13 maggio 2020

La crisi pandemica dell’individualismo

Come il COVID-19 ha messo in crisi l’individualismo neoliberista

In questi ultimi giorni siamo stati bombardati da tutti i fronti - dal Presidente del Consiglio alle pubblicità - dai richiami alla responsabilità collettiva, al «solo tutti insieme ce la faremo» e così via dicendo. Sarebbe semplice liquidare queste affermazioni come maschera d’occasione dell’individualismo neoliberista di fondo.

 

«Il vero è un momento del falso», sosteneva Debord ne La società della spettacolo. Questa affermazione è senza dubbio ambigua. Dovremmo pensare che egli ritenesse impossibile uscire dalla “spettacolarizzazione” delle nostre vite, in quanto persino i rari momenti di verità, di resistenza ad essa, vengono semplicemente normalizzati e reintegrati nello spettacolo? Oppure, dovremmo interpretarla come la speranza che possano trapelare dei flebili raggi di verità dal sipario dello spettacolo? La soluzione paradossale è che dovremmo rimanere fedeli a questa ambiguità: è vero che gli sparuti momenti di vita autentica, di verità, vengono assorbiti dallo spettacolo; ma non dobbiamo dimenticare che, nonostante ciò, la verità resta comunque la verità, qualsiasi sia il medium attraverso il quale si manifesta. In altre parole, un’affermazione ideologica assume spesso la forma di un disconoscimento feticista, ovvero una struttura di questo tipo: “so bene che …, tuttavia ….”; si sa bene che il dato enunciato è vero, eppure si agisce come se non lo fosse, se ne svuota l’efficacia simbolica.

 

Dunque, ancora una volta, saremmo tentati di liquidarli come disconoscimenti, vuoti richiami ad una responsabilità collettiva, ad una solidarietà, le quali sono oramai poco più che “specchietti per allodole”, nell’individualismo e nella competizione spietata che caratterizzano sempre di più l’ordinamento socio-economico contemporaneo. Un individualismo ed una competizione che non hanno certo mancato di farsi sentire, a livello soggettivo e a livello nazionale, anche durante questa pandemia.

 

Tuttavia, a mio avviso, siamo gli spettatori di una crisi senza precedenti della Weltanschauung individualista che agisce da sostegno ideologico fondamentale al capitalismo contemporaneo. L’essere costretti all’isolamento - questa volta esplicitamente imposto, rispetto al solito atomismo sociale che la crescente standardizzazione urbana e la competizione capitalistica implicitamente causano - , paradossalmente, ci ha portati a rivalutare valori come la solidarietà, che avevamo bollati come vuoti o, al massimo, astratti. Il vecchio adagio «si apprezza veramente qualcosa, solo quando la si perde» oggi più che mai mostra la sua accuratezza: proprio quei contatti umani che reputavamo scontati o secondari rispetto alla nostra carriera, ai nostri obiettivi, al proprio «progetto di io», come direbbe Byung Chul Han, vengono finalmente percepiti come fondamentali; passiamo ore in videochiamata o messaggiando, persino con persone che, probabilmente, un mese e mezzo fa avremmo a malapena salutato. Spero che questo rinnovato piacere nel contatto e nella comunione con l’altro venga mantenuto poiché quello che stiamo vivendo in questi giorni non è il vuoto “stare insieme” all’insegna del godimento e del consumo, che è un caposaldo del sistema tardo-capitalista, ma un più profondo “essere insieme”, un riscoprire quanto il legame con l’altro sia costitutivo della nostra stessa soggettività. L’etimo di «solidarietà» rimanda a solidus, solido, poiché indica la fratellanza e la reciproca assistenza di un gruppo sociale coeso. La necessità e l’efficacia di questa coesione è stata dimostrata dalle molte iniziative volontarie di aiuto e supporto ai soggetti più a rischio durante questa pandemia, gli anziani. Queste attività di libero aiuto sono il vaccino per una malattia molto più antica: l’alienazione. Infatti, è attraverso queste azioni che ci si può riappropriare di significato in un sistema che sembra sempre più insensato e impersonale - Badiou arriva ad affermare, a ragione, che il capitalismo è il primo sistema socio-economico a de-totalizzare il significato, manca cioè di un significato globale, di una significazione univoca del mondo. Alla fine della pandemia si riparta da qui, da una parola spesso dimenticata, la solidarietà, perché ogni Io, ogni soggetto non può esistere senza un altro dal quale venga riconosciuto.

 

Per concludere, è fondamentale prendere alla lettera i messaggi del tipo “solo tutti insieme ce la faremo” - piuttosto che assumere il cinico disconoscimento feticista, che potremmo formulare più o meno così: “so bene che solo tutti insieme ce la faremo, tuttavia questo tutti non può integrare i senzatetto, gli immigrati irregolari, ecc.” - e includere realmente anche gli esclusi, coloro che non hanno un posto nell’edificio sociale, in questo, altrimenti proditorio e falsato, “tutti”.

 In ogni caso, nessun miglioramento, nessuna società più equa nascerà necessariamente da questa crisi, anzi: 

 

Mentre le crisi scuotono le persone nel loro autocompiacimento, costringendole a mettere in questione le basi delle loro vite, la prima reazione più spontanea è il panico, che porta a un «ritorno ai fondamenti»: le premesse di base dell’ideologia dominante, lungi dall’essere messe in dubbio, sono riaffermate in modo ancora più violento.

 

Dunque, niente è deciso, niente è definito e probabilmente non ci sarà alcun progresso nelle condizioni di vita dell’umanità. Piuttosto, riprendendo Hegel, se c’è una cosa che ci insegna la storia è che non impariamo nulla da essa. Nondimeno, non dobbiamo scoraggiarci, i semi di un futuro migliore sono già nel presente. Dobbiamo avere il coraggio di piantare i semi della solidarietà, nutrirli con dedizione, resistenza ed intelligenza, per raccogliere domani un mondo migliore.

 

 

 

Per sapere di più:

Debord (trad. 2002). La società dello spettacolo. Viterbo: Massari Editore; C. Taylor (trad. 2006), Il disagio della modernità. Bari: Editori Laterza; S. Žižek (trad. 2013). Dalla tragedia alla farsa. Ideologia della crisi e superamento del capitalismo. Milano: Ponte Alle Grazie.; S. Žižek (trad. 2009). In difesa delle cause perse. Milano: Ponte Alle Grazie; S. Žižek (2020). Pandemic! COVID-19 shakes the world!. Londra: OR Books.

 

 

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