27 febbraio 2019

Il corpo dei bianchi: un problema coloniale e post-coloniale

di Massimiliano Vino

Nel 1936 l’Italia completò la conquista del Corno d’Africa, impadronendosi dell’Impero etiopico e costruendo la colonia dell’Africa Orientale Italiana. Mussolini potette perciò proclamare il ritorno dell’Impero “sui colli fatali di Roma”, un “impero fascista” ad immagine e somiglianza di quello dei Cesari. Molti elementi, in realtà, resero la colonia italiana non tanto un “nuovo Impero Romano”, quanto la più estrema brutalizzazione del colonialismo europeo in Africa, un esperimento di ristrutturazione razziale sia degli italiani, sia dei colonizzati.

Il “corpo dei bianchi” italiani divenne l’ossessione di Mussolini. L’Etiopia divenne prima oggetto di una imponente campagna denigratoria, atta a giustificare la “missione civilizzatrice” e l’occupazione italiana in nome dell’Occidente e degli illustri “antenati” romani dell’Italia fascista. In seguito, fu trasformata nel teatro di una politica di segregazione e di razzismo istituzionalizzato, vera anticipazione delle leggi razziali del 1938. Al regime fascista si deve il triste primato della formulazione dell’idea del “prestigio” della razza, un concetto differente e complementare rispetto al razzismo meramente biologico propinato dal nazionalsocialismo.

La razza, secondo Mussolini, non era un concetto statico, ma era in grado di essere scremata e purificata. La prova di forza dell’invasione dell’Impero d’Etiopia fu in effetti il primo banco di prova con cui il duce volle verificare la preparazione fisica e militare di una nuova razza di italiani conquistatori ed edificatori di imperi, al pari dei loro progenitori romani.

 

In seguito, la colonia divenne il laboratorio in cui le crudeltà già messe in atto in altri contesti coloniali, come in Libia, atte a sedare a ridurre all’obbedienza gli “inferiori”, ovvero i colonizzati, furono estremizzati.

Oltre a replicare in Etiopia l’utilizzo indiscriminato di gas contro l’esercito etiopico, furono gettate le basi per una rigida politica di separazione razziale, per evitare ogni mescolanza ed ogni “diminuzione” di prestigio razziale dei bianchi italiani. Fu così che nel 1937 entrò in vigore il Regio Decreto n°880, in cui veniva di fatto vietato il cosiddetto “madamato”, ovvero l’acquisto da parte di soldati e coloni italiani di concubine locali.

L’Italia fascista si fece così promotrice di un vero e proprio razzismo istituzionalizzato. Le leggi speciali applicate in Etiopia a partire dal 1937 anticiparono di un anno le successive leggi razziali del 1938 e furono probabilmente il vero inizio del progetto politico razziale del regime.

La legislazione razziale coloniale italiana, secondo quanto scritto da Nicola Labanca, sembrava più adatta ad un contesto di economia di piantagione, in cui pochi bianchi circondati da un numero considerevolmente maggiore di non bianchi avrebbe dovuto tenere sotto controllo la situazione e la propria posizione di predominio. Ciò che sorprende, tuttavia, è il fatto che essa venne ideata ed applicata in un contesto in cui, nei progetti fascisti, gli italiani bianchi sarebbero dovuti diventare la parte numericamente preponderante nel Paese.

Sulla base di tali considerazioni, l’obiettivo di edificare una società bianca nel Corno d’Africa non avrebbe dovuto incontrare ostacoli né opposizioni da parte di qualunque “inferiore”.

Il “corpo dei bianchi” venne fatto perciò oggetto di una accorta politica di tutela e di segregazione dall’ “altro” indigeno.

 Da un punto di vista urbanistico, la capitale Addis Abeba venne progettata secondo rigidi canoni segregazionisti. Si può citare, a tal proposito, il progetto per il nuovo palazzo vicereale, le cui vie e i cui passaggi avrebbero dovuto impedire ogni contatto tra le varie razze che vi fossero entrate.

L’urbanistica coloniale, in Etiopia come in Rhodesia, Sudafrica (nel caso del colonialismo britannico) o Algeria (nel caso del colonialismo francese), fu concepita dai bianchi per i bianchi. Il problema era che, tranne per il caso del palazzo vicereale, molto spesso tale separazione non era così chiara, tanto da creare alcuni problemi d’immagine. Il flusso imponente di italiani nei primi anni di vita dell’impero significò, ad esempio, dover provvedere alla loro frettolosa sistemazione in tucul, abitazioni in cui risiedevano anche gli etiopici. La separazione fisica tra spazio nero e spazio bianco non venne così realizzata appieno.

 

Se l’impianto urbano e la costruzione fisica dell’Impero furono i pilastri della penetrazione italiana in Africa, un altro elemento di chiara delimitazione dello spazio bianco entro una cornice di isolamento fu quello sessuale. Le leggi contro il madamato proibivano dal 1937, come già accennato, forme di mescolanza tra le razze. A completamento di questo cominciò un flusso di prostitute bianche dall’Italia verso le colonie, per “accontentare” le truppe stanziatesi in Africa. Una simile operazione venne però gradualmente interrotta: il timore era quello di veder diminuire il “prestigio” della donna bianca in ragione della sua equiparazione alle prostitute non-bianche già presenti in Africa Orientale. La donna bianca andava protetta nelle proprie funzioni e nel proprio ruolo, non poteva essere ridotta a svolgere il ruolo tradizionalmente associato alle donne dei territori colonizzati.

Per ovviare a questo problema, il regime si rivolse allora alle impiegate e alle lavoratrici statali, destinandole al trasferimento in Africa. Dietro la copertura del lavoro impiegatizio, soggiaceva così l’ossessione del regime di dare ai propri bianchi delle donne bianche, senza compromettere in alcun modo (almeno in apparenza) il prestigio delle donne impiegate.

La creazione di una società bianca omogenea ed unitaria implicava però altre dinamiche, più difficilmente risolvibili, in particolare in rapporto alle complesse stratificazioni sociali interne ai bianchi colonizzatori, comune a tutte le colonie di popolamento bianco, dalle già citate Rhodesia e Sudafrica britannici, fino all’Angola portoghese.

Fu in particolare il problema dei cosiddetti “poor whites”, per certi versi assimilabili nel loro stile di vita e nelle loro condizioni economiche, ai non-bianchi, a creare pericolosi elementi di confine tra l’ “isola” bianca e “il mare” nero.

Se l’alta borghesia e addirittura l’alta nobiltà bianca coloniale potevano rivendicare fieramente il proprio ruolo di avamposto della conquista e della civilizzazione dell’Africa, i contatti di questi con il proletariato bianco erano così sporadici da ridursi, nel caso italiano in Etiopia, alle sole scuole e al comune consumo di prodotti italiani. Tuttavia, proprio la politica relativa ai consumi, forse la meno evidente e brutale, si rivelò l’unica realmente efficace con cui l’italiano colonizzatore ebbe modo di evidenziare il proprio status rispetto ai sudditi colonizzati.

 

Dalla fondazione dell’impero, infatti, era cominciato un imponente afflusso di prodotti italiani. Ad Addis Adeba e Asmara aprirono numerosi negozi e attività commerciali, dagli alimentari di prodotti italiani, ai cinema, passando per negozi di vestiti, confetterie e bar.

L’idea del comfort “coloniale” e di come replicarlo oltreoceano fu un tassello fondamentale nell’edificazione simbolica e mentale della razza imperiale italiana in Africa Orientale.

Tutto questo si era sostanzialmente già realizzato in altri contesti, dall’altra colonia italiana in Libia, fino all’Algeri francese, città radicalmente divisa tra una parte europea ed una arabo-algerina. La cittadinanza di un europeo non poteva in nessun caso essere paragonata con quella di un suddito colonizzato.

Nell’Algeria francese convivevano l’ossessione per l’assimilazione e la “missione civilizzatrice”, con l’esclusione degli algerini. Un’esclusione esemplificata dallo scarso valore attribuito alle scuole coraniche nell’ambito del sistema didattico coloniale. Ciò emergeva anche in Libia, laddove ad una apparente apertura nel corso degli anni ’30 del suo governatore Italia Balbo alla creazione di un sistema formativo musulmano, parallelo a quello italiano, si affiancava il carattere di perenne inferiorità di qualunque cittadino libico rispetto ai cittadini italiani. Tali aspetti, a lungo sottovalutati, mettono in luce come gli strumenti a disposizione dell’immaginario di superiorità razziale europeo in periodo coloniale non si limitarono alla violenza militare.

 

La violenza coloniale fu soprattutto una violenza immateriale basata, prima ancora che sulla definizione del suddito e del proprio ruolo, sulla definizione del bianco dominatore, del suo corpo e della sua “missione”. Una “missione” largamente disattesa, nonostante tutti gli sforzi.

Fenomeni come quello dei “poor whites” già citati, dei figli di coppie miste fino ad arrivare ai reparti coloniali in forza agli eserciti europei sono stati quasi cancellati dalla storia e dall’azione congiunta della propaganda coloniale e di quella post-coloniale. Per quasi due secoli l’Europa e l’Occidente intero si autodefinirono secondo categorie di pensiero improntate all’idea di “whiteness”, applicate, come sinteticamente analizzato, nel propri imperi coloniali d’Oltremare. Le ombre di un passato guardato o con nostalgia o con acritico giudizio a posteriori impediscono oggi di vederne chiare le sfumature e di “psicoanalizzare” le ferite del passato. Il “corpo dei bianchi” fece poi da contraltare all’esaltazione dei decolonizzati del proprio passato pre-imperialista. Utilizzando gli stessi strumenti utilizzati dai colonizzatori, i popoli decolonizzati definirono sé stessi in completa antitesi rispetto ai precedenti dominatori. La “zona grigia” è stata volutamente ignorata da entrambe le parti e comprenderne le dinamiche significherebbe riportare alla luce le criticità di una convivenza tutt’altro che manichea tra conquistatori e conquistati, uscendo tanto dalla forma mentis colonizzatrice, quanto da quella radicalmente nazionalista di una parte della propaganda anti-imperialista dei popoli decolonizzati.  

 

Per saperne di più:

Si consiglia, per un approfondimento sull’immaginario coloniale attraverso gli occhi di alcuni coloni italiani, il saggio di Barbara Spadaro, Una colonia italiana. Incontri, memorie e rappresentazioni tra Italia e Libia ( Le Monnier, Milano 2013).

Per una visione d’insieme del colonialismo italiano in Africa, confrontato con altri coevi fenomeni di colonizzazione si consiglia invece Nicola Labanca, Oltremare: storia dell’espansione coloniale italiana (Il Mulino, Bologna 2007).

Infine, suggerisco il saggio di Emanuele Ertola, In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero (Laterza, Roma 2017), riguardante la stratificazione sociale dell’Etiopia coloniale italiana.

  

 

Materiali per le truppe vengono scaricati alla stazione di Addis Abeba, 1936. Foto di pubblico dominio, da Wikimedia Common

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