29 novembre 2019

Il meraviglioso come equilibrio poetico: fusione di credibile e incredibile nella Poetica di Francesco Patrizi (parte prima)

di Tommaso Ghezzani

«È del poeta il fin la meraviglia» scriveva Marino, racchiudendo in un solo verso quello che sarebbe diventato un vero e proprio motto non solo della poesia ma di tutta l’arte barocca.

 

Su questa scorta siamo ormai soliti relazionare tale meraviglia, tanto poetica quanto artistico-figurativa, a giochi virtuosistici, a eccessi monumentali, a bizzarrie e arabeschi spesso visti contrapposti alla «nobile semplicità e quieta grandezza» attribuite alla cultura classica con le relative etichette di armonia ed equilibrio. In realtà questi due poli, lontani dall’essere compartimenti a tenuta stagna, dialogano spesso tra loro e, in un momento storico tumultuoso, come il tardo Cinquecento italiano, possiamo assistere a numerosi fenomeni di ibridazione in diversi campi della cultura.

 

Il cosiddetto Manierismo raccoglie l’armonia dei grandi maestri del Rinascimento scuotendone le fondamenta e dirigendola verso le tortuosità del Barocco; se questo è vero per l’arte figurativa, la letteratura non è da meno, e a queste bisogna aggiungere anche la variegata schiera degli stessi teorici delle arti.

 

Fra i molti teorici di arte poetica spicca in particolare il filosofo Francesco Patrizi da Cherso (1529-1597), una fra le più alte voci della filosofia platonica del secolo, fiero avversario della fazione aristotelica. Tra le sue ultime grandi opere vi è appunto una monumentale (e incompiuta) raccolta di deche, Della Poetica, scritte tra il 1586 e il 1588. Nonostante le dieci deche previste, ne scriverà solo sette, delle quali saranno pubblicate solo le prime due; in ogni caso il materiale è più che sufficiente per darci le coordinate di una ricchissima teoria poetica. La tentazione di appiattire questo autore verso posizioni anacronisticamente irrazionalistiche potrebbe essere forte ma la parola chiave per poter comprendere pienamente l’idea che guida tutta l’opera è equilibrio. Questo non va confuso con l’equilibrio ormai deteriore dei teorici aristotelici che, tramite un’interpretazione stereotipata ed esasperata della Poetica di Aristotele, pretendevano di ridurre il fenomeno poetico entro uno spettro limitato di categorie razionalistiche estremamente limitanti. Patrizi scrive infatti un’arte poetica, ossia un insieme di precetti tecnici per comporre e giudicare i prodotti letterari, ma non limita la vera poesia alla mera applicazione di tali norme. La poesia, secondo Patrizi, è un compromesso tra le regole richieste dal soggetto poetico e la libertà del poeta che, entro certi limiti, può plasmarlo come meglio crede. In questa direzione, come vedremo, va appunto quella che per il filosofo è l’essenza della poesia, ossia il mirabile, ciò che produce la maraviglia nel fruitore. I due termini non si riferiscono a fenomeni tanto ineffabili quanto smodati e incontrollati ma sono inseriti all’interno di una misurata e precisa armonia di componenti specifiche, perfetto equilibrio di perizia tecnica e inventività fuori dal comune, di ars e furor.

 

Fin dall’apertura l’intento dell’opera è chiaro, Patrizi rintuzza il principio dell’ipse dixit dei teorici aristotelici «troppo più all’autorità che a’ fatti e alle ragioni credenti». Quello che distinguerà la sua poetica da quelle dei suoi predecessori è appunto anche l’ampio bagaglio di documentazione storica sul materiale poetico, ossia i fatti, usati come base per costruire la sua teoria.

 

Il primo capitolo della prima deca è non a caso un oceanico elenco di tutti i poeti dall’antichità al medioevo di cui è rimasta traccia, corredato da riflessioni più o meno estese sulle loro opere superstiti. Al di là della pedanteria di una simile operazione, quello su cui è importante soffermarsi è la forte connotazione mistico-religiosa della poesia che emerge. Se Aristotele e i suoi seguaci tendevano a collocare la creazione poetica nella dimensione terrena della natura umana, da cui risultava legittima una razionalizzazione dei suoi fondamenti, Patrizi evidenzia l’origine ultraterrena dell’ispirazione poetica. Allargati i confini dei limitati precetti razionalistici tramite la dimensione del trascendente, al di là della ragione umana, l’attività poetica risulta irriducibile a mera tecnica insegnabile razionalmente. Come anticipato sopra però egli non concepisce nemmeno l’attività del poeta come un’attività irrazionalmente sregolata, né il testo poetico è ridotto a confusionario ed eterogeneo guazzabuglio di componenti casuali.

 

La risoluzione di questo conflitto sta appunto nella terza deca della Poetica patriziana, la Deca Ammirabile, cuore della sua teoria. Appurato che la poesia non può essere limitata ad avere un oggetto fisso, che secondo gli aristotelici doveva consistere nelle azioni degli esseri umani, ma che può trattare di qualsiasi cosa, tanto umana, quanto naturale e divina, sorge il problema di capire cosa renda la poesia un genere a sé stante. La risposta va dunque cercata non in un oggetto specifico della poesia, ma nel modo in cui la poesia tratta i suoi oggetti. Tale modalità, come anticipato, è il meraviglioso (o mirabile per dirla in termini patriziani): la poesia può trattare di qualsiasi oggetto voglia, ma deve farlo rendendo tale oggetto mirabile. Per produrre il mirabile, che viene così a diventare l’essenza della poesia, però è necessario ricercare quel già citato equilibrio tra stabilità regolare e guizzo surreale, mediando così di fatto gli aristotelici più pedanti e i manieristi più bizzarri.

 

Entra a questo punto in gioco la dimensione più tecnica della poetica patriziana; il filosofo tenta infatti adesso di dare un taglio sistematico e, per certi versi, razionalistico della creazione del mirabile poetico. In questa complessa operazione si serve di categorie tratte dall’arte retorica, in particolare della nozione di fonte topico, ossia il principio generale da cui deriva un certo discorso. Per meglio spiegare questa nozione credo sia meglio far parlare la disamina di Patrizi. Egli divide i principali fonti topici in due grandi ordini, quello del credibile e quello dell’incredibile.

Ognuno di questi due ordini contiene cinque fonti: a) CREDIBILE: necessario, probabile, avvenuto, vero, verosimile; b) INCREDIBILE: non necessario, improbabile, non avvenuto, falso, falsosimile.

 

Così come una poesia costruita unicamente sulla base del necessario, del probabile ecc. risulta piatta, analogamente un testo poetico generato solo tramite fonti incredibili risulta bizzarro e vuoto.

 

Il mirabile deriva dunque dalla fusione dei due ordini, ossia da un’accurata mistione di credibile e incredibile, di cui Patrizi calcola pedantemente tutte le possibilità, giungendo ad ammettere la tendente infinità del risultato finale. Dato questo spettro quasi infinito di combinazioni possibili, alla creatività del poeta è dato il compito di scegliere quelle che meglio si adattano al proprio soggetto e di farlo crescere sulla base di tale esoscheletro.

 

[leggi la seconda parte]

  

Per saperne di più:

Per un quadro generale sulla vita e le opere di Patrizi rimando alla voce stesa da Margherita Palumbo per il Dizionario Biografico degli Italiani. La Poetica è attualmente disponibile unicamente nell’edizione in tre volumi curata da D. Aguzzi Barbagli: F. PATRIZI, Della Poetica (3 voll.), Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, Firenze 1969-71. Per approfondire l’opera e indagare il filo rosso che la relaziona al resto della produzione patriziana rimando a L. BOLZONI, L’universo dei poemi possibili. Studi su Francesco Patrizi da Cherso, Bulzoni, Roma 1980.

 
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