Questo sito contribuisce all'audience di
11 giugno 2018

Il problema della memoria coloniale nell'Italia repubblicana

di Massimiliano Vino

Era il 1° giugno 1919 quando l'Italia concesse ai sudditi della sua colonia in Tripolitania gli Statuti, una serie di accordi per il riconoscimento di uno status di parziale cittadinanza alle popolazioni arabe, estesi poi alla Cirenaica. Essi prevedevano, oltre al riconoscimento della cittadinanza italiana, l’istituzione di un Parlamento locale a maggioranza araba, il riconoscimento della libertà di stampa ed associazione e la promozione della lingua araba al pari di quella italiana. Si trattava di un accordo perfettamente in linea con il clima politico immediatamente successivo alla Grande Guerra e alla promulgazione dei Quattordici Punti di Wilson . Gli Statuti libici rappresentarono in effetti il tentativo di una potenza coloniale come l'Italia di allinearsi all'idea di autodeterminazione dei popoli, che animava contemporaneamente buona parte delle popolazioni sottomesse agli imperi europei. La collocazione degli Statuti in tale contesto e le limitazioni contenute al suo interno – si pensi alla concessione di un Parlamento locale, in realtà privo di reali poteri – ci permettono di uscire da una dimensione esclusiva e in parte giustificativa del colonialismo italiano, quale andò diffondendosi subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Quale impatto ebbero, tuttavia, gli statuti sulla percezione italiana del proprio colonialismo? Nei fatti rappresentarono quasi una attenuante.

Trent'anni dopo gli Statuti, l'Italia repubblicana e antifascista, nonostante avesse abbandonato ogni velleità sull'Etiopia occupata durante il regime, richiese agli Alleati una revisione delle posizioni relative a due delle colonie italiane di periodo pre-fascista: la Libia e la Somalia. La Libia era stata occupata sotto il governo Giolitti dopo la guerra italo-turca del 1911-1912. Tuttavia, almeno fino all’avvento del fascismo, tale occupazione si era limitata alla costa e ad alcuni accordi con le popolazioni dell’interno. La Somalia divenne un protettorato italiano “indiretto” sotto la gestione della Società Filonardi a partire dal 1893. La sua costituzione a colonia fu completata sotto i governi Di Rudinì e definitivamente con un decreto sotto il governo Giolitti il 14 aprile 1905. Se in Somalia l’Italia ottenne un mandato da parte dell'ONU che terminò  nel 1960 - una pagina spesso ignorata nella storia della Prima Repubblica - in Libia le speranze italiane furono vane, per quanto caratterizzate da una più massiccia opera di propaganda e di “redenzione” dai crimini coloniali.

Il conte Sforza , Ministro degli Esteri, fu il principale sostenitore di questa operazione. Il ritorno italiano in Libia sarebbe avvenuto mediante una spartizione in zone di influenza, con la Cirenaica ai britannici, il Fezzan ai francesi e la Tripolitania agli italiani. Gli Statuti furono riesumati per favorire la diffusione di un'immagine “liberale” della nuova Italia repubblicana. Se il fascismo non era stato altro che una parentesi, quanto realizzato a livello coloniale dall'Italia liberale venne ritenuto invece costruttivo e in linea con una vera “missione di civiltà”. In uno dei documenti inviati dal conte Sforza all'ambasciatore italiano a Londra nel 1947 si rese nota, a tal proposito, l'intenzione di favorire il «permanere dell'influenza italiana sulla Tripolitania» e di creare una vera e propria colonia bianca in Nord Africa, favorendo l'immigrazione di italiani. Tutto ciò per permettere, a detta del Ministero degli Esteri, il completamento dell'opera di “civilizzazione” già avviata dall'Italia liberale. Una simile idea, che escluse ogni continuità tra colonialismo pre-fascista e fascista, rappresenta probabilmente un esempio del “peccato originale” a causa del quale si è rivelato complesso e spesso impossibile dare il via ad un serio dibattito pubblico e storiografico sul colonialismo italiano. Ci si rende conto di quanto la considerazione del fascismo come parentesi nella storia di un'Italia liberale e civile abbia influito nella ricostruzione di una memoria collettiva. L’iniziativa del conte Sforza alla fine non si concretizzò principalmente per la combinata opposizione delle popolazioni della Tripolitania e degli Stati Uniti alla ricostituzione di un colonialismo europeo in territorio libico. Ciò che rimase fu però l’invenzione di un colonialismo italiano costruttivo e positivo prima dell'avvento del fascismo, funzionale al grandioso piano di redenzione e di purificazione dell'Italia della Resistenza dalla parentesi fascista. Sulla natura di questa parentesi sorge più di un dubbio.

Giovanni Amendola , Ministro delle Colonie nel 1921, antifascista, ben sintetizza questo problema. Ad Amendola infatti, oltre al tentativo iniziale di accordo con le popolazioni libiche, si deve anche l'avvio di una campagna di riconquista dell'hinterland della Tripolitania e della Cirenaica. Rodolfo Graziani  iniziò a combattere in Libia in pieno regime liberale, rinnovando le metodologie di combattimento praticate fino a quel momento in territorio coloniale e rendendo più rapide, spregiudicate e spietate le incursioni mediante l’utilizzo del gas e delle truppe indigene e mantenendo tali assetti in epoca fascista. Risulta così evidente una certa consanguineità tra un’Italia “buona” liberale e una “cattiva” fascista.

L'Italia repubblicana ebbe tutto l'interesse a liquidare frettolosamente ogni immagine negativa degli italiani prima e durante il fascismo. Il mito dell'Italia “buona” ebbe così dei riflessi anche sulle politiche e sulle idee postcoloniali circolanti. Se però si osservano i dati - per i quali un pioniere da un punto di vista storiografico può essere considerato senza dubbio Angelo Del Boca - il colonialismo italiano causò non meno di 100 mila morti tra i libici tra il 1911 e il 1932, non meno di 400 mila tra gli etiopi in Africa Orientale tra il 1887 e il 1941. Questi numeri, certo in linea con quelli delle principali potenze coloniali dell'Europa occidentale, non sono ancora entrati nel dibattito pubblico italiano, se si pensa alle poche parole spese ancora nel 2005-2006 per i settant’anni della conquista dell'Etiopia, o alla poca attenzione manifestata da tutti i governi repubblicani per il problema del riconoscimento dei crimini italiani in Libia, almeno fino al 2008, quando, con la firma di un trattato di amicizia tra l’Italia e Libia si è posto ufficialmente fine al problema dei risarcimenti coloniali. Tuttavia, ciò che oggi preoccupa maggiormente è la quasi totale assenza della storia coloniale nei programmi scolastici.

Quanti giovani italiani, eccezion fatta per pochi accenni ad Adua o a Dogali, sanno che l’Italia fu una potenza coloniale, non meno brutale delle altre dell’Europa occidentale? In quanti conoscono i numeri delle vittime delle conquiste coloniali italiane prima del periodo fascista? La riflessione sul colonialismo italiano che oggi, grazie ai lavori di Del Boca, Rochat o Zaghi e ad altri più aggiornati di Labanca, Cresti o Proglio, sta trovando terreno fertile rispetto a vent’anni fa nella ricerca storiografica, fatica ad entrare nelle coscienze collettive; e sarebbe dovere di ogni sana democrazia promuovere e rinfocolare la memoria sulle pagine quasi dimenticate e più controverse della propria storia.

 

Per saperne di più

F.Cresti, M.Cricco, Storia della Libia contemporanea, Carocci, Roma 2015; A.Del Boca, L’Africa nella coscienza degli italiani, Laterza, Roma-Bari, 1992; V.Deplano, L’Africa in casa. Propaganda e cultura coloniale nell’Italia fascista, Le Monnier, Milano 2015; N.Labanca, Oltremare: storia dell’espansione coloniale italiana, Il Mulino, Bologna 2007.

 
Photo by Albertomos - Collezione cartoline Albertomos, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8528175

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata