27 giugno 2019

Educare all’Impero. Apprendimento coloniale nell’Italia fascista

di Massimiliano Vino

Nel 1937 Mussolini riferiva ad un addetto stampa in Libia il suo progetto educativo per gli italiani, imitando le più celebri parole di Massimo D’Azeglio in seguito all’unificazione d’Italia: «Ora che l’Impero è fatto dobbiamo fare gli imperialisti». Ad un anno dalla conquista dell’Etiopia e dalla nascita dell’Impero dell’Africa Orientale Italiana, a sei anni dalla definitiva pacificazione della Libia, le basi materiali e territoriali per dare corpo alla “via italiana all’Impero” sembravano essere solide e pronte ad ampliarsi in maniera inarrestabile.

 

L’espansione territoriale dell’Italia procedeva di pari passo con l’accentuata ridefinizione spaziale, urbana ed architettonica delle città italiane e coloniali. Lo storico Emilio Gentile, ad esempio, sottolinea la strettissima correlazione tra il rifacimento architettonico di Roma, «ripulita» e «riportata in vita» nella propria veste imperiale, e l’accentuato carattere espansionista ed imperialista della politica estera italiana. La ricostruzione di Roma fu infatti il centro di un più ampio processo che vide coinvolto tutto il territorio di sovranità italiana: la Libia, per cominciare, divenne il palcoscenico dove si dispiegò la volontà di potenza culturale del regime, mediante imponenti programmi di colonizzazione demografica, promossi dal governatore Italo Balbo, e mediante la costruzione di edifici richiamanti la romanità, come l’Arco dei Fileni. Numerosi studiosi ed esperti dell’antica civiltà romana accompagnarono tale processo, elogiando Mussolini e il fascismo e dichiarandone addirittura la superiorità rispetto ai grandi maestri romani.

Arco dei Fileni tra Cirenaica e Tripolitania. Fonte: “L'illustrazione italiana”, marzo 1937

La “via all’Impero” era ormai tracciata. I risvolti più oscuri e più terrificanti che di lì a poco avrebbero caratterizzato la politica italiana ebbero un antecedente: le leggi sulla “tutela della razza” emesse il 19 aprile 1937 rappresentarono il vero inizio delle politiche razziali del regime, avviando nelle colonie quanto poi sarebbe stato accentuato in Italia un anno dopo e smentendo l’apparente debito del razzismo italiano nei confronti di quello tedesco. La definizione razziale degli italiani era infatti un punto fondamentale: la “razza dei conquistatori” italiani non avrebbe in alcun modo potuto mescolarsi con altre razze di “sudditi”, di “conquistati”. Lo spirito dell’Impero doveva investire perciò profondamente e geneticamente nel popolo italiano.

 

Le forme di apprendimento e di persuasione, la fabbrica del consenso del regime, erano già all’opera da più di un decennio nel rimodellare e ristrutturare gli italiani, nello “scolpirli” al fine di privarli di tutte le incrostazioni e le “impurità” del passato. In realtà questa visione era già stata sperimentata dai governi liberali precedenti e dai primi governi saliti al potere dopo il Risorgimento. «Rifare gli italiani» era stata infatti una sfida lanciata da tutte le classi politiche dall’Unità nazionale in avanti. Il regime non fu però da meno, portando anzi ai massimi livelli questo progetto di rimodellamento.

 

«Rifare gli italiani» voleva dire, secondo Mussolini, costruire una forma mentis imperiale, come ha sottolineato la storica Valeria Deplano nel suo saggio L’Africa in casa. Secondo la concezione fascista, la forza spirituale della nazione doveva trovare il proprio sfogo e la propria naturale maturazione nell’aspirazione imperiale. Se ciò si espresse, naturalmente, in un’aspirazione imperiale pura, nel concreto ampliamento territoriale dell’Italia, d’altra parte questo voleva significare anche una tensione ideale verso l’impero. Occorreva dunque educare all’impero, perché altrimenti l’impero sarebbe rimasto un insieme di territori privi di qualsiasi connessione con lo spirito più profondo del popolo italiano. Essere italiani doveva significare essere anche imperialisti. Ed essere imperialisti significava sentirsi parte di una razza superiore.

Cartolina celebrativa della conquista dell'Impero: le frasi sono brani di discorsi pronunciati da Mussolini, 1936 ca.

L’onda lunga del concetto di civilizzazione, così caro a buona parte della pubblicistica colonialista europea, si riversava così soprattutto sui libri rivolti ai bambini, sui testi e sui programmi scolastici. Gli studi della Deplano hanno messo in luce anche lo strettissimo rapporto con l’attività degli istituti scolastici in questo senso. Porre la scuola «sul piano dell’Impero» divenne un’urgenza e un’ossessione del regime. Grande attenzione venne posta naturalmente ai gradi inferiori dell’educazione. A pochi mesi dalla proclamazione dell’Impero, il ministro dell’Educazione Giuseppe Bottai emanò una circolare sollecitando l’introduzione della dimensione imperiale nell’insegnamento. Nel 1936 al libro unico della classe quinta elementare fu aggiunto ad esempio un capitolo dedicato esclusivamente alla conquista dell’Etiopia.

 

In colonia tale processo fu forse persino più evidente. In una monografia dedicata al problema della divulgazione coloniale nelle scuole, Angelo Piccioli, dal 1921 sovrintendente all’istruzione in Libia, sottolineava la necessità di un efficiente sistema di istruzione per rendere partecipi gli italiani della propria «missione» e i libici del loro ruolo nel nuovo ordine imperiale italiano. Un altro elemento molto importante nel processo di colonizzazione dell’animo degli italiani, fu certamente rappresentato dalla stampa coloniale. Se la scuola doveva indirizzare gli studenti e i più giovani verso una visione del mondo imperialista, nel tempo libero ciò non doveva essere compromesso da letture giudicate “fuorvianti”. A tale scopo i bambini vennero spinti ad immaginarsi costantemente come gli eredi di un popolo di conquistatori e civilizzatori, mediante giochi da tavolo di ambientazione coloniale, copertine esotiche stampate sui loro quaderni, figurine e testi pensati dal regime per questo scopo. Un esempio paradigmatico fu Le colonie italiane. Libro per i ragazzi, dato alle stampe già nel 1931. Il fine centrale di questo periodico era quello di sottolineare il carattere asimmetrico del rapporto tra italiani e africani: l’italiano viene raffigurato mentre prende per mano gli africani, aiutandoli nel processo di civilizzazione. Molto accentuati erano i caratteri con i quali gli indigeni venivano rappresentati. Civiltà ed italianità, d’altro canto, si legavano strettamente.

 

Sull’efficacia di tali processi educativi, almeno fino al crollo vertiginoso delle ambizioni del regime con la Seconda Guerra Mondiale, basti citare un passo tratto da un tema, riportato dalla Deplano, di Carlo Giglio, studente del Regio Liceo Scientifico di Perugia riguardante il ruolo dell’Italia nelle colonie: «Tengo da avvertire che cercherò solamente di dimostrare le ragioni attuali, necessarissime, ineluttabili, essenziali perché l’Italia debba essere una nazione colonizzatrice».

 

Sulla base di quest’ultimo elemento, resta comunque difficile capire quanto a fondo il progetto dell’impero ideale fascista si sia insinuato con convinzione nelle pieghe e nella mentalità degli italiani, soprattutto durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Certamente un tassello ulteriore nella comprensione del fenomeno fascista resta il suo tentativo, declinato anche nel contesto italiano, di costruire un «nuovo italiano» profondamente razzista e votato alla guerra, la stessa guerra che, alla fine, provocò la tragica dissoluzione di ogni velleità imperialista del regime e di Mussolini.

 

 

Per saperne di più:

Si consigliano due saggi per la comprensione del fenomeno dell’educazione all’imperialismo sotto il fascismo. Il primo è L’Africa in casa, di Valeria Deplano, edito da Le Monnier nel 2015, inerente proprio alle politiche di propaganda e di educazione coloniale in Italia sotto il regime. Il secondo è La Grande Italia di Emilio Gentile, edito da Laterza nel 2011. In particolare il secondo volume permette una più completa comprensione dell’evoluzione in senso imperialista del fascismo.

 

 

Immagine di corredo: Copertina de "La domenica del Corriere" del 27 dicembre 1936, vittoria italiana della guerra d'Etiopia (https://it.wikipedia.org/wiki/File:DC-1936-52-d.jpg). La cartolina è una fotografia scattata in Italia (o in territorio italiano) ed è nel pubblico dominio in Italia poiché il suo copyright è scaduto. Via Wikimedia Commons.
Prima immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/Arco_dei_Fileni#/media/File:Arco_dei_Fileni_tra_Cirenaica_e_Tripolitania.jpg.  Pubblico dominio. Questa è una fotografia scattata in Italia (o in territorio italiano) ed è nel pubblico dominio poiché il copyright è scaduto. Secondo la Legge 22 aprile 1941 n. 633 e successive modificazioni, le fotografie prive di carattere creativo e le riproduzioni di opere dell'arte figurativa divengono di pubblico dominio a partire dall'inizio dell'anno solare seguente al compimento del ventesimo anno dalla data di produzione (articolo 92). Via Wikimedia Commons.
Seconda immagine: https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Postcards_of_italian_occupation_of_Ethiopia#/media/File:Cartolina_celebrativa_della_conquista_dell%27Impero.jpghttps://drive.google.com/drive/folders/10iPckYBPUhNxuT1HEwlF6K79CaHWpMNU). Pubblico dominio. The country of origin of this photograph is Italy. It is in the public domain there because its copyright term has expired. According to Law for the Protection of Copyright and Neighbouring Rights n.633, 22 April 1941 and later revisions, images of people or of aspects, elements and facts of natural or social life, obtained with photographic process or with an analogue one, including reproductions of figurative art and film frames of film stocks (Art. 87) are protected for a period of 20 years from creation (Art. 92). Via Wikimedia Commons.

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