6 marzo 2019

La risurrezione della carne tra Cattolicesimo e Mazdeismo (parte prima)

di Alessio Giordano

«Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque riconosce il Figlio ed esercita fede in lui abbia vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,40).

Nei tre grandi monoteismi abramitici diversi sono gli elementi discordanti, alcuni dei quali hanno provocato nel tempo, all’interno delle singole fedi, i notevoli scismi religiosi che hanno poi dato vita a molte delle confessioni ormai istituzionalizzate. Se, tuttavia, si volesse rintracciare una componente soteriologica comune nel pensiero religioso di Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo, questa sarebbe senza dubbio la risurrezione dei corpi. Essa è tanto importante che il Catechismo della Chiesa Cattolica sostiene (CCC 988-991) che «il Credo Cristiano […] culmina nella proclamazione della risurrezione dei morti alla fine dei tempi, e nella vita eterna. […] La “risurrezione della carne” significa che, dopo la morte, non ci sarà soltanto la vita dell’anima immortale, ma che anche i nostri “corpi mortali” (cfr. Rm 8,11) riprenderanno vita. Credere nella risurrezione dei morti è stato un elemento essenziale della fede cristiana fin dalle sue origini». Se l’impianto escatologico di fondo è pressoché accettato dai grandi monoteismi, le modalità e il significato della risurrezione trovano forme e interpretazioni talvolta abbastanza controverse. In questo articolo verrà presa primariamente in considerazione la nozione cattolica di risurrezione, tradizionalmente e apparentemente sviluppatasi in un contesto dapprima semitico e poi squisitamente greco; in secondo luogo, si tenterà di inquadrare tale nozione in ambito indoeuropeo, con particolare riferimento all’unica confessione che, oltre a condividere con il pensiero semitico lo spiccato monoteismo, pare emularne in parte l’escatologia: lo Zoroastrismo (o Mazdeismo).

 

Secondo il Cristianesimo, in particolare quello Cattolico, morire significa “cadere in corruzione”. L’anima dell’uomo, dopo la morte, va incontro a Dio, in attesa di essere riunita, «nell’ultimo giorno» (Gv 6,39-40.44.54;11,24), al corpo glorificato. La risurrezione dei corpi, infatti, è una prerogativa di tutti coloro che sono morti: «Usciranno [dai sepolcri]: quelli che hanno fatto cose buone per una risurrezione di vita, mentre quelli che hanno fatto cose ignobili per una risurrezione di giudizio (Gv 5,29)».

 

Ma con quale corpo avviene la risurrezione? Mostrando le proprie mani e i propri piedi agli apostoli (cfr. Lc 24,39), Gesù volle dimostrare di essere risorto con il suo proprio corpo, anche se questi non lo riconobbero inizialmente. Il corpo con il quale si risorge, infatti, è sì lo stesso di cui ora è rivestita l’anima di ogni uomo, ma trasfigurato di gloria, spoglio di miseria e ricoperto di immortalità (cfr. 1Cor 15,52-53). Nella Professione di fede di Michele Paleologo (cfr. DS 854), si può leggere: «Crediamo […] nella vera risurrezione della carne che abbiamo ora».

 

In estrema sintesi, questo è ciò che sostiene la dottrina cattolica della risurrezione dei corpi, dottrina peraltro connotata, anche laddove si faccia riferimento a “corpi spirituali” (1 Cor 15,44), dalla componente corporea e materiale che, dall’Eucarestia all’escatologia, porterà Tertulliano a scrivere nel De resurrectione mortuorum (PL 2,852) che «la carne è il cardine della salvezza».

 

Per quanto concerne la religione zoroastriana, occorre anzitutto inquadrare quel più vasto orizzonte religioso indoeuropeo, a cui la tradizione indoiranica appartiene, ricostruito dalla mitologia comparata. La tendenza comune, in effetti, è quella di reputare il fedele indoeuropeo, estremamente distante da quello semitico, incapace di porsi questioni metafisiche, o di rispondere alle profonde domande esistenziali. Gli indoeuropei non sono confortati dall’esistenza di un Dio che ama: il rapporto che gli uomini intrattengono con il pantheon religioso è di tipo utilitaristico. L’uomo non ama gli dei né questi amano l’uomo; la forma più positiva di relazione tra mortali e divinità ricorre esclusivamente nelle transazioni reciprocamente giovevoli che di tanto in tanto possono occorrere. Rappresenta in questo senso un’anomalia quanto riscontrato nel mondo celtico, germanico, baltico e vedico, dove si rintracciano cifre di un culto dedicato alle Madri, divinità affettuose e benigne, dispensatrici di abbondanza, prosperità e, cosa non meno importante, femminili. Se questo culto ha, in qualche modo, influenzato la fede nella metempsicosi che si trova abbozzata nel popolo celtico non è possibile stabilirlo con certezza; è però indubbio che anche il pensiero indiano, in una fase molto antica, mostra elementi riconducibili a una dottrina escatologica di simili connotati. Vi erano certo immaginazioni di grande portanza poetica come i Campi Elisi dei greci, la Terra dei Viventi degli antichi irlandesi, o il Valhalla dei germani, ma queste sono certamente realtà elitarie, alle quali non tutti gli uomini avevano il diritto di giungere. Cosa accadeva dunque all’indoeuropeo comune, che aveva vissuto una vita mediocre e assente di grandi imprese? Enrico Campanile, in Introduzione alla lingua e alla cultura degli Indoeuropei, prova a rispondere così:

«Parrebbe […] che una sorte tristissima attenda la generalità degli uomini dopo la morte. Essi sopravvivono, sì, ma in un modo orribile ed oscuro, privi di concretezza fisica, degradati e disperati. È il mondo che ci presenta Omero nella Nékyia, ove il più coraggioso eroe greco, Achille, arriva a dichiarare che preferirebbe essere sulla terra il bracciante di un misero contadino piuttosto che nell’oltretomba il re di tutti i morti».

Inoltre, se non possiamo con sicurezza affidarci alla figura del traghettatore Caronte, probabilmente più tarda di Omero, è tuttavia doveroso riferire che l’elemento acquatico fornito dalla palude dello Stige così come dal fiume Acheronte può venirci incontro laddove leggiamo, sempre in Omero, che Ulisse dovette attraversare l’oceano per visitare l’Ade; allo stesso modo, ci sono pervenute tradizioni funebri vichinghe che prevedevano un motivo navale associato al trapasso. Queste informazioni, evidentemente, non sono sufficienti a delineare in modo unitario la concezione dell’oltretomba del popolo indoeuropeo; si tenga presente che nelle leggende degli sciti, popolo iranico dal quale derivano gli odierni osseti, il simbolo funebre rappresentante “l’ultimo viaggio” è dato dal cavallo. Una cosa è certa: per gli indoeuropei la morte è la fine irreversibile di qualcosa, tanto avvertita come tale che neppure la promessa di un’altra vita migliore sembra sia sufficiente ad accettarla. Così Francisco Villar, in Gli indoeuropei e le origini dell’Europa, tenta di giustificare le pratiche funebri:

«In questo contesto hanno una loro spiegazione gli usi così pittoreschi come le lamentazioni o altre manifestazioni di dolore che, in certe occasioni, arrivarono ad essere tanto esagerate che, per esempio in Grecia, dovettero essere limitate legalmente».

Sebbene ognuna delle singole manifestazioni religiose dei popoli indoeuropei meriti una propria trattazione, ci soffermeremo ora esclusivamente sulla tradizione religiosa iranica preislamica.

 

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Immagine 1: situazione attuale delle lingue e delle culture iraniche

 

Diversamente da quanto operato con la religione cristiana, per la quale non si sono rese necessarie implicazioni e nozioni preliminari che non fossero già patrimonio delle nostre conoscenze, in riferimento al Mazdeismo, la religione di Zarathuštra lo Spitamide (av. Zaraϑuštra Spitāma, gr. Zōroástrēs, da cui Zoroastrismo) occorre offrire alcune informazioni indispensabili per affrontare i temi successivi.

 

Il Mazdeismo è una religione monoteista fondata da un profeta, chiamato Zarathuštra, vissuto verosimilmente prima dell’età Achemenide, che ha per divinità principale Ahura Mazdā (lett. “Signore che crea con il Pensiero”). Una delle caratteristiche peculiari del Mazdeismo, oltre ad essere, come riporta anche Gherardo Gnoli in La religione zoroastriana, «la più antica delle religioni fondate ancora vivente», è il fatto che Zarathuštra fosse un profeta vissuto in un ambiente religioso decisamente simile a quello che poteva trovarsi nell’India vedica, dunque connotato da un forte politeismo e una tendenza ritualistica molto marcata. Il nome di Ahura Mazdā, forse più noto nella variante pahlavica di Ohrmazd, è la figura a cui è dedicato il testo sacro della religione mazdea, l’Avestā (lett. “fondamento”), che si compone di 5 parti: lo Yasna (lett. “liturgia”, composto da 72 inni, detti hāiti), il Vīsperatauuō o Wīsperad (lett. “[preghiera a] tutti i padroni”, composto da 24 sezioni, dette kardag), il Vidaēuuadāta o Widēwdād (lett. “legge di abiura dei demoni”, composto da 22 capitoli, detti fragard), la Xvartag Apastāg o Xorda Avestā (lett. “piccola Avestā”, è composta da 4 maggiori gruppi di preghiere) e gli Yašt (lett. “adorazione”, una collezione di 21 inni). Gli hāiti dello Yasna che vanno 28 al 53 formano le Gāϑā (lett. “canti”, «il vero cuore dell’Avestā, i testi fondamentali dell’ortodossia, la porzione più sicura della rivelazione, la diretta Parola Divina»). Le note di Arnaldo Alberti, curatore dell’edizione italiana dell’Avestā, così riportano circa i “canti di Zarathuštra”:

«Come indica la parola, esse rappresentano la parte poetica, riassuntiva e memorizzabile, la quintessenza della rivelazione e dell’insegnamento divino a Zarathuštra: quanto rimane di un più ampio testo religioso, andato perduto. A causa della sua millenaria trasmissione per via orale, il testo poetico risulta corrotto, mutilo e incoerente in parecchie parti».

Per quel che concerne l’impostazione generale della dottrina zoroastriana, sarebbe impossibile tentarne qui una ricostruzione, considerando i complessi aspetti ritualistici e la numerosa gerarchia “angelica”, costituita dagli Yazata. Per eventuali approfondimenti sul mazdeismo, il lettore troverà testi di riferimenti al termine dell’articolo, mentre ora verrà analizzata la componente escatologica.

 

Ciò che più appare evidente per chiunque si appresti a studiare la dottrina soteriologica mazdaica è l’importanza che riveste la salvezza dell’individuo. Se, tuttavia, il Cristianesimo e il Mazdeismo condividono, come vedremo meglio fra breve, la credenza nella risurrezione dei morti, non è però così per il concetto di salvezza. Geova vorrebbe salvare tutti gli uomini, ma li lascia liberi di scegliere il male e dunque anche di non salvarsi, consegnandoli così alla dannazione eterna; Ahura Mazdā, invece, riconosce il male nel mondo come un proprio errore o, meglio detto, una felix culpa che punta allo sfruttamento del male stesso per la costruzione di un mondo migliore, al quale anche gli uomini possano contribuire. L’uomo stesso, nel Mazdeismo, nasce dall’incontro tra bene e male e non è una creazione diretta di Dio. Per tali ragioni, non esiste affatto un inferno eterno in cui si recano le anime dei dannati, ma solo un inferno temporaneo ultraterreno per i peccatori. In questo modo, viene conservata la libertà di scelta tra bene e male, pur riservando terribili conseguenze per coloro che operano il male. In realtà, la nozione dell’inferno temporaneo è un espediente teologico estremamente suggestivo, ed evidenzia ancora una volta la vittoria definitiva e totale del bene, attraverso la palingenesi o “Riabilitazione Finale” (av. Frašokǝrǝtai, pahl. Fraškart, lett. “rendere eccellente”) di tutta l’esistenza, che contempla la distruzione del male in ogni suo aspetto e dunque la salvezza assoluta di tutti gli esseri umani, sia santi che peccatori. Se da un lato, tuttavia, si ha un’estrema fiducia nella totale opera di redenzione di Ahura Mazdā, è da riportare che nel Mazdeismo si registra una spiccata ripugnanza, sia religiosa che igienica, nei confronti dei cadaveri e di tutto ciò che è materia morta. È significativo che finanche i corpi di alti funzionari o addirittura di imperatori venissero posti in luoghi sopraelevati, alla mercé di cani, avvoltoi o altri animali sarcofagi; di epoca post-sasanide è invece la costruzione delle famose “Torri del Silenzio” (pahl. Daxme), strutture costruite spesso in argilla, con altezza variabile dai 10 ai 30 metri, la cui sommità è formata da una circonferenza rialzata e inclinata verso l’interno, su tre livelli, con al centro un pozzo nel quale venivano gettate le ossa dei defunti una volta scarnificati.

 

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Immagine 2: una Torre del Silenzio vicino Yazd, in Iran. La struttura non è più utilizzata

 

Si può ben notare, dunque, un atteggiamento speculare a quello indoeuropeo che abbia visto sopra, ossia un atteggiamento negativo nei confronti della corporeità. Una volta morto, il corpo deve decomporsi velocemente. Ciò che conta è aver vissuto una vita dignitosa, fatta di “buoni pensieri, buone parole e buone azioni”, secondo quanto prescritto dalla dottrina. L’attesa finale porterà tutti gli uomini alla trasfigurazione, rivestiti di “Gloria” (av. Xvarǝhnah, pahl. Xvarrah), guadagnando l’accesso verso la casa di Ahura Mazdā, il Garōdǝmāna o Garōnmāna, la “Dimora dei Canti” (Ys 45,8), dove lo splendore glorioso si fonde con la musica della preghiera, dando vita a quella comunione perfetta di visione e ascolto che fa dello zoroastrismo a buon motivo la «religione della luce sonante».

 

[leggi la seconda parte]

 

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