14 Maggio 2018

Antroposfera: equilibri precari

di Francesca Rolle

 

«Con troppa facilità gli uomini si considerano il centro dell'universo, qualcosa di estraneo e di superiore alla natura», scriveva lo scienziato Konrad Lorenz , vincitore del premio Nobel per la Medicina nel 1973.

Ma la natura è un insieme complesso di cui fa parte anche l’umanità: è un sistemadi elementi che interagiscono tra loro, dando ognuno il suo contributo per il raggiungimento di un fine comune, che, da un punto di vista biologico, è rappresentato generalmente dal la sopravvivenza.

Se esaminiamo il pianeta Terra ci troviamo al cospetto di un “sistema aperto”, che, quindi, scambia materia ed energia con l’ambiente esterno. La sua intensa attività dinamica è resa possibile da processi esogeni ed endogeni e dalle interazioni tra le varie sfere del pianeta. Il motore dell’attività esogena è l’energia solare, agente di attivazione di processi biochimici, primo fra tutti la fotosintesi. Al contrario, i processi endogeni, ovvero la manifestazione di un’attività interna al sistema, sono attivati dall’energia geotermica proveniente dagli strati più profondi della Terra.  

Il sistema Terra viene suddiviso in domini ambientali, detti geosfere (litosfera, idrosfera, atmosfera e biosfera), che interagiscono tra loro attraverso una complessa serie di processi fisici, chimici e biologici. La litosfera, che rappresenta la Terra solida e costituisce la maggior parte della massa del pianeta, è strettamente correlata all'idrosfera (l’insieme delle acque) e all'atmosfera (la massa gassosa che circonda la terra). Infatti, i processi che operano in queste ultime due, contribuiscono al modellamento della prima. Un esempio evidente di questa stretta relazione lo forniscono i corsi d’acqua che erodono le rocce formando le valli e depositano nelle pianure i detriti.

La biosfera, infine, comprende tutti gli organismi viventi e le relazioni di scambio che si instaurano tra loro e con le altre sfere: ne è un esempio quella con l’atmosfera che, tra le altre cose, limita le escursioni termiche giornaliere, mantenendo un equilibrio compatibile con la vita.

Può essere identificata un’ultima sfera: l’antroposfera. Con questo termine si classifica l'insieme “esseri umani” e le loro opere, incluse le trasformazioni territoriali e ambientali di cui essi sono stati protagonisti.

Il sistema Terra è un sistema in equilibrio, in cui ad ogni azione corrisponde sempre una reazione, che ha come obiettivo quello di contrastare ogni eventuale perturbazione e restaurare l’equilibrio. Non sempre, però, le condizioni tornano uguali a quelle iniziali. Può essere, ad esempio, che la perturbazione sia irreversibile, come accade nel caso di una desertificazione: in questo caso viene cercato e si instaura un nuovo equilibrio.

In questo sistema complesso che è il pianeta Terra, anche la scomparsa delle specie ha un ruolo determinante per lo sviluppo e per il mantenimento dell’equilibrio naturale.

L’estinzione, infatti, è parte integrante del processo evolutivo e, non a caso, dalla prima apparizione della vita sulla terra, circa il 95% dei viventi si sono estinti. Ci sono state cinque estinzioni di massa nel corso del tempo. La più recente è accaduta 65 milioni di anni fa ed ha coinvolto, tra gli altri, i dinosauri. Quindi, il vero problema non è l’estinzione in quanto tale, perché essa fa parte dell’equilibrio naturale. La criticità è rappresentata dall’intervento dell’uomo, che modifica il corso della natura, agendo egoisticamente nella sua antroposfera e sfruttando eccessivamente le risorse, senza preoccuparsi della tutela della biodiversità. Non a caso, nel 2000 è stato coniato dal chimico Eugene F. Stoermer il termine « Antropocene » per identificare l’era geologica in cui all’attività di un’unica specie – quella umana, appunto – si è attribuita la causa principale delle alterazioni sulla Terra.

«La caratteristica interessante dell’Antropocene – sostiene Serenella Iovino, filosofa e docente universitaria che ha introdotto in Italia l’Ecocritica (cioè quella disciplina che, affondando le sue radici nella teoria della coevoluzione di natura e cultura, interpreta i testi letterari e i fenomeni ambientali nella loro interdipendenza) – sta nel fatto che una sola specie vivente è diventata una forza geologica. Per la prima volta nella storia del pianeta, pratiche sociali sono entrate a far parte della stratigrafia, inscrivendosi nelle rocce e condizionando la capacità portante della Terra».

Infatti, per la prima volta cultura e natura si fondono e le tracce di questa contaminazione si ritrovano in tutte le geosfere (ne sono un esempio le fibre di nylon che si confondono con il plancton oceanico o le radiazioni che si iscrivono nel DNA riscrivendone i codici e incidendo sull’evoluzione).

Gli organismi viventi sono dei veri e propri sistemi, sia se li consideriamo come unità singole (organizzazione fisica, organi, tessuti, cellule), sia come popolazioni o colonie (insieme di individui).

Un delicato equilibrio che va preservato per garantire la sopravvivenza, sfruttando, come suggerisce l’Ecocritica, le più diverse discipline (letteratura compresa) e agendo anche sull’immaginario.

Il processo di conservazione richiede studi molto complessi e il lavoro di esperti specializzati in diversi campi non necessariamente naturalistici o biologici: anche gli informatici, per esempio, svolgono un ruolo determinante nell’analisi e nella discussione dei dati. Allo stesso modo, assume fondamentale importanza l’educazione delle popolazioni che convivono con le specie a rischio. Per difendere e preservare il pianeta, bisogna agire su bambini, genitori, insegnanti, lavoratori, imprese e governi. Può essere necessario, a volte, per quanto l’impresa possa essere ardua, cambiare un’antica cultura, basata su tradizioni e riti che da secoli si ripetono e si tramandano di generazione in generazione.

Un esempio è quello che riguarda i Maasai, comunità del Kenya che vive in 28.000 km 2 di natura selvaggia, dove si trova la più grande concentrazione e biodiversità di mega-fauna della Terra (con il termine “mega-fauna” si intende l’insieme degli animali di grandi dimensioni dal peso superiore ai 40-45 Kg). Secondo una lunga tradizione, un giovane Maasai deve sottostare ad un rito di passaggio per raggiungere l’età adulta ed è degno di essere chiamato uomo solo se è in grado di addentrarsi nella savana e tornare indietro con una testa di leone, preferibilmente maschio. È una prova di coraggio che conferisce onore e successo se portata a termine da soli. Il problema è che ci sono sempre più persone e, di conseguenza, sempre meno leoni.

Gli studiosi si trovarono di fronte a un dilemma quando si presentarono alcuni anziani della comunità Maasai per chiedere aiuto, in quanto si erano resi conto dello squilibrio che si era creato e dell’impossibilità di continuare questa pratica a causa della scarsità dei leoni. L’obiettivo doveva essere quello di indirizzare gli atteggiamenti dei Maasai verso un impegno per la fauna selvatica e la conservazione degli habitat , essendo questo l’unico modo per vivere bene nel XXI secolo.

La soluzione arrivò grazie allo sport, quando si decise di organizzare delle Olimpiadi Maasai (in inglese Maasai Olympics ), con ricorrenza biennale, che avessero un pubblico, degli ospiti d’onore e dei premi.  Sin dalla prima edizione, nel 2012, i giovani Maasai furono entusiasti della proposta che trasformarono ben presto in nuova tradizione.

Una scelta che mette in luce i Maasai soprattutto per l’attenzione che hanno deciso di rivolgere alla natura. Dopo l’introduzione dei giochi, infatti, la popolazione di leoni si sta rigenerando e non deve più temere l’assalto umano.

Si evince da tutto questo come la questione ambientale necessiti di un approccio interdisciplinare e non possa essere delegata ai soli “addetti ai lavori” né alle generazioni future. Le emergenze ambientali non sono remote, né astratte e per risolverle occorre comprenderle. «Lasciare questo compito ai soli “tecnici” - scrive ancora Iovino - è rinunciare alla responsabilità che discipline come la letteratura, l’arte, la storia, la filosofia, la pedagogia, hanno di plasmare forme di consapevolezza sociale essenziali alla vita politica e alle urgenze dei cambiamenti».

 

Per saperne di più

Per approfondire l’argomento è consigliata la lettura della seguente opera:  Antroposcenari – Storie, paesaggi, ecologia , a cura di Daniela Fargione e Carmen Concilio, Il Mulino, Bologna 2018.

 

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