29 giugno 2018

La malattia di Alzheimer e la necessità della memoria

di Rosalia Giuga

 

Questo articolo nasce da un’esperienza personale. Nel 2010, a mia nonna fu diagnosticata una forma di demenza senile tipo Alzheimer. Oggi, il neurologo dice che è giunta alla terza fase della malattia, quella di totale dipendenza dagli altri e di perdita di buona parte delle risorse cognitive (linguaggio, cognizione spaziale, comportamento, comprensione, capacità di lettura e scrittura, calcolo, giudizio, pensiero astratto ecc.).

Scrivo dunque di quanto ho scoperto sull’Alzheimer e sul suo modo di attaccare la mente dell’individuo e spogliarlo di sé, giorno dopo giorno.

La malattia di Alzheimer fu descritta per la prima volta nel 1907 da Alois Alzheimer come una forma di demenza presenile. Oggi è una delle forme di demenza diagnosticata più frequentemente, fenomeno riconducibile al processo di invecchiamento della popolazione mondiale e all’aumento della speranza di vita. Tale malattia è definita demenza poiché, per quanto intacchi le facoltà cognitive, sono le risorse relative alla memoria ad essere distrutte progressivamente – e a portare, in un periodo più o meno lungo, alla demenza e alla morte.

Riconoscere la presenza della malattia è una delle sfide più insidiose per i familiari del paziente. Sovente, nella prima fase della malattia, quella delle prime avvisaglie, i cari della persona affetta dal morbo non si preoccupano davanti alle défaillance s che il soggetto compie, giustificandole in relazione alla sua età. È possibile, infatti, che un individuo di età avanzata racconti più volte la stessa storia, ripeta le stesse domande, dimentichi il posto in cui ha conservato gli oggetti o chiami un oggetto con un nome diverso dal suo. Il maggiore “campanello d’allarme”, tuttavia, è individuabile nella frequenza e nella ripetizione con cui l’individuo compie tali azioni. Ricordo che decidemmo di portare mia nonna per la prima volta da un neurologo quando l’azione di cucire senza un’apparente logica (mia nonna nella sua vita aveva cucito centinaia di abiti), sbagliare le sequenze di base della cottura di alcuni cibi o perdere sistematicamente le chiavi di casa diventarono un fenomeno preoccupante e reiterato.

Inizialmente nei malati d’Alzheimer scatta un “meccanismo di autodifesa” tramite il quale cercano di mascherare le loro dimenticanze, spesso per paura di scoprire la verità sulla loro condizione, ricorrendo a perifrasi o inventando di sana pianta.

Ne Il senso della memoria , gli studiosi Jean-Yves e Marc Tadié illustrano come gli studi dell’anatomia patologica di questa malattia individuino come elemento base l’ atrofia e la morte dei neuroni, con l’accumulo di placche e il deposito di una proteina anormale nel cervello. Le anomalie si localizzano nella regione dell’ippocampo, nelle strutture cerebrali di connessione della memoria, indispensabili per la memoria a lungo termine e di fondamentale importanza nella vita affettiva dell’individuo. L’aspetto più grave della malattia risiede nel fatto che danneggi l’attività sinaptica tra le aree di associazione che collegano percezione, memorizzazione e soprattutto azione.

Una volta condotto dal neurologo, il paziente viene sottoposto ad una serie di test psicologici che attestano la presenza della malattia e rilevano la specificità del morbo d’Alzheimer rispetto ad una possibile riduzione delle capacità mnemoniche propria della terza età. Tra i test per inquadrare la malattia sembrano particolarmente efficaci il Ray Auditory Verbal Learning Test e quello di controllo mentale della scala di Wescheler . I pazienti possono, inoltre, essere sottoposti ad una risonanza magnetica nucleare (RMN) che mostra una riduzione dell’ippocampo o ad un’analisi spettrale con la risonanza magnetica ad emissione di positroni (PET-scan).

La memoria, una delle capacità maggiormente danneggiate dalla malattia, si può considerare articolata in quattro fasi: acquisizione e codifica di informazioni, conservazione, trasformazione ed espressione. Come spiega la neurologa Costanza Papagno in Come funziona la memoria , essa non rappresenta un sistema unitario, ma è costituita da una serie di sottoinsiemi distinti secondo le funzioni che svolgono ed in relazione alle strutture nervose che ne stanno alla base.

Una delle più note ripartizioni della memoria è rappresentata dalla memoria a breve termine e dalla memoria a lungo termine introdotte per la prima volta con la denominazione di «memoria primaria» e «memoria secondaria» dallo psicologo William James.

La memoria a breve termine può contenere una parte limitata di informazioni e per un arco di tempo molto breve (tra i 10 e i 30 secondi) dopo il quale le informazioni decadono.  La memoria a lungo termine, invece, ha la capacità di immagazzinare informazioni per lungo tempo (mesi e addirittura anni) e l’oblio risulta decisamente lento.

Da queste due categorie di memoria si individuano una serie di specifiche sottocategorie, che verranno qui approfondite facendo riferimento a quali parti di memoria vengono colpite e lese per sempre dalla malattia.

La prima forma di memoria ad essere intaccata non è, come molti ritengono, la memoria a breve termine, quanto, invece, la memoria anterograda , un sottoinsieme della memoria a lungo termine. Il paziente presenta un deficit di apprendimento: è incapace di acquisire nuovi ricordi e di immagazzinare nuove informazioni. Questo deficit è riscontrabile con la tendenza di mia nonna, o di qualunque altro soggetto affetto dal morbo, a dimenticare in pochi secondi ciò che è stato detto o che ella stessa aveva detto o fatto. Significative carenze riguardano anche la memoria prospettica, la capacità, cioè, di ricordarsi dei propri piani futuri, di qualunque cosa si debba fare nell’immediato futuro: cucinare per la cena, presentarsi agli appuntamenti, fare le commissioni o i lavori domestici. Anche la memoria autobiografica, la capacità di ricordare gli eventi passati della propria vita, risulta alterata soprattutto in relazione al passato recente. Mia nonna non ricordava più le ultime vacanze estive trascorse nella casa al mare di sua proprietà da più di 30 anni che peraltro percepiva come estranea, i nomi e l’età dei fratelli e dei suoi figli e aveva rimosso anche la figura del marito. Inoltre, la memoria autobiografica relativa al passato più remoto che solitamente sembra mantenersi più nitida fu progressivamente colpita, conducendo mia nonna a ripercorrere in modo confuso e disordinato gli episodi della sua infanzia attribuendoli a periodi diversi a quando erano realmente accaduti.

Anche la memoria semantica, una “scatola della mente” che contiene informazioni di natura enciclopedica, oltre alla conoscenza di parole, regole, simboli e forme appresi attraverso l’esperienza ripetuta, inizialmente preservata, andò incontro a deterioramento. Dal deficit di questa tipologia di memoria, deriva il concetto di “titubanza cognitiva”, una sorta di imbarazzo e sfiducia nelle proprie capacità che portano il paziente ad evitare di rispondere in merito a domande che prevedono conoscenze sul mondo.

Un aspetto significativo da sottolineare riguarda la memoria procedurale, una forma di memoria implicita che comprende l’insieme delle tecniche acquisite rispetto a un’attività da svolgere. Essa richiede meno sforzo di attenzione attiva poiché le procedure si compiono in modo stereotipato ed automatico. Questo spiega il motivo per cui mia nonna, che nella fase centrale della malattia non ricordava il proprio nome o quello degli oggetti, non riconosceva i propri familiari e aveva perso buona parte di informazioni contenute nelle forme di memoria sopraindicate, riusciva ancora a pregare. La memoria procedurale, quindi, si mantiene più a lungo – ma anch’essa finisce per alterarsi.

L’Alzheimer è una malattia degenerativa e ad oggi non esistono farmaci o terapie che possano curare i pazienti. Essi, tuttavia, possono assumere farmaci sintomatici che rallentino la progressione della malattia.

Il trascorrere degli anni rappresenta l’inesorabile procedere dell’oblio che diventa protagonista nella vita dell’individuo malato. Da padrone di sé, delle proprie azioni e della propria vita, il soggetto inizialmente diviene un attore che ha dimenticato le battute del copione e cerca in qualche modo di rimediare. Col tempo, però, non trova più nemmeno gli strumenti per rimediare e rimane inerte sul palcoscenico incapace di riconoscersi e riconoscere.

Dolore, impotenza e frustrazione sono gli inevitabili sentimenti dei familiari. Disorientati e affranti per l’inevitabile destino del proprio parente, hanno comunque una grande responsabilità: rendere dignitosa la “non vita” del malato, e ricordare. Ricordare è qui sinonimo di prendersi cura , di conservare un’identità scomparsa.

 

Per saperne di più:

Per una lettura più approfondita, si rimanda a Costanza Papagno, “ Come funziona la memoria ”, Editori Laterza, ed.2003 ed a Jean-Yves Tadié, Marc Tadié, “ Il senso della memoria ”. Edizioni Dedalo, ed. 2000.

 

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