2 dicembre 2019

Il meraviglioso come equilibrio poetico: fusione di credibile e incredibile nella Poetica di Francesco Patrizi (parte seconda)

di Tommaso Ghezzani

[leggi la prima parte]

 

Oltre al testo poetico in sé, cioè l’oggetto mirabile, però Patrizi si sofferma anche sull’analisi dell’effetto psicologico (inteso come reazione dell’anima) che questo produce nel lettore (o ascoltatore), ossia la meraviglia. Spostandosi dall’oggetto estetico al soggetto, permane in ogni caso l’architettura armonica di fondo; se per quanto riguardava la poesia la condizione essenziale era l’equilibrio di credibile e incredibile, nell’uomo la ricezione poetica provoca uno stato di momentanea armonia delle parti dell’anima. In realtà in questo punto la trattazione si fa intricata ma si può comunque affermare con una certa sicurezza che, così come il mirabile media in qualche modo credibile e incredibile, analogamente la meraviglia media le due principali potenze dell’anima, l’affettiva e la conoscitiva. Oltre a queste due vi è infatti anche una potenza ammirativa che fa da ponte tra esse e rende possibile all’uomo di poter provare meraviglia.

 

Se la meraviglia produce dunque un momentaneo equilibrio delle potenze dell’anima, successivamente sta alla disposizione del singolo fruitore lasciarsi condurre in alto, verso la vita contemplativa, o in basso, verso quella bestiale, ma in ogni caso è certo che non avvengono passaggi da una qualsiasi tipologia di vita all’altra senza passare per lo stadio medio reso possibile dalla meraviglia. In vista di ciò Patrizi riconosce alla meraviglia un fondamentale valore civilizzatore: l’uomo ferino e passionale infatti non può superare la sua bestialità senza prima la mediazione della meraviglia, e proprio per questo i primi poeti dell’umanità elessero il mirabile come essenza della poesia. Tutto ciò ci dà la chiave per comprendere i prodigi che poeti come Orfeo riuscivano a compiere tramite il canto poetico, in particolare la capacità di rendere mansuete le belve feroci, incantate da una poesia tanto mirabile… e forse potremmo togliere anche noi, come fa buona parte della tradizione antica, il velo allegorico da queste vicende e riconoscere in Orfeo non tanto un ammaestratore di bestie ma un educatore di uomini.

 

Andando ad analizzare più a fondo le modalità dell’esperienza del mirabile, Patrizi ritrova un importante presupposto cognitivo, indispensabile perché si possa provare meraviglia: il soggetto non deve essere né completamente ignorante né completamente sapiente. Questa condizione va ad arricchire le coppie in gioco: se da un lato abbiamo il credibile e l’incredibile, e dall’altro l’affettivo e il cognitivo, quest’ultima coppia viene ora a essere corroborata dalla diade di ignoranza e sapienza. Tutto questo risulta più chiaro tramite uno degli esempi che Patrizi usa per spiegare come una completa ignoranza o una completa sapienza determinino la morte della meraviglia, a suo dire tratto da Averroè.

 

Sia presa la seguente vicenda mirabile: una donna, senza avere avuto rapporti sessuali, rimane incinta dopo essere stata al bagno. Qui abbiamo innanzitutto le due componenti necessarie perché tale evento sia mirabile: da un lato il credibile, si parla infatti di una donna ordinaria che noi crediamo soggiacere alle regolari leggi della natura, dall’altro l’incredibile, cioè il fatto che lei rimanga incinta pur senza essere entrata in contatto con alcun uomo. Questo fatto mirabile, recepito da un fruitore, attiva la potenza ammirabile della sua anima, mediandone l’affettiva e la cognitiva, ma perché ciò avvenga è necessario appunto quello stadio intermedio di ignoranza e conoscenza. Se il fruitore fosse infatti completamente all’oscuro di tutta la storia non potrebbe ovviamente provare meraviglia, così come non ne proverebbe se fosse a conoscenza della causa scatenante l’evento. Se infatti, continuando l’esempio di Patrizi, dovessimo scoprire che questo è accaduto poiché un uomo aveva sparso precedente il suo seme nel bagno, la cosa non ci desterebbe alcuna meraviglia (quantomeno immedesimandoci nella cultura medica dell’epoca).

 

La meraviglia nasce dunque solo dopo la cognizione dell’evento mirabile, ma non deve essere una cognizione completa; per usare altri termini, la meraviglia deriva dalla conoscenza del fatto ma non dalla sua causa scatenante. Andando a tirare le fila del suo discorso, il filosofo chersino ci offre infine un’utile sintesi definitoria:

 

È adunque in sua essenza la maraviglia un movimento della potenza ammirativa, per notizia nuova sorto, e un formamento di essa per ignoranza precedente e conseguente fin alla cagione; ovvero un movimento della medesima formato in dubbio tra sì e no, e tra crede e non credere. E con ciò viene a essere conforme al mirabile sua cagione, che dicemmo essere cosparto di credibile incredibile, o di incredibile credibile.

 

L’armonia che affonda le sue radici nel mirabile poetico si proietta dunque anche nell’anima umana e nella sua portata cognitiva. Da questo Patrizi coglie importanti riflessioni che vanno ben al di là della mera questione della composizione poetica, aprendoci uno spiraglio verso una visione universalizzante dell’equilibrio della poesia che arriva a interessare il terreno entro cui l’essere umano può muoversi e conoscere, fino ad andare a coinvolgere le strutture più profonde che determinano il mondo.

 

Questa Poetica non è solo un testo sulla natura della poesia ma, per chi li sa cogliere, fornisce importanti indizi sulla visione del cosmo e di quel microcosmo che è l’uomo; l’equilibrio meraviglioso può essere elevato a principio costituente di tutto il reale. Procedendo con ordine e soffermandoci innanzitutto sulle implicazioni gnoseologiche della meraviglia come stato mediano tra conoscenza e ignoranza, non sorprende che Patrizi giunga a posizioni condivise anche dal tanto avversato Aristotele. L’equilibrio del sapere in una posizione intermedia come condizione necessaria alla meraviglia non può che rimandarci al dettato platonico, ma condiviso anche dallo stagirita, per cui dalla meraviglia nasce la filosofia, dunque la «meraviglia sempre il filosofo accompagna». Così come il poema non è tale se non si mantiene tra credibile e incredibile e la meraviglia scompare a causa di un’ignoranza assoluta o di una conoscenza completa, allo stesso modo il filosofo è colui che, ricercando la sapienza, non la possiede ma se fosse completamente ignorante non potrebbe nemmeno iniziare a ricercarla. Questa condizione filosofica in realtà rappresenta la condizione propria dell’uomo: se conoscesse tutte le cause del reale sarebbe un dio, se ignorasse ogni tipo di ricerca razionale non sarebbe altro che un animale incapace di provare piacere cognitivo. Il fatto medesimo che l’uomo provi piacere verso le cose mirabili e analogamente nella ricerca filosofica è, secondo Patrizi, una riprova non solo della legittimità di questo stato intermedio ma soprattutto della sua costituzione a parte integrante della natura dell’umano.

 

Conoscere tutto, essere degli dèi porta con sé la perdita di ogni piacere, proprio unicamente dello stato mediano in cui l’uomo si inserisce: «E proprio è il diletto dell’imparamento, per che questo è un ritorno in perfezione di natura, e le così tali tutte piacere arrecano; sì come contrarie, conducenti a peggioramento e distruzione, recano il contrario dolore». Come anticipato però la poesia non ci aiuta solo a comprendere l’essenza dell’uomo ma si spinge ad essere metafora della realtà universale. I passi utili a tal proposito sono in realtà molteplici: Patrizi non esita a paragonare i fonti topici della poesia ai principi primi del reale che nel Filebo di Platone strutturano la realtà, ma soprattutto ci dice anche che il poeta racchiude in sé tre tipologie dell’attività creativa (ancora una volta la fonte è il filosofo greco). Costui plasma infatti la poesia come un artigiano plasma il suo prodotto dalla materia che ha a disposizione. Il poeta però crea anche come crea la natura, cioè facendo crescere da semi immateriali tutto il mondo materiale. Infine, e questo è il passo decisivo, il poeta crea anche come Dio ha creato la realtà, cioè dal nulla. Egli infatti deve attenersi a dei limiti creativi imposti dalla necessità dei fonti topici, suoi strumenti artigianali, tuttavia nello sviluppare il corpo poetico, così come la natura sviluppa i propri semi, egli diventa in qualche modo il dio di tale universo letterario.

 

Cosa fanno infatti i grandi poeti se non creare mondi alternativi?

 

Ogni poeta nel costituire mondi di parole viene ricondotto alla grandezza divina di cui è immagine, così come le sue poesie sono immagini del mondo e così come la ricerca del sapere rappresentato dalla filosofia è immagine del sapere divino assoluto.

L’equilibrio tra credibile e incredibile, linfa vitale della poesia, da cui nasce la meraviglia, altro non è che la riproduzione umana di quel complesso equilibrio che regola la conoscenza dell’uomo e che dà forma al mondo che abita.

 

 

Per saperne di più:

Per un quadro generale sulla vita e le opere di Patrizi rimando alla voce stesa da Margherita Palumbo per il Dizionario Biografico degli Italiani. La Poetica è attualmente disponibile unicamente nell’edizione in tre volumi curata da D. Aguzzi Barbagli: F. PATRIZI, Della Poetica (3 voll.), Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, Firenze 1969-71. Per approfondire l’opera e indagare il filo rosso che la relaziona al resto della produzione patriziana rimando a L. BOLZONI, L’universo dei poemi possibili. Studi su Francesco Patrizi da Cherso, Bulzoni, Roma 1980.

 
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