10 giugno 2019

La sfida futurista e il dinamismo in politica

di Massimiliano Vino

Nel febbraio del 1917, Emilio Settimelli, un prestigioso esponente del Futurismo, il movimento artistico e culturale tutto italiano incentrato sulla potenza e sulla grandezza di un avvenire segnato dalle macchine, dalla velocità e dal dinamismo, scrisse su L’Italia Futurista il primo vero manifesto politico futurista:

Il Futurismo è democrazia. Noi siamo per la forza libera in qualsiasi posto si trovi e l’appoggiamo e l’ammiriamo. Riconosciamo tutti i diritti alle classi lavoratrici e produttrici e nel nostro programma è in prima linea: la difesa economica e l’educazione del proletariato. Il nostro nazionalismo è anti-tradizionalista ed eminentemente democratico.

Il Futurismo entrava così di diritto in quella vasta schiera di movimenti, intellettuali e uomini politici i quali avevano spinto l’Italia all’intervento nei due fronti bellici che, a distanza di brevissimo tempo, avevano visto impegnate le forze del Regno rispettivamente contro l’Impero ottomano in Libia (1911-1912) e contro l’Impero asburgico nella Grande Guerra (1915-1918).

 

Al pari di tutti gli altri interventisti di allora, da Mussolini fino a Papini, passando ovviamente per D’Annunzio, anche i pensatori futuristi aspiravano ad un rinnovamento profondo della vita politica, sociale e culturale dell’Italia. Il loro obiettivo era quello di creare uno “Stato Nuovo” che fosse il più possibile distante ed originale rispetto alle democrazie parlamentari occidentali, ma anche rispetto agli imperi ormai tramontati del centro Europa.

 

La “sfida futurista” era in verità partita già venti anni prima, ancora nell’Ottocento, quando Mario Morasso, sociologo nazionalista, aveva sottolineato nel 1898 il carattere anomalo dell’Italia, la quale non aveva le caratteristiche per poter essere simile alla sua grande antenata, la civiltà romana. Data questa premessa, era necessario formare “un italiano moderno”, ripudiare il culto del passato, cavalcare l’onda della modernità e del progresso scientifico e tecnologico.

 

Nemmeno dieci anni dopo, nel 1907, Filippo Tommaso Marinetti, italiano di Alessandria d’Egitto, intellettuale, artista,  scrittore e fondatore del Futurismo, sulla falsariga di quanto già Morasso aveva sostenuto fu descritto da un altro grande esponente futurista, Umberto Boccioni, come scoraggiato dalla minorità apparente in cui la sua condizione italiano sembrava averlo intrappolato. Era necessaria dunque una svolta. Secondo Boccioni tutto era da “rifare spiritualmente”. L’italianismo del nuovo secolo avrebbe dovuto guardare prepotentemente alla modernità. Anche secondo il già menzionato Papini, ciò voleva dire accettare completamente la civiltà moderna.

 

Il calderone delle riflessioni e delle proposte politiche e culturali dei Futuristi e degli anti-giolittiani italiani trovava nel culto della vita, dell’azione e della libertà i suoi presupposti fondamentali. Le esperienze belliche in cui fu coinvolta l’Italia, del resto, non fecero che permettere il dilagare di queste considerazioni. In particolare, i futuristi parteciparono attivamente al conflitto con il nemico asburgico, costituendo addirittura un proprio battaglione di “arditi futuristi”.

 

L’11 febbraio del 1918, sempre L’Italia Futurista pubblicò il Manifesto del Partito Futurista Italiano, scritto da Marinetti in persona. L’intellettuale italo-egiziano sottolineò in particolare come questo nuovo progetto fosse completamente distaccato dal Futurismo puramente artistico, il quale doveva procedere per conto proprio allo svecchiamento del mondo culturale italiano. L’obiettivo del Partito Futurista, invece, era in primo luogo quello di favorire ed incrementare “le forze dell’uomo moderno”. La chiave di lettura era prettamente individualista e dai forti accenti militaristi. Se la guerra, secondo Marinetti, era «la sola igiene del mondo», allora bisognava politicamente spingere verso «l’igiene integrale equilibrante tutte le forze dell’individuo».

 

Un autorevole esponente del giornale Roma Futurista, sottolineò che la rivoluzione futurista avrebbe avuto come obiettivo quello di:

Sovvertire i valori attuali, a dar voce ai veri rappresentanti della nazione, a mettere in valore le qualità create dalla guerra, a dare a tutte le classi educazione e coscienza italiana. È contro gli utopistici livellamenti. Per la libertà, per la fraternità, contro l’assurda uguaglianza. Per la dittatura dell’intelligenza in ogni campo, senza domandare al depositario della medesima a quale classe appartenga. Per il frutto del lavoro ai lavoratori. Per un ben inteso sindacalismo nazionale.

Tale programma, all’apparenza piuttosto generico e senza evidenti punti di interesse politico, si tradusse in un attacco al papato, al parlamentarismo, al senato e alla burocrazia, in una volontà di abolire ogni «parassitismo industriale e capitalistico» al fine di garantire un adeguato compenso a tutti i lavoratori, restituendo valore e potere a tutti i giovani combattenti italiani nelle trincee delle Alpi orientali. Anche un futuro ed illustre rappresentante politico del fascismo, Giuseppe Bottai, passò dalle file del Futurismo, inneggiando alla repubblica e al repubblicanesimo prevalenti tra i futuristi politici: del resto, l'aspirazione repubblicana sarà un tratto condiviso sia dalla visione politica della prima avanguardia italiana che dal giovane movimento fascista. Un elemento che invece coniugò in parte le forze del futurismo politico con quelle del futurismo artistico fu l’ostilità verso il mondo accademico: Gino Galli arrivò a sottilineare l’idea di abolire molte scuole superiori e corsi universitari, di dare spazio alla formazione tecnica, al progresso e al lavoro velocizzato.

 

Secondo la politica futurista, la spinta verso la modernità non avrebbe dovuto conoscere limiti. Una nota particolare era riservata anche alle donne, alle quali doveva essere concesso il voto e delle quali doveva essere incentivata la partecipazione politica all’attività nazionale. Emilio Settimellisi, tuttavia, si scagliò anche in chiave polemica nei confronti del costume romantico italiano, esprimendo parole contraddittorie nei confronti delle donne:

Noi futuristi vogliamo liberare la nostra razza sentimentale dall’orribile incubo della gelosia e del romanticismo estenuante, vogliamo che la donna in quanto femmina sia considerata un animale da prendersi e niente più; in quanto anima e cervello un compagno degnissimo di tutta la considerazione e l’affetto.

Nel settembre del 1919, l’ambizioso programma futurista incontrò per la prima volta gli altri due grandi fenomeni politici dell’Italia post-bellica: il dannunzianesimo culminante nell’impresa di Fiume e la nascita dei Fasci di Combattimento. Tutti i fermenti rinnovatori, anti-liberali, intervisti ed arditi dell’Italia confluirono così in un'unica voce intellettuale (e non solo), nata dal primo contatto tra il leader del Futurismo, Marinetti, e due tra le più carismatiche personalità politiche a capo di movimenti paramilitari, D’Annunzio e Mussolini.

 

Se la parabola dannunziana era destinata a spegnersi rapidamente, nonostante in molti avessero visto nel vate il vero futuro "duce" dello Stato Nuovo in Italia, l’ascesa di Mussolini fu inarrestabile. I punti di contatto tra il movimento fascista e futurismo, come si è già accennato, erano peraltro numerosi: in entrambi spiccava un profondo irrazionalismo, un perentorio antistoricismo e un pessimismo antropologico, tragico, attivo, oltre ad un vero e proprio mito del futuro (si veda l’articolo precedente). Si può addirittura sostenere, anche secondo le opere del più autorevole studioso del fascismo, Emilio Gentile, che nella sua fase originaria fu proprio lo stile politico fascista a esser debitore nei confronti del futurismo.

 

Questa combinazione era però destinata fatalmente ad esaurirsi con la svolta realista del fascismo nel 1920 e con la fisionomia da vero e proprio partito assunta dai Fasci di Combattimento nel 1921. Mutuando idee e contributi di uomini e movimenti culturali ed intellettuali, il fascismo finì per “tradire” tutte queste istanze, svoltando verso un’idea statalista della modernità. Dell’utopia futurista, caotica, anarchica, totalmente rivoluzionaria, rimasero soltanto pochi gli esponenti ancora fiduciosi nell'avvenire dell’Italia sotto il regime. Forse, secondo Gentile, si illusero ancora di poter guidare la modernità e l’avvenire dell’Italia, pur se in seconda linea. Di fatto la “sfida alle stelle” futurista, con l’avvento del fascismo al potere, era già finita.

 

 

Per saperne di più:

Per avere un’idea del clima che accompagnò la partecipazione politica dei movimenti artistici, letterari e culturali in un’Italia ormai avviata verso il fascismo, si consiglia Emilio Gentile, Il mito dello Stato nuovo dall'antigiolittismo al fascismo, Laterza, Roma 2015 e dello stesso autore Le origini dell’ideologia fascista, Il Mulino, Bologna 2011.

Sempre dello stesso autore è il saggio inerente l’avventura politica futurista e i suoi rapporti con il fascismo: La nostra sfida alle stelle. Futuristi in politica, Laterza, Roma 2009.

 

 

Immagine di pubblico dominio, da wikicommons: https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Dinamismo_di_un_Ciclista,_1913#/media/File:Umberto_Boccioni_-_Dynamism_of_a_Cyclist.jpg

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