8 aprile 2020

La crisi dell'Impero Romano d'Occidente nel dibattito storiografico

Il tema delle cause della caduta del grande impero multiculturale romano interessa da secoli il dibattito storiografico occidentale. Tradizionalmente, viene scelto come data simbolica il 23 agosto del 476, il giorno in cui il generale sciro Odoacre, a capo delle truppe mercenarie stanziate a Milano e Pavia (Eruli, Sciri e Rugi), dopo aver catturato e ucciso Oreste, padre dell’imperatore, a Piacenza, scese a Ravenna e, sconfitto e ucciso il fratello Paolo, depose l’ultimo imperatore Flavio Romolo Augusto, chiamato “Augustolo” a causa della sua giovane età. Odoacre voleva ottenere delle terre col sistema dell’hospitalitas. ma il giovane imperatore non poteva accondiscendere alle sue richieste, perché per farlo avrebbe dovuto espropriare i grandi latifondi senatori. Deposto Romolo, Odoacre consegnò le insegne imperiali all’imperatore d’Oriente Zenone e si proclamò rex gentium. Nel frattempo, una delegazione senatoria chiedeva a Zenone di non nominare un nuovo collega.

 

Secondo altri, l’ultimo imperatore sarebbe stato Giulio Nepote, il predecessore di Romolo, che era stato deposto nell’agosto del 475 da Oreste, magister utriusque militiae, che aveva occupato Ravenna costringendolo a fuggire in Dalmazia. Oreste aveva atteso una risposta dall’Oriente – allora governato dall’usurpatore Basilisco - per alcune settimane, ma, non ricevendola, aveva nominato Augusto il proprio figlio quattordicenne. Giulio Nepote, figlio di Nepoziano, comes e magister utriusque militiae sotto Maggioriano (457-461), e nipote e successore del comes della Dalmazia Marcellino, era salito al trono grazie al sostegno di Leone I, predecessore di Zenone. Nel 474 era sbarcato a Ostia per deporre Glicerio (473-474), acclamato dal magister militum Gundobado, che aveva ceduto il trono in cambio della nomina a vescovo di Salona, in Dalmazia, fatto che dimostra la grande facilità con la quale era possibile passare dalle cariche civili a quelle ecclesiastiche. Deposto da Oreste, Nepote condivise la sorte del predecessore. De iure, egli era ancora riconosciuto da Zenone come imperatore (forse questo era il senso della delegazione senatoria), ma de facto regnava esclusivamente sull’Illirico, che ufficialmente era stato assegnato da Teodosio (379-395) all’Occidente, ma era da sempre un territorio conteso tra le due partes imperii e quindi di fatto quasi autonomo. Nepote avrebbe voluto organizzare una spedizione per riconquistare l’Italia, ma nell’aprile/maggio 480 fu ucciso dai comites Ovida e Viatore, forse su ordine di Glicerio. Informato dell’assassinio di Nepote, Odoacre mosse contro la Dalmazia e il 9 dicembre del 481 o del 482 sconfisse e uccise in battaglia Ovida.

 

Sei anni dopo cadde anche l’ultima provincia che si considerava romana, il dominio di Soissons, autonomo da quando Egidio, nominato magister militum per Gallias da Maggioriano nel 457, alla morte di questi per mano del generale barbaro Ricimero non aveva riconosciuto il successore Libio Severo (461-465), che gli aveva inviato contro il generale Agrippino. Per ottenere il sostegno dei Visigoti di Teodorico II contro Egidio, alleatosi con il re dei Franchi Childerico I, Agrippino aveva dovuto cedere loro la Gallia Narbonese, sancendo di fatto la separazione definitiva del dominio di Soissons dal resto dell’impero. Egidio e Childerico avevano sconfitto i Visigoti a Orléans nel 463. Morto Egidio per mano di un sicario, gli erano succeduti il comes Paolo (464), ucciso da Childerico, e il figlio Siagrio, che governava col titolo di dux, ovvero di governatore di una provincia di confine in età tardoimperiale, ma era chiamato dai Franchi rex romanorum. Nel 486 Clodoveo sconfisse Siagrio nella battaglia di Soissons. Siagrio si rifugiò presso il re dei Visigoti Alarico II, ma questi lo tradì e lo consegnò a Clodoveo, che lo accusò di complotto e lo fece uccidere l’anno successivo.

 

In ogni caso, come scrisse Arnaldo Momigliano in un articolo del 1973, si trattò di una “caduta senza rumore”. In effetti, i contemporanei non notarono alcun cambiamento: dell’impero sopravvivevano le leggi, le istituzioni e il Senato, e la nuova realtà dei regni romano-barbarici sembrava in piena continuità con il mondo tardoimperiale. Inoltre, è importante distinguere la caduta dell’Impero Romano dalla fine dell’età antica, che tradizionalmente, per quanto riguarda l’Italia, è collocata nel 568 con la discesa del re dei Longobardi Alboino. Il Senato era convinto che la sua autorità e quella della Chiesa unite al potere di Odoacre fossero sufficienti a garantire l’ordine nella nuova realtà.

 

Il primo a comprendere l’importanza di quella data fu Marcellinus comes, funzionario alla corte di Giustiniano autore di un Chronicon che narra la storia della pars Orientis dal 379 al 534 e prosegue l’opera di Eusebio di Cesarea. Marcellino notò la curiosa omonimia del fondatore di Roma e del suo ultimo imperatore e affermò che dopo quella data «i re Goti furono padroni di Roma». In realtà, Marcellino era convinto che la fine dell’Impero Romano d’Occidente fosse da collegare più all’uccisione del magister militum Flavio Aezio, avvenuta nel settembre 454 per opera di Valentiniano III (423-455), che aveva agito su consiglio dell’eunuco Eraclio. Aezio, generale della Mesia che in gioventù era stato in ostaggio presso i Visigoti e presso gli Unni, dapprima si era alleato con Attila per sconfiggere i Burgundi nel 437 e poi l’aveva sconfitto nel 451 ai Campi Catalaunici, l’attuale Châlons-sur-Marne, presso Troyes, respingendolo oltre il Reno. Aezio era considerato dai bizantini “l’ultimo dei Romani” e si diceva che Valentiniano III aveva ucciso con la sinistra la sua mano destra (infatti lo stesso Valentiniano III il 16 marzo 455 sarebbe caduto vittima di una congiura dell’esercito e del Senato).

 

Quest’idea fu parzialmente ripresa dallo storico tedesco Otto Seeck nell’opera in sei volumi Geschichte des Untergangs der antiken Welt (Storia della caduta del mondo antico) del 1920. Secondo Seeck, il crollo dell’Impero Romano sarebbe stato causato da cause naturali e interne quali lo spopolamento, la crisi demografica e l’eliminazione dei migliori. L’opera di Seeck presenta una tendenza al darwinismo sociale ed è considerata in parte superata a causa del giudizio negativo dell’autore sulla tarda antichità: Seeck vedeva nell’autocrazia dispotica tardoimperiale il tramonto della libertà della Grecia antica e della Roma repubblicana, nonché una delle cause della crisi dell’impero.

 

Secondo André Piganiol, invece, «la civiltà romana non è morta di morte propria, ma è stata assassinata». Pertanto, per Piganiol, la fine dell’impero non può essere attribuita a fatalità, bensì soltanto a una causa esterna, ovvero l’impatto barbarico. La pensa così anche Bryan Ward Perkins, autore nel 2005 di The Fall of Rome and the End of Civilization, opera dal titolo gibboniano, che scrive che l’Occidente «andò perduto per la sua incapacità di impegnarsi con successo e respingere gli invasori», oltre che per le sollevazioni alimentate e aggravate dalla debolezza del potere imperiale, per esempio le cosiddette Bacaudae in Gallia e le rivolte donatiste in Africa.

 

In effetti, la società tardoimperiale era profondamente mutata. I ritardi negli approvvigionamenti provocavano spesso rivolte, come avvenne nel 387 ad Antiochia e nel 390 a Tessalonica, mentre a partire dalla seconda metà del III secolo in tutto l’impero si diffusero forme endemiche di brigantaggio e di pirateria, a cui si devono aggiungere saccheggi a opera di gruppi di barbari sempre più numerosi, di migliaia di uomini (per esempio i 6000 Longobardi e Obii in Pannonia nella seconda metà del III secolo). Addirittura, per quanto concerne la spedizione degli Eruli che portò alla distruzione di Atene nel 267, le fonti parlano di 2000 navi e 320000 uomini.

 

L’aumento della distanza tra lo Stato e la società tipico dell’età tardoimperiale provocò l’insofferenza della popolazione e un’insolita alleanza tra i grandi proprietari terrieri e i braccianti, i cui prodromi si possono forse scorgere nella rivolta dell’Africa proconsolare della primavera del 238, sotto il regno di Massimino il Trace, che secondo Erodiano partì da Thysdrus (odierna El-Djem, nella Tunisia centrale). Secondo Santo Mazzarino, infatti, la rivolta mise d’accordo i coloni e i domini, contrari a una serie di imposte particolarmente gravose a cui non corrispondeva nessuna ricaduta sull’unico territorio dell’impero ancora in pieno sviluppo economico. I rivoltosi proclamarono imperatori due senatori, il proconsole d’Africa Marco Antonio Semproniano Gordiano e il figlio Gordiano II, mentre il Senato, riconosciuti i due nuovi Augusti, dichiarò Massimino e il figlio Giulio Vero Massimo hostes publici e il popolo eliminò il prefetto al pretorio Vitaliano, sostenitore di Massimino. Forse i due Gordiani non seppero neppure della ratifica della loro nomina da parte del Senato, poiché furono uccisi dal legato della Numidia Capelianus, comandante delle poche forze stanziate nella provincia, ovvero la legio III Augusta e alcuni contingenti di cavalleria ausiliaria. Lo storico russo Michail Rostovzev vide nel fallimento dell’insurrezione la vittoria dei contadini-soldati contro la borghesia cittadina, ma in realtà la rivolta senatoria ebbe successo nel resto dell’impero, dove si stava diffondendo l’opposizione a Massimino. Il Senato nominò allora vigintiviri rei publicae curandae ed elesse due di costoro, Pupieno e Balbino, come imperatori. La plebe e i pretoriani, invece, fedeli al principio dinastico, imposero la nomina di Gordiano III, nipote di Gordiano I. Nell’aprile/maggio 238 Massimiano e il figlio furono sconfitti e uccisi ad Aquileia dalla legio II Parthica, mentre all’inizio di giugno i pretoriani eliminarono anche Pupieno e Balbino, colpevoli di averli marginalizzati. A questo punto, Gordiano III, rimasto unico imperatore, vendicò il padre e lo zio uccidendo Capelianus e sciogliendo la legio III Augusta.

 

Da questo episodio si comprende la totale autonomia dell’ordo senatorio, i cui latifondi divennero nel V secolo uno Stato nello Stato: i latifondisti potevano nominare giudici, punire i braccianti e reclutare un esercito personale, organizzando autonomamente la propria difesa. Lo Stato era troppo debole per riscuotere le tasse e doveva fare gli interessi del Senato, come dimostrato dal mancato accordo di Romolo Augusto con Odoacre nel 476. L’ultimo imperatore che cercò di mettere ordine nel sistema di esazione fu forse Maggioriano, che varò un condono che azzerava tutti i debiti con il fisco, esautorò gli esattori corrotti, proibì la reiterazione di abusi nella riscossione delle imposte, impedì lo scempio degli edifici monumentali di Roma e ridiede vigore alla figura del defensor civitatis, che era stato istituito da Valentiniano I (364-375) con l’obiettivo di rappresentare gli interessi dei cittadini oppressi soprattutto in ambito fiscale. Secondo Edward Gibbon, «il successore di Avito presenta la gradita scoperta di un carattere grande ed eroico, quale sorge a volte in un secolo degenere per sostenere l’onore della specie umana».

 

 Edward Luttwak ne La grande strategia dell’Impero Romano spiega che nel corso dell’età imperiale furono adottati tre differenti sistemi di difesa: l’impero egemonico, la difesa avanzata o di sbarramento e la difesa in profondità. Il modello egemonico fu adottato in età giulio-claudia, e si fondava sull’apporto fornito dagli Stati clienti come la Giudea, il Ponto, l’Osroene e la Commagene, i cui eserciti erano in grado di garantire l’autodifesa, ma non abbastanza forti da potersi ribellare contro Roma. Gli Stati clienti vennero meno a partire dall’età flavia e in età antoniniana fu adoperato un nuovo sistema di difesa, che entrò in crisi nel 167, sotto Marco Aurelio (161-180), con le grandi invasioni di Iazigi, Quadi e Marcomanni. Tuttavia, il sistema non fu cambiato, ma rafforzato con la creazione di due legioni a opera di Marco Aurelio e di tre a opera di Settimio Severo (193-211). Infine, Diocleziano istituì un nuovo sistema di difesa in profondità, fondato sulla suddivisione in limitanei, il cui compito in caso di invasione era di ritirarsi nelle fortezze in attesa di rinforzi, e comitatenses, truppe mobili che si spostavano dove era necessaria la loro presenza. Il sistema avrebbe retto fino a Valentiniano I, quando, proprio grazie a questo sistema, i barbari iniziarono a penetrare in profondità all’interno dei confini romani. A quel punto, sarebbe stata necessaria una nuova strategia offensiva di tipo antoniniano. La teoria di Luttwak è tuttora controversa, e secondo alcuni non vi sarebbero prove archeologiche a sostegno di essa.

 

Secondo la teoria classica di Edward Gibbon (1737-1794), autore dell’opera in sei volumi The History of the Decline and Fall of the Roman Empire, la caduta dell’Impero Romano d’Occidente sarebbe da attribuire alla diffusione del cristianesimo, divenuto religione di Stato in seguito all’editto di Tessalonica del 380, e al conseguente rovesciamento degli ideali classici. In effetti, l’avvento del cristianesimo provocò forti contrasti all’interno della società e gravi episodi di intolleranza, per esempio la lotta tra Damaso e Ursino per il soglio pontificio del 366, che secondo Ammiano Marcellino causò 137 morti, la distruzione della sinagoga di Callinicum nel 388, il divieto di sacrificio, di ingresso nei templi e del culto delle statue, la distruzione del Serapeo di Alessandria e la conseguente rivolta contro il vescovo Teofilo, l’uccisione di Ipazia nel 415 (secondo Gibbon «una macchia indelebile sul carattere e sulla religione di Cirillo d’Alessandria»), e i vari episodi di usurpazioni “filopagane”, come quelli di Magno Massimo (383-388, sconfitto a Siscia e Poetorio) e di Flavio Eugenio (392-394, sconfitto nella battaglia del Frigido, considerata da Paolo Orosio una sorta di “giudizio divino”). Tuttavia, gli episodi di intolleranza si diffusero soltanto tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, quando pagani, niceni e ariani si accusarono reciprocamente della disfatta di Adrianopoli (8 agosto 378). La svolta avvenne quando l’imperatore d’Oriente Valente (364-378), di fede ariana, iniziò a perseguitare sia i pagani sia i niceni, mentre l’imperatore d’Occidente Graziano (367-383) abbandonò il titolo di pontifex maximus nel 367, nel 375 o, più probabilmente, nel 382, quando, forte del sostegno del collega d’Oriente Teodosio e del vescovo di Milano Ambrogio, abolì le sovvenzioni ai culti e ai collegi sacerdotali pagani, che assunsero una dimensione privata, e fece abolire dalla Curia l’altare della Vittoria, che era stato portato da Augusto, abolito da Costanzo II (337-361) e reintrodotto da Giuliano (360-363).

 

La storia dell’altare della Vittoria è molto particolare: l’anno successivo il Senato, in maggioranza pagano, inviò il grande oratore Quinto Aurelio Simmaco a Milano per chiederne la reintroduzione al giovane imperatore Valentiniano II (375-392), il quale si rifiutò a causa dell’influenza esercitata su di lui da Ambrogio. Nello stesso anno, Graziano veniva ucciso dall’usurpatore pagano Magno Massimo: con un gioco di parole, una profezia aveva predetto che se l’imperatore non avesse voluto essere pontefice, presto sarebbe stato pontefice Massimo. Nel 391 vi fu una nuova delegazione senatoria fallimentare, finché l’anno seguente l’usurpatore Flavio Eugenio, nominato Augusto dal generale franco Arbogaste, uccisore di Valentiniano II, e sostenuto dal Senato, ne decise la ricollocazione nella Curia. Sconfitto Flavio Eugenio nella battaglia del Frigido, Teodosio rimase l’unico imperatore e rimosse nuovamente l’altare, che fu reintrodotto nel 395 dal magister militum e parens publicus di Arcadio (383-408) e Onorio (395-421) Stilicone, più moderato nei confronti dell’aristocrazia. Per ingraziarsi la gerarchia cristiana, nel 407 lo stesso Stilicone dovette rimuovere l’altare, mossa comunque fallimentare poiché l’anno seguente egli perdette il sostegno di Onorio e fu giustiziato il 22 agosto.

 

Il cristianesimo aveva permesso a Eusebio di elaborare una nuova teoria imperiale che consentiva a Costantino di essere non più un dio tra tanti, ma il vicario di Dio sulla terra. Col tempo, la Chiesa si affermò come potere parallelo, al punto che Ambrogio influì spesso sulle decisioni di Teodosio, per esempio proibendo la ricostruzione della sinagoga di Callinicum, oppure con la scomunica di Teodosio in seguito al massacro di Tessalonica del 390, in cui erano morte oltre 7000 persone. Nel caso della rivolta di Antiochia del 387, invece, furono i monaci a convincere i comandanti a evitare una dura repressione. Importante fu anche il ruolo svolto dalla delegazione senatoria guidata da papa Leone I che, forse per volere dell’imperatore d’Oriente Marciano (450-457), incontrò Attila a Mantova e lo convinse ad abbandonare l’Italia, terra povera devastata e sconvolta dalla carestia e dalla peste. Molto violenti furono i donatisti, in particolare i circumcelliones, briganti che si spostavano da una proprietà fondiaria all’altra. Pare che proprio un donatista, il comes Africae Bonifacio, nel 429 abbia chiamato in Africa i Vandali di Genserico (428-477), che furono accolti come salvatori.

 

In effetti, non era così infrequente che i Romani, oppressi dalle tasse e dall’assenza di giustizia, si trasferissero presso i barbari o i ribelli Bagaudi, convinti di condurre una vita migliore, come racconta Salviano di Marsiglia nel De gubernatione Dei. La sostanziale continuità tra l’impero e i regni romano-germanici portò lo storico belga Henri Pirenne, autore nel 1937 dell’opera Mahomet et Charlemagne, ad affermare che soltanto con l’invasione araba del VII secolo si ebbe una svolta verso il Medioevo. Secondo Pirenne, i barbari invasero l’impero per essere partecipi della sua ricchezza, non per distruggerlo, pertanto mantennero gli aspetti essenziali della romanità. L’avvento dell’Islam, invece, avrebbe posto fine ai commerci con le aree sotto il controllo arabo, segnando il passaggio a un’economia di sussistenza. Per dirlo con le sue parole, «senza l’Islam, l’impero dei Franchi non sarebbe forse mai esistito e, senza Maometto, Carlo Magno sarebbe inconcepibile».

 

La posizione di Pirenne non deve sorprendere: tutti i regni romano-barbarici mantennero intatte le istituzioni romane e per alcuni anni vissero in buone condizioni economiche, con la parziale eccezione del regno vandalico, i cui latifondi, prima gestiti da senatori che vivevano a Roma e li controllavano tramite dei collaboratori locali, furono assegnati alla nuova aristocrazia vandalica, la quale comunque fu affiancata da quella romana. Dopo la parentesi della persecuzione antinicena di Unerico (477-484), successore di Genserico, il regno visse un periodo di prosperità economica e culturale noto come “rinascimento vandalico” sotto Guntamondo (484-496) e Trasamondo (496-523). La lingua dell’amministrazione rimaneva il latino e il re si avvaleva di una serie di collaboratori che continuavano il cursus honorum classico: il praepositus regni, responsabile dell’apparato burocratico, i domestici, i comites, il maiordomus, che amministrava i beni privati, e i iudices, a capo delle province. Allo stesso tempo, però, iniziò il declino della produzione agricola e manifatturiera e diminuirono gli scambi con l’Italia, mentre aumentavano le rivolte dei Mauri, e questo sembra smentire parzialmente la tesi di Pirenne. In effetti, quando il filobizantino Ilderico (523-530) fu deposto da Gelimero (530-533), fu facile per il neoimperatore d’Oriente Giustiniano (527-565) riconquistare il regno grazie a una rapida campagna del generale Belisario.

 

Assai meno semplice fu la riconquista dell’Italia, che avvenne in seguito alla guerra greco-gotica, che durò dal 535 al 553 e si concluse con la sconfitta dell’ultimo re ostrogoto Totila a Gualdo Tadino. La durata della guerra forse fu dovuta anche alla scarsa fiducia che Giustiniano riponeva in Belisario, che fu sostituito da Narsete. La guerra provocò incredibili devastazioni, oltre alla definitiva provincializzazione dell’Italia, che fu assegnata all’esarca. I bizantini furono percepiti come invasori e la crisi che colpì l’Italia pare smentire un’altra volta la tesi di Pirenne. Infine, non si può non citare la teoria secondo la quale all’origine della caduta dell’Impero Romano vi sarebbe l’avvelenamento da piombo.

 

La domanda che molti storici si sono posti è per quale motivo l’Oriente sia sopravvissuto alle invasioni. Il motivo principale è che l’Oriente versava in condizioni economico-sociali decisamente migliori e il fronte orientale rimase sostanzialmente tranquillo fino all’avvento dell’espansionismo arabo. Nel 530 Belisario sconfisse i Persiani a Dara e Giustiniano stipulò un trattato di pace eterna con il loro re Cosroe I. La pace fu rotta nel 540, mentre Giustiniano era impegnato in Italia, ma fu sufficiente inviare un nuovo pesante tributo per stornare la minaccia persiana. L’Occidente, invece, fondava i propri approvvigionamenti sul controllo dell’Africa proconsolare, provincia che fu protagonista di numerose rivolte, tra cui quella del comes et magister utriusque militiae Gildone, sedata da Stilicone nel 398 e scatenata dall’imperatore d’Oriente Arcadio, che non accettava la tutela del generale vandalo, e quella già citata del comes Bonifacio. Nel 442 Aezio ottenne nuovamente la Mauretania e la Numidia, ma a caro prezzo: infatti, dovette cedere l’Africa proconsolare e la Bizacena, le due province più ricche e popolose, peraltro senza un foedus, sancendo di fatto la nascita di un nuovo regno romano-barbarico. Allestiti una flotta e un esercito considerevoli e riconquistate le Gallie e la Spagna, Maggioriano si pose a capo di una coalizione antivandalica, ma la flotta romana fu distrutta da quella vandala prima ancora di raggiungere il porto di Cartagena e l’imperatore fu costretto a riconoscere ai Vandali il possesso di tutti i territori conquistati dopo il 455, e forse anche quello delle Baleari, della Corsica e della Sardegna. L’ultima dispendiosissima spedizione antivandalica, guidata dal generale Basilisco, fu fermata a Capo Bon nel 468, forse perché l’imperatore d’Oriente Leone I aveva inviato scarsi contingenti. Giulio Nepote tentò la via diplomatica, ma ebbe qualche successo solo con i Visigoti.

 

In secondo luogo, vi è il rapporto con i barbari. Costantino e Teodosio furono accusati di essere troppo arrendevoli nei confronti di essi. Infatti, nel 330-331 Costantino aveva siglato il primo foedus romano-gotico, permettendo a circa 300000 barbari di insediarsi tra Grecia, Macedonia e Dacia, mentre nel 382 Teodosio aveva siglato con i Goti di Atanarico un foedus in base al quale i Goti potevano vivere in totale autonomia in Illirico, in Mesia e sul Danubio, sotto il governo dei loro sovrani e delle loro leggi, con l’unico obbligo di fornire truppe ausiliarie, una sorta di ritorno al modello degli Stati clienti. Alcuni storici parlano di primo regno romano-barbarico, mentre André Piganiol lo definì un «patto scelerato». In ogni caso, le due partes imperii assunsero un atteggiamento diverso nei confronti della presenza barbarica: in Occidente, gli episodi di intolleranza furono sporadici, quasi limitati alla rivolta antistiliconiana del 408, mentre in Oriente essi furono molto più frequenti e trovarono l’appoggio di tutta la società, dai laici alle gerarchie ecclesiastiche, dall’aristocrazia al popolo. Nel 399 il vescovo di Cirene Sinesio pronunciò di fronte ad Arcadio il De regno, un discorso fortemente antigotico, e l’anno seguente il vescovo di Costantinopoli Giovanni Crisostomo con i suoi sermoni provocò una pulizia etnica in larga scala (si parla di migliaia di morti) che costrinse il magister utgriusque militiae Gainas, di origine gotica, a fuggire in Tracia, dove fu ucciso dal visigoto Fravitta, che prese il suo posto.

 

Contingenti militari di origine barbarica continuarono a essere arruolati e alcuni generali barbari continuarono a ricoprire cariche importanti, ma gli imperatori si lasciarono influenzare di meno da quelli che alcuni storici definiscono “generalissimi”. Il magister militum alano Flavius Ardabarius Aspar ebbe un ruolo di primaria importanza e riuscì a imporre due imperatori, Marciano e Leone I (457-474), ma nel 471 fu assassinato e gli succedette il capo della tribù isaurica Tarasikodissa, che assunse il nome di Zenone. Inoltre, le maggiori disponibilità economiche permisero all’Oriente di pagare cospicui tributi ai barbari, mentre quando Stilicone dovette pagare ad Alarico una riparazione di 4000 libbre d’oro, nel 408, fu costretto a far fondere l’oro del tempio di Giove Ottimo Massimo, attirandosi le antipatie dei pagani. Inoltre, Marciano fu un imperatore battagliero: egli si rifiutò di pagare il tributo agli Unni e convinse il loro re Attila a spostarsi in Occidente. Viceversa, in Occidente, in seguito alla morte di Valentiniano III si succedettero imperatori inetti o impossibilitati ad agire: il senatore Petronio Massimo fu ucciso dopo un mese di regno alla notizia dell’imminente sacco di Roma a opera dei Vandali di Genserico, mentre il suo successore, il magister militum Eparchio Avito, aristocratico gallo sostenuto dai Visigoti in funzione antivandalica, commise l’errore di affidare il comando della guerra contro i Vandali al comes Ricimero, che lo depose e da quel momento controllò le nomine imperiali in Occidente. Fu Ricimero  a giustiziare Maggioriano e a imporre sul trono il senatore lucano Libio Severo Serpenzio (461-465), debole e totalmente dipendente da lui, che forse lo avvelenò. Morto Libio Severo, dopo un lungo interregno, Ricimero consentì a Leone I di nominare un nuovo imperatore, individuato nella figura di Antemio Procopio (467-472), ma se ne pentì e, forte del sostegno di Burgundi e Svevi, cercò di imporre Anicio Olibrio, un aristocratico in ottimi rapporti con Genserico. Nel luglio 472 Ricimero assediò Roma: Antemio fu ucciso, ma ad agosto morì anche Ricimero e a novembre lo stesso Olibrio. Morto Ricimero, suo nipote, il nuovo magister militum Gundobado, riuscì a imporre la nomina di Flavio Glicerio. Anche l’ascesa dell’ultimo imperatore fu possibile solo grazie al magister militum Oreste. A causa dell’influenza esercitata su di lui da Ricimero, alcuni hanno dubitato anche della reale autonomia di Maggioriano, la cui figura, tuttavia, è stata riabilitata positivamente negli ultimi anni.

 

 

Per saperne di più:

Edward Gibbon, Decadenza e caduta dell’Impero Romano, Newton Compton Italiana, Perugia 1973.

Silvia Giorcelli, Epigrafia e storia di Roma, Carocci, Roma 2015.

Edward Luttwak, La grande strategia dell’Impero Romano, Rizzoli, Milano 1981.

Arnaldo Marcone, Giuliano. L’imperatore filosofo che tentò la restaurazione del paganesimo, Salerno Editrice, Roma 2019.

Domenico Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Editori Laterza, Milano 2010.

Sergio Roda, Il modello della repubblica imperiale romana fra mondo antico e mondo moderno, Monduzzi Editoriale, Gorgonzola (MI), 2019.

Sergio Roda, Storia romana. Dallo stato-città all’impero senza fine, EdiSES, Napoli 2019.

 

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