perdita, con l’inconveniente della scarsa quantità di informazioni preservabili e della grande fatica mentale. Per i cinquant’anni successivi visse così, con un memory life span di 10-15 minuti, ma sempre allegro e circondato da gente per lui sempre nuova, non potendo ricordare il nome o il volto di nessuno, nemmeno il proprio. Ogni mattina, infatti, osservarsi allo specchio era per lui un’esperienza bizzarra e a chi gli chiedeva cosa pensasse in quel momento rispondeva sempre: «non sono più un ragazzo», perché il volto che ricordava era infatti ancora quello di un ventenne.

 

 

La sua storia, senza dubbio eccezionale, suggerisce un'altra importante sfumatura del rapporto fra memoria e identità. Quest’ultima, essendo indissolubilmente legata ai ricordi, per Henry rimase cristallizzata per sempre al periodo prima dell’operazione: si stupiva di non vedere più un giovanotto allo specchio perché si sentiva ancora tale. Del resto, perché non avrebbe dovuto? Bloccare la formazione di memorie non è diverso dal fermare il tempo: per lui era sempre il 1953, aveva sempre 27 anni e i suoi genitori erano sempre vivi. Una storia tanto particolare e affascinante non poteva non ispirare molteplici opere d’arte, come il film Memento di Christopher Nolan, il cui protagonista per l’intero lungometraggio combatte contro una completa amnesia anterograda tatuandosi il corpo con messaggi rivolti a sé stesso cercando di completare un puzzle che viene però rimescolato in continuazione.

 

 

Cervello umano, vista laterale, photo by OpenClipart-Vectors on Pixabay (https://pixabay.com/it/cervello-cervello-etichettato-2026346/)

La formazione dell’ippocampo, che fu danneggiata in entrambi gli emisferi cerebrali nel caso H.M., è una struttura chiave del sistema limbico, una complessa struttura situata attorno al centro dell’encefalo dotata di molte funzioni, in particolare la gestione delle emozioni, del comportamento istintivo e dell’apprendimento. È ormai assodato che nuove informazioni non vengono apprese tramite la formazione di nuove sinapsi (o perlomeno questo avviene in maniera trascurabile), bensì tramite la modulazione di quelle già esistenti. Questa modulazione avviene tramite il loro utilizzo continuo e ripetuto, in maniera del tutto simile ad un muscolo che, se utilizzato, si ingrossa e potenzia. Un’informazione, per essere stoccata, deve quindi essere ripetuta numerose volte, e tale compito è svolto da un loop circolare noto come circuito del Papez, che coinvolge proprio il sistema limbico. La sua interruzione impedisce il consolidamento delle memorie, mentre ne lascia inalterata la conservazione a breve termine, dovuta a circuiti differenti.

 

 

I due affascinanti esempi che sono stati descritti consentono interessanti speculazioni di natura esistenziale ed etica: se davvero l’identità di un soggetto dipende così intimamente dai suoi ricordi, è possibile modificare questi ultimi al fine di alterarla? I parallelismi fra identità e memoria sono numerosi: sono entrambe dinamiche, evolvono nel tempo, si formano per la maggior parte in giovane età e un danno della seconda interessa quasi sempre anche la prima. In ultimo, come si è cercato di mostrare tramite i casi di A.D. e H.M., esse sono intimamente legate, dal momento che i ricordi sono direttamente responsabili di quello che un soggetto pensa o può riferire di se stesso. Questa stretta implicazione vale peraltro anche in situazioni apparentemente scollegate: è noto, difatti, che un grave disturbo psichiatrico relativo all’identità, quale il disturbo di personalità multipla, sia quasi sempre collegato a stress intenso o gravi traumi antecedenti, tipicamente abusi subiti durante l’infanzia. Le memorie possono essere tanto dolorose per l’individuo da spingere l’inconscio a partorire un’identità alternativa e le considerazioni fin qui riportate suggerirebbero una giustificata terapia basata sulla rimozione selettiva dei ricordi traumatici. Se davvero, come tutto ciò sembrerebbe mostrare, la memoria svolge un ruolo tanto essenziale nell’elaborazione della coscienza di sé, allora non è troppo azzardato affermare che siamo, in fondo, ciò che ricordiamo, nel bene e nel male.

 

 

Per saperne di più

La Federazione Alzheimer Italia ha un'apposita pagina ricca di titoli.

 

 

Cover photo by geralt on Pixabay (CC0 Creative Commons)

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