8 novembre 2019

Il fragile equilibro della conversazione

di Alexia Despina Leonidou

La linguistica è forse una delle discipline più eterogenee a cui ci si può approcciare: la sua attenzione non cade solamente sui fatti interni alla lingua, concernenti la sua struttura e la grammatica su cui poggia, ma anche su quelli esterni, che hanno contribuito diacronicamente alla sua trasformazione e che sincronicamente la modellano di giorno in giorno e a cui lei stessa contribuisce. Tutto ciò è certamente riduttivo, tuttavia ci fornisce già l'idea della poliedricità di questa disciplina.

 

Una delle sue sfaccettature è dedicata all'uso pragmatico (da cui linguistica pragmatica) del linguaggio nei contesti di quotidiana interazione fra esseri umani, con particolare attenzione alle modalità di veicolazione delle informazioni, al loro rapporto con l'intenzione dei parlanti e alle loro esigenze in relazione a determinati contesti conversazionali.

 

Come riporta il titolo di una delle opere più importanti di John Langshaw Austin, massimo esponente della filosofia del linguaggio ordinario, la linguistica pragmatica consiste nel ricercare l'aspetto ‘pratico’ del linguaggio umano, ossia «how to do things with words». Il fascino di questi studi si acuisce di fronte all'analisi di situazioni conversazionali assai frequenti nella vita quotidiana di ognuno di noi, gettando luce su aspetti e significati che ai più risultano invisibili, ma la cui importanza è fondamentale per la comunicazione interpersonale. È proprio a questo punto che subentra il concetto di equilibrio. In linguistica questa parola, o meglio, il suo significato, assume le vesti di altri termini, afferenti a diversi campi di questa disciplina, ma che tutti mirano a sottolineare i concetti, per nominarne alcuni, di regolarità, ordine, assenza di ambiguità, omogeneità, analogia: si pensi alla presupposta ineccepibilità delle leggi fonetiche, assunto principale della lontana scuola degli Junggrammatiker, o alla prima forma di sistema linguistico elaborato dal bambino che apprende la/e propria/e lingua/e madre/i, tendente a continui processi di analogia al fine di dar vita a un sistema il più possibile omogeneo e regolare, privo di eccezioni. O ancora, si parla di balanced bilingualism, una tipologia – ideale, se non estremamente rara – di bilinguismo in cui la competenza in una lingua corrisponde esattamente a quella nell'altra. Tuttavia, di fronte a questo tentativo di cercare l'equilibrio, ci si è spesso trovati costretti ad asserire che: a) l’ineccepibilità delle leggi fonetiche è un concetto complesso e relativo; b) il bambino, con il tempo, ‘rompe’ l'iniziale struttura su base analogica per dare spazio a quello che sarà un sistema molto più complesso, fatto di eccezioni, irregolarità e ambiguità; c) il bilinguismo bilanciato è una realtà più ideale, o estremamente rara, che concreta.

 

Esistono per di più circostanze in cui la perdita di equilibrio o l'assenza di un suo presupposto possono compromettere la possibilità di realizzazione di una conversazione o la sua piena riuscita. Si lasciano all'immaginazione le conseguenze a cui ciò può portare. Di fatto "comunicare" significa letteralmente "rendere comune", condividere informazioni e intenzioni relazionandosi con almeno un altro individuo. Usando le parole di Herbert H. Clark, noto psicolinguista, la comunicazione è una «joint action», costituita da «participatory actions», ossia un atto che presuppone l'azione da parte di due singoli, i quali, collaborando continuamente, riescono a dar forma ad un'azione congiunta paragonabile a due musicisti che suonano contemporaneamente un pianoforte, o a due ballerini che seguono passo per passo la melodia di un valzer. Perché tutto ciò avvenga è necessario individuare un terreno comune, un «common ground» su cui poter mantenere saldo l'equilibrio di una discussione. Si tratta di un insieme di fattori che può raggiungere dimensioni molto vaste; in esso si possono annoverare l'appartenenza alla medesima comunità linguistica, la nazionalità, usi, costumi e opinioni condivise e persino la presupposizione da parte di uno degli interlocutori che l'altro condivida un certo numero di informazioni considerate di comune dominio. Un dialogo, per essere sostenuto in maniera efficiente, richiede uno sforzo continuo da parte di tutti i membri della conversazione: ciò implica una decodifica e una codifica sistematica del messaggio, l'invio di segnali linguistici e non (che talvolta assumono un carattere polimorfo, composito), come cenni o parole di assenso, la ripetizione di "mh-mh" o "certo" sommessi e non invasivi come segnale di feedback continuo per l'interlocutore che conferma una corretta ricezione e comprensione del messaggio. Talvolta però, in concomitanza con un trasporto emotivo, il feedback risulta molto più invadente e deciso, a tal punto da troncare il flusso del discorso di uno dei due interlocutori, il quale, per qualche secondo, cede la parola all'altro, per poi ristabilire l'equilibrio iniziale una volta ricevuto il feedback di assenso: è il caso di "assolutamente", alternato ad "assolutamente sì", connotati da un tono di voce concitato e seguiti da poche altre parole. Per mantenere l'equilibrio di una conversazione è fondamentale il rispetto dei turni conversazionali e il rispetto reciproco secondo le convenzioni sociali che teoricamente dovrebbero appartenere al common ground posseduto dagli interlocutori.

 

I meccanismi che regolano i turni fra i locutori seguono meccanismi estremamente sofisticati e le modalità di apprendimento di questi da parte dei bambini sono ancora oggetto di studi. Tali meccanismi dipendono fortemente non solo da fattori interni alla lingua, come la sua struttura e la prosodia, ma anche da fattori esterni, come la gestualità e il contatto visivo.

 

Un ruolo fondamentale è rappresentato anche dalla cultura a cui appartengono i locutori: i popoli mediterranei articolano la conversazione in maniera molto più irregolare di quanto possa accadere nel nord Europa, in particolare in territori germanofoni. La parziale prevedibilità di tali meccanismi interazionali dona un certo grado di regolarità al flusso conversazionale; tuttavia, come constatato da Clark:

 

La conversazione è un esempio per eccellenza di attività congiunta in cui le azioni congiunte sono aperiodiche, non bilanciate e alternate. Sono aperiodiche perché non hanno alcuna cadenza, non bilanciate poiché sono condotte in gran parte dal locutore e alternate perché chi parla si alterna in turni.

 

Ciò non esclude, come continua l'autore, che la conversazione possa presentarsi diversamente, ossia bilanciata, come durante la recitazione di una preghiera all'unisono, e periodica, come lo sono i cori dei tifosi allo stadio o quelli dell'opera, che cantano seguendo un ritmo. A parte questi casi specifici, e sicuramente non rispecchianti il modello di conversazione più convenzionale, la sua forma primaria è sicuramente quella aperiodica e alternante e, sicuramente, quella più ricca di informazioni preziose per gli studiosi. Di fatto, così come le forme irregolari in una lingua costituiscono un ottimo punto di partenza per un'analisi diacronica e sincronica alla ricerca delle cause di tale irregolarità, così anche nell'analisi di una conversazione le divergenze, la rottura dell'equilibrio, i fraintendimenti e così via danno modo di studiare le modalità con cui gli interlocutori corrono ai ripari di tali situazioni. Ansia e tensione sono spesso le cause più frequenti di disfluenze, intese qui come interruzioni, blocchi, ripetizioni o frammentazioni di parole, che contribuiscono a minacciare il flusso omogeneo della conversazione, ma che, dopotutto, costituiscono una realtà assai frequente perché fisiologica. Le conseguenze di ciò sono spesso minime: il locutore che ha mostrato i segni di una disfluenza tende a ricorrere immediatamente ai ripari mediante una riformulazione della parole, della frase o di parte di essa, mentre l'ascoltatore attende che tale riparazione giunga a completamento. Fondamentale è infatti la coordinazione e una certa elasticità nel rispettare i tempi richiesti dagli imprevisti; tuttavia, allo stesso tempo, costituisce l'elemento più fragile. I problemi di coordinazione si risolvono, secondo Clark, applicando il principio della «joint salience», secondo cui  «la soluzione ideale ad un problema di coordinazione tra due agenti consiste nella soluzione più saliente, importante o evidente relativamente al “common ground” del momento». Il generale principio di economia che regola il linguaggio umano vale anche in questo campo e si attua scegliendo la soluzione più rapida, opportuna ed efficiente per la situazione. Il rispetto delle tempistiche di processazione dell'informazione veicolata da uno dei due locutori non è meno importante: l'uso di un termine raro, una formulazione assai lunga, la sintassi e/o morfologia complessa o addirittura l'estrema precisione del messaggio e la scarsa convinzione del locutore circa la veridicità di ciò che sta proferendo sono tra le cause principali della dilatazione dei tempi di comprensione del messaggio. Ciò dimostra come il contenuto e la processazione siano interdipendenti, due variabili direttamente proporzionali. Ma non solo. È grazie a questi dati che si può comprendere come la comunicazione sia un'azione che avviene solo mediante la partecipazione, l'impegno di almeno due individui: volendo fare una metafora, la conversazione è la corda alle cui estremità si reggono due parlanti; affinché questa rimanga tesa, ciascuno dei due si affida al peso dell'altro e se uno dei due mostra segni di cedimento, l'altro deve mostrarsi pronto a compensare l'equilibrio perso. 

 

 

Per saperne di più:

 

Cecilia Andorno, Roberta Grassi, Ada Valentini, Verso una nuova lingua. Capire l'acquisizione di L2, Torino, Utet, 2017.

Herbert H. Clark, Using Language, New York, Cambridge University Press, 2005.

 Ferdinand de Saussure, Cours de linguistique générale, Parigi, Payot, 2016, [1916].

 Charles F. Hockett, Where the tongue slips, there slip I, in To honour Roman Jakobson: Essays on the occasion of his 70th birthday, L’Aia, Mouton, 1967, pp. 910-936.

Andrew Schiller, Order and entropy in natural language, in Ross Steele and Terry Threadgold, Language topics: Essays in honour of Michael Halliday, Amsterdam, John Benjamins, 1987, pp. 315-331.

 
 
Immagine di copertina ideata e fornita dalla dott.ssa in Design del prodotto industriale Anastasia Leonidou, attualmente studentessa in Advanced Design dei servizi presso l 'Università di Bologna.

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