7 marzo 2019

La risurrezione della carne tra Cattolicesimo e Mazdeismo (parte seconda)

di Alessio Giordano

[leggi la prima parte]

 

L’epoca precisa in cui visse Zarathuštra è difficile da stabilire; possiamo dire però che le testimonianze più antiche della sua dottrina, contenute, come si è detto, nelle Gāϑā, sono scritte in una lingua così arcaica, detta avestico-gathica, molto vicina a quella del Ṛgveda (sans. ऋग्वेद). Questi dati, uniti alle più recenti ricerche, sembrano far propendere per una datazione che va dal 1700 al 1500 a.C.

 

Secondo la tradizione, Zarathuštra ricevette la prima rivelazione all’età di trent’anni (cfr. Ys 43), in un ambiente, lo si è già detto, fortemente impregnato di politeismo e ritualità pagana. Furono queste le circostanze esterne in cui il profeta dovette predicare l’esistenza di un unico Dio, Ahura Mazdā, increato e creatore, eterno e salvezza dall’eternità della morte. L’elemento innovativo della predicazione zarathuštriana fu l’introduzione dell’importanza dell’individuo: Dio giudica singolarmente ogni essere umano; uomini e donne, schiavi e liberi cittadini: tutti possono sperare nella salvezza di Mazdā, per mezzo dell’attraversamento, dopo la morte, del “Ponte della Scelta” (av. Činvątpǝrǝtu), che lo condurrà alla felicità o alla dannazione.

«Quando l’anima di colui che si salva attraversa quel ponte, il ponte sembra largo una parasanga [circa 6 km]; [...] le sue buone azioni vengono incontro a lui sotto l’aspetto di una fanciulla più bella e splendente di ogni altra giovane sulla terra. E l’anima del salvato dice: “Chi sei tu? Perché io non vidi mai sulla terra una fanciulla più bella e splendente di te”. Allora quella forma di fanciulla risponderà [...]: “Io sono i tuoi buoni pensieri, le tue buone parole e le tue buone azioni che tu hai pensato, detto e fatto”».

Il paradiso mazdeo è molto diverso da quello cristiano. Non si trovano descrizioni particolari, ma basti dire che vi sono serviti i cibi più dolci, il «burro della primavera incipiente», gli uomini siedono su troni adorni accompagnati da amici colti e da mogli leali e «frugali», delle quali ora possono godere anche senza avere come fine l’atto procreativo, contrariamente a quanto previsto nel Cristianesimo (cfr. Mt 22,30; Lc 20,34-36). Il corpo risorto sarà «splendente come cristallo tra gemme [...]. Il sangue scorrerà nelle vene come vino profumato in un calice d’oro, e gli umori dei loro corpi saranno più fragranti del muschio e dell’ambra grigia e della canfora». L’uomo vedrà Dio, ma la Sua visione è, seppure la più grande, solo una delle gioie del paradiso, tutte, a ben vedere, molto materialistiche. La rappresentazione dell’inferno è pressoché opposta; trascorrere l’intervallo di tempo che va dalla morte alla salvezza in quel luogo significa venire segregati in una tenebra gelida e fetida, dove l’anima comprende tutti i suoi errori e infine riconosce Ahura Mazdā come unico Dio. Se si volesse fare un paragone, andrebbe detto che l’inferno mazdeo presenta più similitudini con il purgatorio che con l’inferno della tradizione occidentale. In un testo pahlavico, intitolato Ardā Wirāz-nāmag (lett. “libro di Ardā Wirāz”), il luogo della dannazione viene descritto in questi termini:

«La sua oscurità era così fitta che si sarebbe potuta afferrare con le mani. Il suo fetore era tale che chiunque lo respirasse era costretto a barcollare, tremare e cadere. Era così angusto che nessuno poteva starvi ritto in piedi. E tutti [quelli che vi stavano] pensavano, “io sono solo”, e quando erano trascorsi solo tre giorni e tre notti, dicevano: “Certo sono trascorsi novemila anni, e tuttavia non mi lasciano andare”».

Occorre ancora accennare a un terzo luogo, oltre a paradiso e inferno, presente nell’escatologica zoroastriana: il “posto dei mescolati” (pahl. Hamēstāgan), situato fra la terra e la «stazione delle stelle», ove si recano coloro il cui ammontare di peccati bilancia perfettamente con le buone azioni. Tutto questo, ovviamente, attende l’avvento del rinnovamento dell’esistenza, per mezzo della venuta di un “Salvatore” (av. Saošyant), che renda la creazione «non vecchia, non corruttibile, non marcescibile, non fetida, eternamente viva, eternamente opulenta, libera nel suo potere, e i morti risusciteranno [...]. L’Integrità e l’Immortalità sconfiggeranno la sete e la fame». Perfino i dannati, come si è detto, potranno abitare una terra pura e perfetta, accanto ai giusti, in un mondo in cui il fuoco brucerà senza fumo, le tenebre dissolte, e in compagnia di un Dio la cui misericordia fa sì che anche gli ingiusti siano salvati dalla pena eterna.

 

Se fin qui sono state analizzate le possibilità che occorrono all’anima dopo la morte, dobbiamo però ora introdurre quel concetto molto più complesso che è la risurrezione dei corpi. Senza alcun dubbio, questo è l’elemento più critico da comprendere da parte della mentalità scientifica; come è possibile che la carne morta, scarnificata e dispersa riemerga dalla polvere e ricomponga il corpo? La questione fu a tal punto sentita che alcuni testi sacri si concedono di interrogare il loro Dio in cerca di risposte. Così il Corano (Sū. 36,77-79):

«“Non vede l’uomo che lo abbiamo creato da una goccia di sperma? Ed eccolo in spudorata polemica”. “Ci propone un luogo comune e, dimentico della sua creazione, [dice]: ‘Chi ridarà la vita ad ossa polverizzate?’”. “Di’: ‘Colui che le ha create la prima volta ridarà loro la vita. Egli conosce perfettamente ogni creazione”»

Nel Mazdeismo avviene più o meno un dialogo simile che riportiamo per intero, tratto dall’opera pahlavi Vizīdagīhā ī Zādspram (lett. “antologia di Zādspram”):

«Zarduxšt [ie. Zarathuštra] chiese ad Ohrmazd [ie. Ahura Mazdā]: “Le creature corporee che sono morte sulla terra riceveranno i loro corpi alla Riabilitazione Finale o saranno simili a ombre?”
Ohrmazd [disse]: “Essi riceveranno indietro i loro corpi e risorgeranno nuovamente”.
E Zarduxšt chiese: “Colui che è scomparso è stato dilaniato dai cani e uccelli e straziato da lupi e avvolti: come si riuniranno [le parti] di nuovo?”
[...]
Ohrmazd disse: “Quando queste creature non esistevano, io avevo il potere di modellarle; e ora che esse sono esistite e sono disseminate qua e là, è più facile metterle nuovamente insieme”».

Non mancano, in rapporto col Cristianesimo, formule e motivi dottrinali ricorrenti, come quelli, presenti nei Rivāyats (lett. “tradizioni”), di «guardare verso Ohrmazd e di offrirgli preghiere quale Signore e di fare qualsiasi altra cosa possa sembrargli di maggior gradimento. Ogni uomo amerà il suo prossimo proprio come se stesso». Nel libro dell’Apocalisse cristiana troviamo peraltro la formula finale: «Io sono l’Alfa e l’Omèga, il principio e la fine. A chi ha sete darò da bere gratuitamente dalla sorgente dell’acqua della vita. Chi vince erediterà queste cose, e io sarò il suo Dio e lui sarà mio figlio» (Ap 21,6-7). Parallelamente, nello hāiti 31, ossia in un testo gathico, troviamo scritto: «Riconosco, o Mazdā, nel mio pensiero, che tu sei il Primo e anche l’Ultimo, l’Alfa e l’Omega; che tu sei Padre del Buon Pensiero, perché io ti ho fermato nel mio occhio. Tu sei il vero creatore di Aṣ̌a [lett. “la verità”], e tu sei il Signore dell’Esistenza e delle azioni della vita attraverso il tuo operare». Infine, desta stupore, paragonato con l’episodio biblico in cui Dio rivela il proprio nome a Mosè («Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha mandato a voi”» trad. CEI, Cfr. Es 3,14), l’occorrenza nello Yašt 1 dove Zarathuštra interroga Dio: «Chiese, allora, Zarathuštra: “Rivelami quel tuo nome, o Ahura Mazdā, che è il più grande, il migliore, il più bello, il più efficace […]”.

 

Così rispose Ahura Mazdā: “Il mio nome è Ahmi. Io sono l’Interrogabile, colui che può essere interrogato, o santo Zarathuštra”».

 

Strettamente imparentata con il sanscrito asmi, l’avestico ahmi è la forma al presente del verbo essere: “io sono”. Queste comparazioni non sono insignificanti; molti insigni studiosi del calibro di R.C. Zaehner, A. Alberti, Gh. Gnoli e perfino Mary Boyce, la più importante esperta di Zoroastrismo, hanno infatti sostenuto l’influsso innegabile che questo ha avuto nello sviluppo delle religioni abramitiche. Così Mary Boyce, in Zoroastrians. Their Religious Beliefs and Practices:

«Zoroastro fu il primo a insegnare la dottrina del giudizio individuale, Inferno e Paradiso, la resurrezione del corpo e, più in generale, il Giudizio Universale, dopo il quale la vita continua attraverso la riunione di anima e corpo. Queste dottrine divennero in seguito credenze religiose familiari alla maggior parte del genere umano, attraverso la mediazione indiretta di Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo; ma è solo nello Zoroastrismo che questi concetti trovano la loro piena coerenza logica».

Se gli studiosi che si occupano della questione sono concordi nel ritenere la resurrezione dei corpi cristiana un prodotto di quella zoroastriana, è pur vero che il modo in cui essa viene intesa nel Cristianesimo, cattolico nella fattispecie, è molto diverso. In un certo senso, la resurrezione è già avvenuta, per coloro che partecipano della vita cristiana, fin d’ora sulla terra. Nella Lettera ai Colossesi si può leggere: «Siete stati sepolti con lui nel suo battesimo, e a motivo della vostra relazione con lui siete anche stati risuscitati insieme a lui grazie alla vostra fede nella potente azione di Dio, il quale lo ha risuscitato dai morti» (Col 2,12). Questa vita celeste alla quale il battezzato veramente partecipa (cfr. CCC 1003), è però «nascosta con il Cristo in armonia con Dio. Quando il Cristo, la nostra vita, si manifesterà, allora anche voi vi manifesterete con lui nella gloria» (Col 3,3-4), secondo quanto riportano le Scritture in Gv 11,25: «Gesù disse: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi esercita fede in me, anche se muore, tonerà a vivere”».

 

Il cristiano attende «l’ultimo giorno», in cui egli sarà manifesto con Dio nella Gloria. Il corpo del Cristo è ciò di cui partecipano i credenti ogni giorno in senso lato, e particolarmente durante il rito dell’Eucaristia: «Il corpo [...] è per il Signore, e il Signore è per il corpo» (1Cr 6,13). La morte cristiana è la fine di un pellegrinaggio su questa terra, risponde al disegno divino ed è auspicabile nonché desiderabile (cfr. CCC 1012-1014). Il Messale Romano, nella Prefazio dei defunti, riporta con invidiabile poesia le conseguenze della morte fisica: «Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo».

 

Stando all’enciclica Æterni Patris del papa Leone XIII del 1879, la dottrina cattolica trova una delle sue espressioni «più sane e più conformi al magistero della Chiesa […] nei volumi di Tommaso d’Aquino». Proprio il Doctor Angelicus ha modo di scrivere in più occasioni nei riguardi della risurrezione dei corpi nella dottrina cristiana. Un passo in particolare, contenuto nel Compendium Theologiæ (§ 151), è significativo:

«Essendo dunque l’anima umana naturalmente unita al corpo, vi è nell’anima il desiderio naturale di essere unita al corpo. Non vi può quindi essere la perfetta quiete della volontà se l’anima non viene nuovamente riunita al proprio corpo: cioè se l’uomo non risorge dalla morte».

Occorre aggiungere, tuttavia, che il ricongiungimento di anima e corpo non solo dà agli uomini buoni «perfetta quiete della volontà», ma anche ai dannati perfetta sofferenza. Mentre prima, infatti, le modalità dei tormenti erano puramente intellettive e il fuoco dell’inferno bruciava l’anima del peccatore attraverso il dolore spirituale, ora anche il corpo fisico, ricongiunto con la dimensione trascendente, subisce il supplizio previsto. Rifacendosi ad Aristotele (Topici, VI, 21), la teologia medievale ha creduto che i corpi dei dannati si sarebbero infine disgregati e corrotti; Tommaso d’Aquino, e con egli la successiva dottrina cattolica, ribalta questa concezione sostenendo che i corpi risorti, nonostante la sofferenza e il patimento, non saranno corrotti: «quei corpi patiranno per sempre senza tuttavia consumarsi».

 

Come si evince, il destino degli uomini dopo la risurrezione differisce. Essa avviene, in ogni caso, sia nel Cristianesimo che nel Mazdeismo, per tutti; se nella religione di Geova, tuttavia, la libertà è una componente primaria, Ahura Mazdā offre, anzi impone, a tutti gli esseri umani la salvezza, attraverso quel provante tirocinio mentale e fisico che è l’inferno temporaneo, per mezzo del quale ogni uomo acquista consapevolezza di ciò che è bene. Nel Cattolicesimo, si potrebbe dire, la vittoria finale non è totale, sicché l’inferno in cui i dannati soffriranno in eterno rimane la grande e terribile realtà che si cela dietro la maestosità della Rivelazione. Nel Mazdeismo la vittoria del bene sul male è totale: anche l’inferno viene annientato e ogni cosa corrotta viene purificata e reintegrata in Dio. Per attendere la “Riabilitazione Finale”, tuttavia, Zarathuštra sostiene che è necessario l’arrivo di un Saošyant, un “Salvatore”, che gli ultimi zoroastriani rimasti attendono ancora. Nel corso dei secoli, alcuni fedeli videro la possibile venuta di questa figura in un Nazareno che si professava figlio di Dio, secondo quanto riportato nell’apocrifo Vangelo dell’infanzia siriaco:

«Nato il signore Gesù a Betlemme di Giuda, al tempo di re Erode, ecco che dei magi vennero a Gerusalemme, portando seco dei doni, oro, incenso e mirra, secondo quanto predetto da Zarathuštra».

Ma questa, evidentemente, è un’altra questione.

 

 

Per saperne di più:

Sulla concezione cattolica della risurrezione dei morti rimandiamo a quanto si può leggere nel Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992 e nel Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2005. Le citazioni riportate dalla Bibbia provengono dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture con Riferimenti (TNM Rbi8-I), di cui ci sentiamo di consigliare la consultazione al lettore, alla luce delle considerazioni che si trovano nel testo di F. Arduini; S. Pizzorni, La Bibbia prima del dogma. La traduzione del nuovo mondo come paradigma dell'ermeneutica biblica, Aracne, Roma 2013. Per il Mazdeismo segnaliamo l’edizione italiana a cura di A. Alberti, Avestā, UTET, Torino 2004; per una introduzione generale alla religione zoroastriana il lettore può consultare A.C.D. Panaino, Zoroastrismo. Storia, temi, attualità, Morcelliana, Brescia 2016. I testi pahlavi in italiano sono traduzioni dell’autore dell’articolo dall’originale, sulla base delle attestazioni riscontrate in R.C. Zaehner, Zoroastro e la fantasia religiosa, Il Saggiatore, Milano 1962. 

 
L'immagine riporta l'apertura del Gāthā Ahunavaitī, Yasna XXVIII,1, testo attribuibile allo stesso Zarathuštra (dalla Biblioteca Bodleiana MS J2).
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