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7 febbraio 2018

Identità personale e memoria: siamo sempre noi stessi?

di Francesca Secco

Un individuo si sveglia e si trova in un letto di ospedale. Viene visitato da numerosi medici che gli fanno molte domande: «Chi sei? Quanti anni hai? Dove sei nato? Conosci qualcuno che possa venire a trovarti?».

Tutte domande che non trovano risposta. Il paziente non ricorda assolutamente nulla della propria vita precedente. I medici spiegano ai poliziotti che si trovano fuori dalla porta della stanza dell’ospedale che il paziente ha subito alcune lesioni al cervello. Questi non può ricordare nulla della propria vita passata, neppure la fuga dalla polizia a seguito di un furto in banca, né l’incidente in macchina che lo ha portato in quella camera di ospedale. Quando viene informato dell’accaduto, il criminale se ne meraviglia e non è in grado di rispondere quando gli vengono chieste le motivazioni che lo hanno condotto a tali azioni.

A questo punto sorgono spontanee alcune domande: è giusto punire una persona per ciò che non ricorda di aver compiuto? La perdita della memoria delle proprie azioni è sufficiente per dichiarare di essere diventati un’altra persona?

Secondo alcuni filosofi assolutamente sì, dato che essi fondano l’identità sulla memoria che ciascun individuo ha delle proprie azioni.

In questo breve articolo, vorrei presentare e discutere questa teoria che risulta molto intuitiva: io sono sicura di essere sempre la stessa persona in virtù dei ricordi che ho della mia infanzia e della mia adolescenza.

Successivamente presenterò alcune obiezioni a tale teoria e all’idea stessa di identità personale, concludendo l’articolo con una proposta alternativa.

John Locke (1632-1704), nel capitolo 27 del Trattato sull’Intelletto Umano , descrive una teoria dell’identità personale basata sulla memoria. Tale teoria è stata successivamente ripresa e riveduta da Paul Grice (1913-1988) in Personal Identity .

La riflessione di Locke prende avvio dalla presa di consapevolezza dell’autore che ciò che caratterizza il genere umano è la «sostanza pensante» o, usando termini più attuali, che l’essere umano è tale per i suoi «stati mentali», cioè per i suoi pensieri. Gli uomini hanno tanti stati mentali distinti, tanti pensieri che si susseguono, e ciò che li unifica è la coscienza di sé. Perciò, secondo Locke, una persona è la medesima se la medesima coscienza unifica tutti gli stati mentali. Dato che la coscienza è coscienza di esperienze diverse, l’identità personale dipende dalla memoria che permette di ricordarci tutte le esperienze passate unificandole e facendo sì che ciascuno di noi possa riconoscerle come proprie.

Ritornando all’esempio con cui questo breve articolo è stato aperto, il ladro che ha compiuto il furto ha perso la memoria di quanto è accaduto prima dell’incidente. Mancando di tutti i ricordi precedenti, egli non è più in grado di dire che quello che gli è successo appartiene alla propria esperienza, quindi, seguendo le indicazioni di Locke, si può sostenere che il malato all’ospedale non sia la medesima persona che ha compiuto il misfatto.

La proposta di Locke ha, però, un grosso limite: è necessario ricordare ogni azione compiuta per mantenere l’identità personale, ma è impossibile non dimenticare nulla. Grice, nell’articolo Personal Identity , presenta un esempio molto interessante a tal proposito: un anziano generale pluridecorato, a causa della propria età, ha perso il ricordo del piccolo monello che è stato quando era bambino. Egli rammenta la propria infanzia, ma ha rimosso i ricordi riguardanti le marachelle che ha compiuto. Dato che il generale ha perso tali ricordi, secondo la teoria di Locke, viene meno quanto lo unisce al monello, rendendo quest’ultimo ed il generale due persone diverse. Ma è davvero così?

Se questo fosse vero, ogni volta che un individuo perdesse parzialmente alcuni ricordi, egli reciderebbe il continuum che lo unisce con il passato, diventando così una persona diversa. Tale idea, però, è piuttosto controintuitiva: anche se ognuno di noi ha un ricordo parziale della propria infanzia, in ogni caso riteniamo di essere la medesima persona rispetto al bambino che siamo stati.

Per superare tali limiti, un’importante modifica alla teoria di Locke viene proposta da Grice. Egli introduce il concetto di «totalità degli stati temporali», con cui indica l’insieme di tutti i ricordi del nostro passato. In tale insieme di ricordi, ognuno di essi è legato a quelli precedenti e a quelli successivi secondo l’ordine cronologico. In ogni caso, secondo Grice, non è assolutamente necessario che un individuo si ricordi di ognuno di essi per mantenere la propria identità personale, ma è sufficiente che abbia il ricordo di almeno uno di essi, che è logicamente unito a tutti gli altri, anche a quelli di cui ci siamo scordati.

Il generale non si ricorda più di essere stato un monello ma solo di essere stato un soldato coraggioso. Tuttavia, durante la guerra, quando era soltanto un soldato, aveva ancora un ricordo nitido della propria infanzia. Dato che il generale ha mantenuto il ricordo di essere stato un soldato, esso è sufficiente per mantenere una linea di continuità tra il monello e il generale, anche se non vi è più una relazione diretta tra i due stati mentali (il ricordo d’infanzia e la coscienza attuale del generale).

Ritornando all’esempio iniziale, la persona che si trova sul letto dell’ospedale, non avendo alcuna memoria precedente all’incidente, dovrebbe essere considerata come un soggetto diverso rispetto a quello che era prima dell’incidente. Altro caso sarebbe se egli, dopo un breve periodo di tempo, riuscisse a ricordare alcuni momenti della propria vita prima di finire all’ospedale: in tale circostanza, la continuità tra ciò che è stato e ciò che è sarebbe ricostituita e quindi l’identità personale sarebbe mantenuta. In questo ultimo caso, essendo tale identità riconosciuta, la sentenza di un giudice che accertasse come colpevole il delinquente che ha compiuto il furto, colpirebbe ugualmente il malato in ospedale, anche se quest’ultimo non ricordasse di aver compiuto tale misfatto.

Ci sono alcune ulteriori obiezioni che possono essere sollevate contro la “teoria della memoria”.

Joseph Butler (1692-1752), per esempio, in Analogia della religione naturale e rivelata con la costituzione e il corso della natura , propone una riflessione sulla parola «medesimo» che sembrerebbe inficiare l’analisi lockiana. Egli sostiene che, nell’uso quotidiano, «medesimo» sia impiegato con uno spettro di significati molto diversi tra loro, anche per cose che non sono strettamente identiche. Se invece si analizza tale termine in senso stretto, una cosa può essere la “medesima” solo se è completamente identica a se stessa. Per essere ancora più precisi, una cosa può cambiare nel tempo e quindi, in senso stretto, in due momenti diversi non è detto che l’identità venga mantenuta.

Considerando il caso dell’identità personale, se si accetta la proposta di Locke e Grice che utilizzano la memoria come criterio per il suo mantenimento, è impossibile sostenere che essa sia sempre la stessa, in quanto è soggetta a continui mutamenti dati dai nostri nuovi ricordi. Inoltre, essa è soggetta a tantissimi cambiamenti in quanto spesso dimentichiamo alcune cose di cui prima custodivamo il ricordo. Secondo Butler, la memoria non sarebbe un buon criterio per definire l’identità di una persona in quanto porterebbe alla conseguenza che, modificandosi continuamente, anche l’identità che dipende da essa si modificherebbe altrettanto velocemente portando all’inaccettabile conseguenza che nessuno di noi sarebbe il se stesso di pochi istanti prima.

Anche Thomas Reid (1710-1796), in un capitolo dei Saggi sulle facoltà intellettuali dell'uomo , evidenzia che la memoria non è un giusto criterio per definire l’identità personale, sostenendo che essa sia troppo mutevole e discontinua per essere affidabile.

Una proposta alternativa è stata presentata da David Hume (1711-1776) nel primo libro del Trattato sulla natura umana . Egli sostiene che non sia proprio parlare di identità personale e che tale nozione dipenda dalla nostra necessità di trovare principi di unificazione anche là dove non ce ne siano. Infatti, nessuno è strettamente uguale a se stesso dato che siamo soggetti a mutamenti continui. Nonostante ciò, ogni qual volta ci vediamo in una foto vecchia ci riconosciamo e lasciamo che gli altri ci attribuiscano azioni fatte nel passato. Ciò vuol dire che, se non identità in senso stretto, noi riconosciamo comunque una qualche relazione tra noi stessi e l’individuo ritratto in una vecchia foto.

Hume inizia quindi a interrogarsi su quale sia il tipo di relazione che ci unisce con ciò che siamo stati nel passato. Egli rintraccia tre tipi di relazioni sulle quali la nostra identità personale sembra fondarsi: la somiglianza, che si può definire come una lieve variazione che però mantiene costanti alcuni caratteri; la contiguità temporale e spaziale; la connessione causale. In questa teoria, la memoria continua comunque a giocare un ruolo importante: benché non sia più il criterio usato per definire l’identità, essa è la condizione di possibilità per far emergere queste relazioni. La prima di queste – la somiglianza – non è però un criterio sufficiente per definire l’identità personale. Infatti, continue piccole modifiche sommate tra di loro portano a notevoli mutamenti: tra una vecchia foto di un bambino e un ritratto di questo da adulto ci sono più differenze che somiglianze. Allo stesso modo, anche la continuità spazio-temporale non è sufficiente e può venire disattesa: spesso noi attribuiamo continuità a cose che non sono continue. Ad esempio, come scrive Hume, noi diciamo che un suono è il medesimo anche se esso si interrompe e riprende successivamente. Secondo Hume è solo la connessione causale che può essere utilizzata per definire l’identità di una persona. Infatti, attraverso di essa è possibile ricostruire una continuità delle azioni di un individuo nel tempo: se esse sono state tutte compiute dallo stesso uomo, allora sono attribuibili alla medesima persona. In questo modo, Hume non fa dipendere l’identità personale dalla propria capacità di accedere ai ricordi, cosa che, come abbiamo visto, può sempre venire meno rendendo l’identità personale molto debole. Inoltre, la proposta di Hume aggira le obiezioni sollevate da Butler e Reid: egli ammette che non si può parlare in senso stretto di identità, ma considera dei principi che possono essere utilizzati per unificare oggetti che subiscono piccoli ma continui cambiamenti.

Torniamo all’esempio del malato in ospedale: se gli investigatori saranno capaci di ricostruire i fatti in modo da dimostrare che la persona che ha subito il grave incidente si trova in quella situazione perché ha compiuto una serie di atti che, andando a ritroso, la ricongiungono con il furto compiuto precedentemente, essa allora è la medesima persona.

La teoria di Hume, dal punto di vista filosofico, è la più sofisticata e sicuramente la più convincente nel dare una definizione coerente di identità personale. Applicandola, ci porta a sostenere che anche chi perde completamente la memoria rimane sempre la medesima persona e quindi, se ha compiuto dei misfatti, essa è comunque l’individuo da punire. Rimane sempre aperta la questione se sia giusto o meno punire qualcuno per cose che non si ricorda di aver fatto, ma tale questione morale non può più essere incentrata sul concetto di identità: «ora è una persona diversa» non può reggere come scusa.

 

Per saperne di più

Consigliamo la lettura dell'ottimo volume antologico a cura di J. Perry, Personal Identity, (Second Edition), London, University of California.


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