13 marzo 2019

Soggetto e verità: Michel Foucault oltre il corpo

di Tommaso Testolin

 «A ogni modo, quando un argomento è molto controverso — e ogni questione riguardante il sesso lo è — non si può sperare di dire la verità. […] In questo senso, il romanzo contiene più verità di quante ne contenga la realtà». Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé.

 

Mi è sembrato adeguato escludere dal titolo la parola potere, momento di inizio imprescindibile per una riflessione sul corpo a partire dal pensiero di Michel Foucault, per due motivi, riconducibili in realtà ad uno soltanto. Il primo, appartenente al Foucault più conosciuto, è che il potere non può che celarsi, diramandosi e permeando di sé ciò che reprimendo produce. Il secondo è che, inserendo "potere" nel titolo, lo si sarebbe posto accanto ad alcuni termini – soggetto, verità, corpo – che, più che porsi in una relazione bilaterale con esso, vi si rifanno costantemente nella misura in cui per discuterne uno ci si riferisce all’altro. Ciò è però possibile per il carattere specifico del potere introdotto nel primo punto.

 

Partirei da una citazione da La volontà di sapere di Foucault:

 

«Pensare ad un tempo il sesso senza la legge ed il potere senza il re»

 

Perché l'autore afferma di voler pensare il potere "senza re"? Dire che

 

«In fondo, malgrado le differenze di epoche e di obiettivi, la rappresentazione del potere è sempre stata ossessionata dalla monarchia»

 

significa enunciare il nucleo centrale del potere inteso come repressione.

Si potrebbe quindi tracciare un fil rouge molto interessante, come del resto è stato fatto.

 

Il contributo di Thomas Hobbes alle soglie della modernità tra i numerosi meriti ha quello di aver riconosciuto come passioni fondamentali nello stato di natura dell’uomo “fame futura famelicus” il desiderio e la paura (fear and desire); da qui la rinuncia a tutti i diritti tranne quello di conservare la propria vita in favore del sovrano, uomo o assemblea. Che tutto ciò avvenga con un atto performativo, che cioè si compie dicendolo, risulta dato particolarmente interessante e significativo per il prosieguo del ragionamento. Il termine desiderio, inteso lato sensu, ci conduce per pochi istanti a Freud e a Il disagio della civiltà, testo forse non a caso del 1929 che permette qui una piccola e semplice osservazione: il rapporto tra libertà e sicurezza è un rapporto di proporzionalità inversa, e il grafico discendente che ne deriva è ciò che in un certo senso permette il vivere insieme nel costituirsi di una comunità.

La messa in questione del potere inteso solamente come repressione, la cui articolazione non renderebbe conto della complessità dell’interazione tra esso e le singolarità, ci conduce finalmente a Foucault.

Tentando di andare oltre una concezione del Potere (con la p maiuscola) giuridico-monarchica, ciò che egli precisa in alcune pagine de La volontà di sapere merita di essere riportato (quasi) integralmente:

 

«Con il termine potere mi sembra che si debba intendere innanzitutto la molteplicità dei rapporti di forza immanenti al campo in cui si esercitano e costitutivi della loro organizzazione; il gioco che attraverso lotte e scontri incessanti li trasforma, li rafforza, li inverte; gli appoggi che questi rapporti di forza trovano gli uni negli altri, in modo da formare una catena o un sistema, o, al contrario, le differenze, le contraddizioni che li isolano gli uni dagli altri; le strategie infine in cui realizzano i loro effetti, ed il cui disegno generale o la cui cristallizzazione istituzionale prendono corpo negli apparati statali, nella formulazione della legge, nelle egemonie sociali. […] Il potere è dappertutto; non perché inglobi tutto, ma perché viene da ogni dove. […] è il nome che si dà ad una situazione strategica complessa in una società data»

 

Potere è inteso come una strategia di fronte ad un problema e come una relazione mai simmetrica, altrimenti non sarebbe di potere; ma non solo, potere che oltre a reprimere «produce soggetti che poi pretende di rappresentare», come riassume bene tra l’altro Judith Butler in un fulmineo passaggio di Gender Trouble. Su uno dei problemi più noti del Foucault mainstream, difficile proprio per il suo essere diventato un leitmotiv spesso banalizzato, non mi soffermerò. Vorrei invece aggirarlo e prenderlo per un'altra via attraverso una questione diversa. Se il potere è dappertutto, per Foucault esso è soprattutto nel corpo, o, per meglio dire, nei corpi. I rapporti di potere passano all’interno dei corpi.

 

Si potrebbe affermare senza troppi azzardi che l’ideale considerato da gran parte della tradizione filosofica occidentale è quello del “soggetto senza corpo”. Dire però che il passaggio successivo all'acquisizione del corpo da parte del soggetto risiede nella scoperta di esso come di un corpo sessuato sarebbe non del tutto completo.

Sembra più che l’imperativo si ponga come “che tu abbia un corpo!”. Ora, come poi avrebbero mostrato le indagini hegeliane di Butler a partire da Subjects of desire, il corpo è tale solamente in relazione allo sguardo dell’Altro, anzi l’inizio stesso della corporeità si dà nella dimensione del riconoscimento. Ma parlare di riconoscimento significa parlare anche di relazione, e quest’ultima, come si è mostrato sopra, è sempre dissimmetrica. L’imperativo di potere trasformato non diventa allora “che tu sia il tuo sesso”, ma “è il tuo sesso vero?”. E per essere vero il sesso deve essere conosciuto, conosciuto discorsivamente, detto. Ma che il sesso debba essere vero dicendolo (confessandolo!) implica che il sesso non sia solo sesso, ma sia sesso solamente all’interno di un dispositivo che Foucault nomina  « dispositivo di sessualità » . E da qui poi l’attenzione a tutte le sessualità periferiche che finalmente possono emergere alla luce del sole. Ma:

 

«Che cosa significa l’apparizione di tutte queste sessualità periferiche? Che possano apparire alla luce del giorno significa forse che la regola si fa meno rigida? O il fatto che vi si dedichi tanta attenzione dimostra l’esistenza di un regime più severo e la preoccupazione di stabilire su di esse un controllo rigoroso?»
 

Tutto questo complesso di procedimenti è ciò che viene ricondotto all’ambito della cosiddetta scientia sexualis, forma di disciplinamento tutta moderna non a caso contrapposta all’antica ars erotica. Scienza come forma di assoggettamento ad una verità; non esistono però processi di assoggettamento ad una verità che non siano essi stessi processi di soggettivazione. Eccoci di fronte al soggetto sessuato, il soggetto del “vero sesso”.

 

A questo punto si delinea più chiaro tutto l’interesse che Foucault ripone nei confronti della storia di Herculine Barbin, un ermafrodito vissuto nella Francia del diciannovesimo secolo, le cui memorie (presentate appunto da Michel Foucault per Gallimard) meritano sicuramente, oltre che una lettura articolabile su vari livelli, un importante posto in questo scritto. Mi sembra opportuno ripercorrere la vicenda attraverso le parole di Judith Butler in Gender Trouble:

 

«A Herculine fu assegnato il sesso «femminile» alla nascita. A poco più di vent’anni, dopo una serie di confessioni rese a medici e preti, fu costretta/o legalmente a cambiare il suo sesso in «maschile». I diari che Foucault sostiene di aver trovato vengono pubblicati e raccolti insieme con i documenti medici e legali che discutono il fondamento in base al quale fu decisa la designazione del suo "vero" sesso.»

 

Abbiamo veramente bisogno di un vero sesso?

Con questa domanda si apre quello che è, con alcune integrazioni, il testo francese della prefazione all’edizione americana di Herculine Barbin, dite Alexina B. , riportato nella traduzione italiana di Dits et écrites con il titolo eloquente di Il vero sesso (Le vrai sexe).

Se nel Medioevo le condanne di ermafroditi vertevano sui cambiamenti del sesso attribuito alla nascita (ne era permesso solamente uno), secondo Foucault

 

«A partire dal XVIII secolo, le teorie biologiche della sessualità, le condizioni giuridiche dell’individuo, le forme di controllo amministrativo negli Stati moderni hanno portato a poco a poco a respingere l’idea di una mescolanza dei due sessi in un solo corpo e a limitare di conseguenza la libera scelta degli individui incerti. Oramai, per ciascuno vale un certo sesso, e quello soltanto»

 

Certo, nel XIX e nel XX secolo molti miglioramenti sono stati introdotti e la medicina ha corretto molte cose,

 

«Tuttavia, l’idea che si debba pure avere infine un vero sesso è lungi dall’essere completamente abbandonata»

 

Se la dimensione del sesso, o meglio, della sessualità è sempre co-implicata in quella del potere, allora la relazione di potere si afferma con effetto di verità sul sesso, e, fatto importante, sull’identità.

Ciò che Foucault sembra voler sottolineare in questa introduzione è che però, in un certo senso, il sesso di Camille (nome usato nelle memorie, che in francese è sia maschile che femminile) non è sempre stato vero. Se di identità abbiamo appena parlato, ebbene

 

«Con lo stile elegante, ricercato, allusivo, un po’ enfatico e desueto che era per i collegiali di allora non solo un modo di scrivere ma anche una maniera di vivere, il racconto sfugge a tutte le catture possibili dell’identificazione»

 

Chi era Alexina, o meglio, cosa poteva fare, prima di confessare la sua “questione” ad un uomo della Chiesa e poi ad un medico? Per Foucault, nell’ambiente monacale poteva permettersi di indugiare in fluttuanti piaceri proibiti ma allo stesso tempo incoraggiati dal contesto monosessuale. Il rapporto profondo con Sara, dipinto a tinte melodrammatiche e pieno di sottili ammiccamenti e nascondimenti, ben si inserirebbe effettivamente in questa dimensione quasi “idillica” squarciata poi dall’indagine medico-identitaria, culminante nella triste parabola discendente che condurrà il personaggio al suicidio.

 

«Qui, l’intensa monosessualità della vita religiosa e scolastica serve da rivelatore per i piaceri teneri che scopre e provoca la non identità sessuale, perdendosi in mezzo a tutti questi corpi simili»

 

E con questo potremmo avere concluso; tuttavia, un contrasto emerge subito sullo sfondo. Contrasto che Judith Butler, nella fondamentale, fortunatissima opera che a tutti gli effetti ha segnato una svolta, Gender Trouble: Feminism and The Subversion of Identity, ha saputo svolgere e allo stesso tempo lasciare aperto in un’accezione singolare.

 

In quali termini è possibile parlare, come sembra fare Foucault, di un sesso, anche piacevole, prima che il potere intervenga su di esso? Questa distinzione tra prima primordiale e dopo frenato, tipica appunto del potere inteso come repressione, era stata dissolta proprio nel percorso argomentativo della Storia della sessualità. Con le parole di Butler

 

«[P]er quanto nella Storia della sessualità sostenga che la sessualità è coestensiva al potere, non riesce a riconoscere le concrete relazioni di potere che costruiscono e insieme condannano la sessualità di Herculine. […] Il riemergere di un discorso sulla differenza sessuale e sulle categorie del sesso negli scritti autobiografici di Herculine ci porterà a una lettura alternativa di Herculine, contrapposta all’appropriazione romantica e al rifiuto del suo testo che caratterizzano la lettura foucaultiana.»

 

La tensione tra le due posizioni, secondo Butler, è da rintracciarsi internamente alla stessa Storia della sessualità:

 

«Foucault parla dei piaceri «bucolici» e «innocenti» negli incontri sessuali intergenerazionali che esistevano prima dell’imposizione di varie strategie regolative»

 

La domanda da porsi diventa allora un’altra, «the alternative Foucaultian question»:

 

«[Q]uali pratiche e convenzioni sociali producono la sessualità in questa forma?»

 

L’articolazione successiva, strutturata lucidamente, tocca diverse possibilità approdando ad una conclusione ovviamente non definitiva. La costante tentazione potrebbe essere quella di collegare deterministicamente la dimensione biologica a quella desiderativa: la “preminenza” del pene non perforato di Herculine potrebbe generare un desiderio eterosessuale nei confronti delle scolare sue compagne. Ma forse l’occasione offerta dal corpo ermafroditico di Alexina è proprio quella di mettere in discussione la resa assoluta del tentativo definitorio nei confronti della neutralità biologica della corporeità e dei suoi effetti riguardo al senso di sé e all'inclinazione del proprio desiderio.

 

Si potrebbe allora “muovere” verso un’altra opzione: e se il ruolo (performativo, a questo punto!) del personaggio, fosse quello della femmina omosessuale? Entra qui anche l’attenzione al contesto di sviluppo dell’identità; il ruolo dell’ambiente esclusivamente femminile potrebbe avere un ruolo non indifferente nei confronti di ciò che viene chiamato «the happy limbo of a non-identity». A tal proposito, tuttavia

 

«Per Foucault, perché Herculine occupi la posizione discorsiva dell’"omosessuale di sesso femminile", bisognerebbe adottare la categoria del sesso – cosa che Foucault vuole che la narrazione di Herculine ci persuada a respingere.»

 

Ora comincia però ad emergere la “conclusione” aperta cui accennavo sopra. E se proprio l’omosessualità fosse lo strumento per lo smantellamento della categoria di sesso? Di conseguenza

 

«Quando Foucault sostiene che la non-identità sessuale viene promossa in contesti omosessuali, sembra identificare i contesti eterosessuali come quelli in cui viene propriamente costituita l’identità»

 

Da qui lo sviluppo della riflessione successiva sulla poi denominata “matrice eterosessuale”, sull’ “eterosessualità obbligatoria”, cioè, con una semplificazione ed una generalizzazione qui necessarie ma tutte da problematizzare, su quell’ampio spazio di confronto aperto costituito da saperi interdisciplinari come le teorie queer.

 

Alla domanda se l’omosessualità possa porsi come possibilità, se non di dissolvimento, quantomeno di superamento della categoria del sesso, è difficile affermare che Foucault avrebbe risposto in maniera positiva. Stando a La volontà di sapere, l’omosessualità stessa viene a porsi come categoria, possibile lettura dello scambio e della riarticolazione dei piaceri che intercorrono tra corpi dialoganti tra loro.

 

Ciò che in ogni caso vorrei sottolineare è questa lettura, come dice Butler, di Foucault contro Foucault. Quando, facendo reagire i testi a questioni di sfondo, si tenta di leggere un autore contro sé stesso, emerge un meccanismo narrativo molto particolare, quello della finzione. Si è parlato di effetti di verità; come porsi di fronte ad una “verità” finta? Riporto da ultima la conclusione del pezzo già citato in Detti e scritti che reca il titolo I rapporti di potere passano all’interno dei corpi. Si tratta di una intervista di Foucault con L. Finas nella quale alla domanda se si trovasse d’accordo sulla drammatizzazione della sua analisi (contenuta ne La volontà di sapere) e sul suo carattere di finzione rispose:

 

«Quanto all’aspetto della finzione, si tratta per me di un problema molto importante; io mi rendo conto molto bene di non aver mai scritto altro che finzioni. Non voglio dire tuttavia che questo sia estraneo alla verità. Mi sembra che sia possibile far agire la finzione dentro la verità, indurre effetti di verità con un discorso di finzione, e fare in modo che il discorso di verità susciti, fabbrichi qualcosa che ancora non esiste, dunque “finga”. Si “finge” una storia a partire da una realtà politica che la rende vera, si “finge” una politica che non esiste ancora a partire da una verità storica»

 

 

Per saperne di più:

Il primo volume di Storia della sessualità, La volontà di sapere di Michel Foucault è un testo che “parla da sé”, chiaro e seguibile. Pubblicato da Gallimard nel 1976, l’edizione da me consultata è quella Feltrinelli, 2017.

Per le memorie di Herculine Barbin cfr. H. Barbin, Una strana confessione - Memorie di un ermafrodito presentate da Michel Foucault, Einaudi 2007. Si tratta di un testo dal gusto narrativo particolare, e risulta corredato dalla accurata serie di rapporti medici e di stampa legati alla peculiare vicenda di Alexina. Per Dits et Écrites ho consultato Discipline, poteri, verità. Detti e scritti (1970-1984), Marietti Editore 2008.

Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity è invece un testo del 1990 dal destino particolare. Pur inserendosi nell’ampio filone degli Women’s studies ed essendo abbastanza tecnico e difficile a livello di linguaggio, per la sua enorme portata di svolta ha conosciuto un successo editoriale tra il grande pubblico che pochi testi di filosofia possono vantare; si leggeva nelle aule di Yale e contemporaneamente nei bar gay di New York. Imprescindibile contributo in numerosissimi ambiti, mi sono servito dell’edizione Routledge 2007, che contiene le due prefazioni di Judith Butler (1990 e 1999). Per la traduzione è stata invece consultata l'edizione italiana Questioni di genere. Il femminismo e la sovversione dell'identità, Laterza 2013.

La traduzione a cui si è fatto riferimento per la citazione iniziale di Virginia Woolf è A Una stanza tutta per sé, Feltrinelli 2011 .  

 

Image.  Grazie a Damiano Fina per la gentile concessione della foto. Il suo libro “La danza di Eros e Thanatos: per una pedagogia queer” (Lulù, 2018) ha rappresentato un momento imprescindibile per il mio approccio a questo particolare ambito di tematiche. https://www.damianofina.it

 


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