1 maggio 2020

La crisi della modernità e la soluzione totalitaria italiana

 

La fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento furono caratterizzati da grandi aspettative, da grandi tensioni e da grandi paure. Fu come rendersi conto, improvvisamente e nonostante la fiducia nel progresso tecnico e scientifico, che un limite era ormai stato raggiunto. Il tempo delle esplorazioni si era ormai concluso. La Terra aveva acquistato scientificamente una sua dimensione finita, oltre la quale sarebbe stato impossibile da quel momento in avanti procedere oltre (se non guardando alle infinità dello spazio). Tutto il mondo era apparentemente dominato – salvo poche, pochissime eccezioni - da un solo potentissimo continente, l’Europa dell’acciaio, dei cannoni, delle grandi navi da guerra, del commercio su vastissima scala, della politica di potenza. E intanto dominava il miraggio di un progresso potenzialmente senza limiti, per un’umanità che si scopriva almeno in parte più ricca, più sicura, con prospettive di salute e di vita quali non erano mai state neanche lontanamente immaginate da nessun altro prima di quel momento. La civiltà delle macchine prometteva l’impossibile. Jules Verne anticipò il trionfo della tecnica: viaggi sulla luna o al centro della Terra, esplorazioni oceaniche a bordo di straordinari veicoli metallici in grado di integrare e di potenziare l’uomo ponendolo in competizione con la natura. È questo l’uomo faustiano giunto al canto del cigno, brillantemente descritto da Oswald Spengler nel suo monumentale Tramonto dell’Occidente (1918):

 

Noi siamo uomini di una civilizzazione e non del periodo gotico o rococò; noi abbiamo da tener conto dei fatti freddi e duri di un’epoca tarda avente il suo parallelo non nell’Atene di Pericle bensì nella Roma cesarea. L’uomo euro-occidentale non dovrà più attendersi una grande pittura e una grande musica. Le sue possibilità architettoniche si sono esaurite già da cento anni. A lui sono solo rimaste possibilità nel dominio dell’estensione.

 

Estensione che nell’Europa occidentale descritta da Spengler, a partire dalla Conferenza di Berlino del 1884, che sancì la spartizione del continente africano, si realizzò in due modi: estensione imperialista e finanziaria, culminante nella nascita dei grandi imperi coloniali europei in Africa ed Asia, giunti peraltro dopo il 1918 ai limiti della propria espansione territoriale e sull’orlo del baratro dopo la Grande Guerra. Estensione scientifica e tecnologica, nella ricerca continua, nello sviluppo e nel potenziamento dell’uomo; un processo cominciato in maniera imponente dopo la Seconda rivoluzione industriale ottocentesca e proseguito quasi ininterrottamente fino ai primi del Novecento. Con toni più inquietanti, la letteratura percepì una sempre maggiore integrazione tra l’uomo e la macchina e la sua stretta connessione con una spregiudicata politica espansionista, come nella descrizione dei conquistatori marziani ad opera di Herbert George Wells, nel suo celeberrimo romanzo La guerra dei mondi (1898). I marziani, giunti per occupare la Terra e sottomettere i terrestri, non sono altro che la rappresentazione degli stessi terrestri immaginati nel futuro. Le uniche parti del corpo realmente sviluppate sono la testa, sede del cervello, e le mani, strumento di un ingegno portato alle sue estreme conseguenze. L’invasione della Terra avviene a bordo di macchine (tripodi) che non sono altro che estensioni imprescindibili dei deboli corpi dei marziani. Senza le proprie macchine, i marziani sarebbero stati del tutto inoffensivi. La sintesi tra corpo organico e creazione dell’ingegno umano viene rappresentata in questo caso nella sua forma più brutale. La descrizione di Wells sembrava inoltre evocare gli spettri, ormai prossimi, di una civiltà pronta a distruggersi militarmente con le proprie mani. Ancora più accentuate furono le osservazioni e le critiche alle trasformazioni in atto da parte degli intellettuali più conservatori del Vecchio Continente. L’umanità venne infatti percepita da questi ultimi come in via di dissoluzione, sostituita dalla massa inanimata della folla delle metropoli moderne, come sostenuto da Gustave Le Bon in Psicologia delle masse (1895) e, ancora in letteratura, come emerge dalle parole di Gabriele D’Annunzio nel romanzo Le vergini delle rocce (1896):

 

A giudicarne dalla qualità dei tuoi pensieri, tu sembri contaminato da una folla o preso da una femmina. Per aver attraversato la folla che ti guardava, ecco, tu già ti senti diminuito dinanzi a te medesimo. Non vedi tu gli uomini che la frequentano diventare infecondi come i muli? Lo sguardo della folla è peggio che un getto di fango: il suo alito è pestifero. Vattene lontano mentre la cloaca si scarica.

 

Da qui nacquero le preoccupazioni di una parte degli intellettuali europei, affinché fosse accentuato il controllo politico della modernità da parte delle istituzioni. Fu in un contesto del genere che, dopo essere maturata nella coscienza di nutriti gruppi di pensatori, rappresentati in Italia prevalentemente dai futuristi di Marinetti, dai nazionalisti di Corradini, da una parte dei vociani come Papini, nonché da una fetta consistente del socialismo e del sindacalismo più radicale e rivoluzionario (ispirato dal pensiero di Georges  Sorel), di cui fu espressione Mussolini, la Grande Guerra (una vera apocalisse della modernità) fu innalzata a prima vera occasione per una rinascita integrale dell’uomo.

 

Ma se, in verità, fu proprio al fronte che la disumanizzazione tanto temuta si espresse ad un massimo grado di violenza, avvenne che, sulla scia della vittoria italiana, tutti i presupposti teorici di rifiuto e di ristrutturazione di una società ritenuta avviata, altrimenti, verso la catastrofe e la dissoluzione, culminarono con la trasformazione, affatto improvvisa, dell’Italia appena quattro anni dopo la fine delle ostilità nel 1918, nel primo regime totalitario d’Europa. Letta in questa prospettiva, la fine dell’Italia liberale non assunse agli occhi dei contemporanei i contorni di un passo indietro sulla strada del progresso, come talvolta e in maniera sbrigativa è stato affermato parlando dei regimi totalitari europei; ben altrimenti si può parlare di una risposta, certo differente rispetto alla tenuta dei sistemi democratici francese o britannico, da parte della politica italiana di fronte al problema dell’organizzazione e del governo delle masse in rapporto agli straordinari progressi della tecnica e in un periodo di forti trasformazioni sociali e culturali. Totalitaria fu la soluzione italiana alla crisi, in un crescendo di attenzioni nei confronti della virilità, del cameratismo, della mobilitazione quasi perenne e del riformismo sociale diretto dall’alto. Ciò si traduceva in un concetto di uguaglianza gerarchica, di un uomo giudicato libero in quanto inquadrato in un Tutto, esteso orizzontalmente tra simili egualmente inquadrati; verticalmente nel riconoscimento delle funzioni dei vertici culminanti nel Capo; infine, temporalmente nel legame spirituale indissolubile della stirpe italica con il suo passato imperiale romano. Si trattava del progetto politico e culturale per creare una nuova realtà sacralizzata ed assolutizzata, come sostenuto da Angelo Ventrone, in cui si tentarono di sostituire lo sradicamento e l’indeterminatezza con «relazioni sociali trasparenti e immediatamente decifrabili, di cui l’esempio migliore era costituito dalla concezione militarizzata dell’esistenza basata sull’ordine, la disciplina, la gerarchia, la forza, la qualità dell’élite contro la quantità della massa».

 

La percezione di una crisi della modernità fu pertanto un presupposto culturale fondamentale affinché le strutture di uno stato liberale giovane come l’Italia fossero sovvertite e riconvertite nel nuovo apparato del totalitarismo fascista.

 

 

Per sapere di più:

Per approfondire con altri articoli del magazine si segnalano: La sfida futurista e il dinamismo in politica; Come una delle più grandi vittorie militari italiane sfociò nell’avvento del regime fascista; L’armonia totalitaria. Controllare la modernità, superare l’uomo; La rivoluzione fascista: tra religione politica e tragedia annunciata.

Inoltre, si consigliano caldamente la lettura del romanzo di H.G Wells, La guerra dei mondi (Mursia, 2011), nonché del monumentale lavoro di Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente (Longanesi, 2008). Per quanto riguarda la saggistica sul periodo storico di riferimento, si consigliano La seduzione totalitaria di Angelo Ventrone, edito Donzelli (2004) e due lavori di Emilio Gentile, Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925) (Il Mulino, 2011) e Il mito dello stato nuovo (Laterza, 1999).

 

 

Photo by EVREN AYDIN on Unsplash - CCO Creative Commons, libera per usi commerciali; attribuzione non richiesta.

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0