18 marzo 2020

Tecnologie digitali: è innaturale studiare al computer?

Come i nuovi media sono in grado di amplificare l’apprendimento umano

Studiare al computer non è un’attività innaturale. Nella storia, l’uomo ha sfruttato decine di mezzi diversi per supportare le attività mentali: dalle tavolette cerate alla penna d’oca, dai papiri alla macchina per scrivere.

 

Gabriel García Márquez, premio Nobel per la letteratura nel 1982, affermò entusiasta che se avesse posseduto un computer venti anni prima, allora avrebbe potuto scrivere il doppio o il triplo dei libri. Per quanto riguarda le opere artistiche, alcuni intellettuali di ciascuna epoca resistono allo sviluppo delle nuove tecnologie: il grande storico Marc Bloch, in una lettera del dicembre 1935, si dispiace che i suoi colleghi non apprezzino come lui il cinema, che definisce come “una rivoluzione dello spettacolo” anche per le persone che non vanno mai a teatro; e conclude, poi, affermando che il cinema (allora visto con sospetto e superiorità) merita certamente l’attenzione dello storico.

 

Ogni nuovo medium, perciò, si diffonde nella società oscillando tra i suoi sostenitori e i suoi critici.

 

Oggi, è aperto il dibattito sull’uso delle nuove tecnologie, specialmente il computer e la rete Internet, all’interno dei contesti educativi.

 

Per inserirci in questo dibattito, compiremo tre passi. Per prima cosa, entreremo idealmente in una scuola, poi parleremo dei processi cognitivi che strutturano l’ apprendimento , e infine scopriremo come i nuovi media possano amplificare le possibilità del cervello umano.

 

Partiamo quindi dall’osservazione di un’aula scolastica, e dalla sua situazione tipo.

 

Il docente è seduto in cattedra e spiega la lezione, mentre gli studenti dei primi banchi prendono appunti, e gli allievi delle ultime file sonnecchiano. Qualche settimana più tardi, viene effettuata la verifica dei contenuti, i quali devono essere riproposti dallo studente al docente. Alcuni superano la prova brillantemente, altri mediocremente, altri invece risultano insufficienti. Essa può essere a domande aperte, a risposta multipla, orale: in ogni caso, la valenza formativa di una verifica tardiva, inserita come ultimo punto del processo educativo, è bassa. Soprattutto se non richiede una rielaborazione originale svolta dal discende. Vediamo perché. 

 

Immaginate di voler imparare a tirare con l’arco. Scoccherete allora migliaia di frecce contro il bersaglio. Ma se tra voi e il bersaglio si pone un telo nero che vi impedisce di scoprire se le vostre frecce hanno colpito il centro, cosa succede? Semplicemente, nonostante le mille frecce tirate, non avrete imparato nulla.  Questo perché è venuta meno la possibilità di ricevere il feedback utile per capire come correggere la gittata. 

 

Nella vita quotidiana, a ogni azione corrisponde un riscontro che fa imparare: il violinista sente la nota stonata, il muratore vede la malta che non prende, il bambino si scotta quando tocca la fiammella della candela. Si impara, dunque, a rimodulare la propria azione finché il feedback non è quello positivo e desiderato.

 

Al contrario, nella situazione tipo della classe che abbiamo immaginato, la verifica svolta al termine di un’unità didattica si limita soltanto a certificare chi ha studiato durante il tempo precedente.

 

Chi paga le conseguenze di una verifica tardiva? Le pagano gli allievi meno capaci, i quali entrano in un circolo vizioso.

 

Se il loro metodo di studio è fallimentare, non è certo un voto insufficiente a far loro capire come migliorare. Il problema non è soltanto il giudizio espresso in numeri. Si rivela poco utile anche un giudizio verbale ben articolato, se privo di indicazioni pratiche su come migliorare nel futuro. Allo stesso modo, sono fondamentali anche i suggerimenti per il recupero dei contenuti insufficienti. 

 

Idealmente, servirebbe un mentore che in ogni momento possa correggere la direzione dello studio di ogni studente.

 

Questa possibilità sarebbe stata fisicamente impossibile fino a qualche anno fa. Tuttavia, grazie alle nuove tecnologie il docente può svincolarsi dal pericolo di essere visto come un semplice ripetitore di contenuti già scritti nei libri, e può diventare un maestro al fianco di ogni alunno. 

 

Al termine dell’articolo, scopriremo come questo possa avvenire grazie ai Personal Learning Environment. Per comprendere appieno come i nuovi mezzi possano essere d’aiuto alla scuola contemporanea, dobbiamo compiere il secondo passo per capire quali sono i processi dell’apprendimento.

 

Le modalità di apprendimento dell’uomo sono molteplici. Si va da un massimo di imprevedibilità e di informalità (come i giochi dei bambini), a un massimo di pianificazione e di formalità (come un corso di laurea).

 

Il punto cruciale, però, è comprendere che impariamo attraverso degli strumenti.

Lev Vygotskij ha sottolineato come l’interazione tra l’uomo e l’ambiente avviene sempre attraverso degli strumenti: siano essi materiali o psicologici (come il calcolo, la scrittura, o il linguaggio): da questa interazione mediata tra l’uomo e l’ambiente si sviluppa il pensiero.

 

Michael Col e ha ulteriormente ribadito che la cultura si esplica tramite i suoi artefatti materiali e simbolici.

 

Inoltre, possiamo affermare che i contesti di apprendimento (la scuola, il gioco, l’ambiente di lavoro) sono artefatti culturali (strumenti) che plasmano i processi di apprendimento e le attività mentali che avvengono a livello organico (ossia nel cervello).

 

Questi strumenti variano nei tempi e nei luoghi: il cervello perciò è la condizione necessaria, ma non sufficiente, per la comparsa delle attività mentali. Questo significa che la base biologica è il substrato imprescindibile su cui si costruisce l’apprendimento individuale: è necessario considerare, in aggiunta, lo sviluppo storico e culturale della società in cui è immersa ogni persona.

 

Un esempio: l’invenzione della stampa ha ricondotto l’esperienza del sapere al senso della vista. Conoscere è diventato leggere. Si è perciò creato un brainframe (la struttura con cui funziona il cervello) di tipo “simbolico-ricostruttivo”. In altri tempi e luoghi, come per i peripatetici dell’antica Grecia, conoscere significava dialogare: in alcuni contesti, quindi, la cultura veniva trasmessa oralmente e non attraverso i testi scritti. Il brainframe alfabetico, perciò, non è l’unica struttura mentale in grado di sostenere l’apprendimento.

 

Le nuove tecnologie, dunque, modificano il cervello? Sì, lo modificano. Ma come?      

 

La rete Internet (che è un artefatto culturale) è di natura reticolare perché gli ipertesti, i link, i passaggi fluidi tra le diverse pagine e i siti, l’esperienza sinestetica di audio, di video e di testo contribuiscono a creare un contesto non lineare. Se la scrittura e la lettura favoriscono un pensiero analitico, i nuovi media favoriscono un pensiero associativo.

 

È proprio attraverso il pensiero associativo che l’uomo impara, nell’arco della vita, gran parte delle proprie competenze. Esso non è il pensiero che segue una successione definita di operazioni per arrivare a un risultato, ma è il pensiero che permette di scovare dei collegamenti inediti tra due fatti prima separati. Mentre il pensiero analitico segmenta e separa, il pensiero associativo porta insieme e combina. Questa è la forma di pensiero che deriva dall'esperienza, dalla pratica, e dalle operazioni inconsapevoli della vita quotidiana: raramente l’uomo ha un copione predeterminato che gli insegna come deve comportarsi nell’esistenza. 

 

In sintesi, è possibile svincolare la mente dal solo brainframe lineare grazie all’utilizzo intelligente delle nuove tecnologie e della reticolarità dell’internet: queste aiutano a sviluppare facilmente il pensiero associativo così, oltre a quello analitico, la mente ha ancora più possibilità di creare idee impreviste.

 

Caliamoci nuovamente, per l’ultimo passo, nella quotidianità: prima ci eravamo immaginati un insegnate al fianco di ogni allievo. Questo è possibile grazie ai Personal Learning Environment. Questi sono ambienti digitali che aiutano a controllare e organizzare i percorsi didattici. Hanno ampie possibilità di personalizzazione interna (tag, keyword, bookmark), aggregano le informazioni presenti sulla rete Internet, e infine possono ospitare i materiali caricati dal docente. Soprattutto, grazie alle piattaforme di messaging, questi strumenti possono sfruttare i vantaggi della comunicazione sincrona e asincrona . Il docente può rispondere immediatamente alle domande degli allievi, e gli alunni possono formulare le loro questioni in qualsiasi momento.

 

Di questi strumenti beneficiano gli studenti più timidi, e quelli meno capaci. I più timidi perché attraverso la comunicazione mediata possono sentire meno l’ansia sociale di un’aula tradizionale (che li spinge a non intervenire), e i meno capaci perché possono rileggere (o rivedere, o riascoltare) con calma, e numerose volte, le spiegazioni più ostiche.

 

Inoltre, l’utilizzo di ambienti virtuali per la gestione della classe non preclude i benefici degli incontri fisici, ma anzi ne amplifica le possibilità. Ad esempio, durante l’ora scolastica, il docente ha la possibilità di non occupare gran parte del tempo a ripetere quanto già scritto nel libro (può, infatti, caricare delle videolezioni). Perciò, può invece aggirarsi tra gli studenti per aiutarli negli esercizi, nelle loro ricerche personali, nel dialogo, nell’approfondimento dell’attualità, nelle esperienze laboratoriali e così via. 

     

In conclusione, cosa significa studiare al computer? 

Studiare al computer vuol dire utilizzare gli strumenti online e offline che le nuove tecnologie offrono per permettere agli studenti di creare dei percorsi personalizzati e reticolari di apprendimento. Sia nei percorsi tradizionali di educazione, sia nell’ottica del lifelong learning (quel processo di auto-formazione che un individuo intraprende per “apprendere durante tutta la vita” al fine di creare sempre rinnovate conoscenze, al contempo stabili e aggiornate alle richieste lavorative che mutano).

     

Occorre dunque incoraggiare l’esplorazione di tutta la rete Internet attraverso gli ambienti virtuali, sia predisposti sia liberi, affinché ogni studente possa intraprendere un percorso di conoscenza originale e personalizzato: l’esperienza dell’insegnante aiuterà nella selezione delle informazioni, nel controllo e nella formalizzazione delle stesse. Solo così i percorsi di media education potranno rivelarsi traducibili nella realtà quotidiana e risultare utili per ogni tipo di formazione.

 

Possiamo sostenere, pertanto, che le nuove tecnologie non danneggiano l’apprendimento.

 

Ogni strumento su cui e con cui apprendiamo porta a diversi processi mentali. Il libro favorisce il pensiero analitico, mentre i nuovi media incoraggiano il pensiero associativo

Possiamo augurarci, quindi, che i nuovi mezzi vengano usati dalle scuole per promuovere ulteriori forme di pensiero e per far sviluppare le competenze imprescindibili nel mondo digitale d’oggi: il senso critico, la consapevolezza, la capacità di cercare le informazioni necessarie, le capacità relazionali e comunicative.

 

 

Per saperne di più:

Un libro di stampo accademico, ma accessibile a chiunque, è Apprendimento, relazioni sociali e nuove tecnologie di Boca, Pace e Severino (2009). Per ampliare la riflessione sono interessanti le considerazioni dello psichiatra Vittorino Andreoli espresse in L’uomo col cervello in tasca (2019).

 

 

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