19 febbraio 2018

L’alterità etiope

di Alvise Renier

In principio fu uno schiavo greco. Era il 324 quando l’imperatore Eziana II impose il Cristianesimo quale religione di Stato dell’Impero etiope, ben 56 anni prima dell’Editto di Tessalonica. Convertito da un servo di corte, tale Frumezio, Eziana II diede inizio all’elaborazione di un’identità culturale e religiosa senza precedenti.

 

Gli storici sono concordi nell’indicare il centro politico e culturale di Alessandria d’Egitto quale il primo luogo di contatto tra il Cristianesimo e il mondo etiope. Testimonianza ne è la sudditanza, che persiste tutt’oggi, della Chiesa etiope rispetto a quella egiziana copta. Basti pensare che quest’ultima era chiamata periodicamente a scegliere e inviare ad Aksum, capitale dell’Impero etiope, un abuna , corrispettivo del patriarca cattolico, riconosciuto quale massima autorità religiosa. Sempre dall’Egitto giunsero i cosiddetti "nove santi", monaci leggendari cui viene attribuita la traduzione della Bibbia in lingua etiope, il Ge’ez, e l’introduzione della pratica dell’eremitismo, con la fondazione dei primi monasteri. Il legame con Alessandria si rafforzò ulteriormente quando, nel 451 le Chiese Copte egiziana, siriana, armena ed etiope rifiutarono congiuntamente la nozione della doppia natura di Cristo professata dal Concilio di Calcedonia. Così facendo, esse si separarono di fatto dal Cristianesimo romano, assumendo la posizione del Miafisismo, la quale contempla un’unica natura di Cristo, data dall’unione inscindibile tra umanità e divinità.

 

Al legame con il Cristianesimo copto egiziano, l’Etiopia associò quello con la tradizione ebraica. Nel VI secolo trovò compimento la Kebra Nagast o «gloria del re», leggenda salvifica che giustifica la nascita della cosiddetta "dinastia salomonica", alla guida del regno fino al ‘900. Il testo prende spunto dall’unione tra la regina etiope Macheda – la biblica "regina di Saba" – e il re Salomone, da cui sarebbe nato Ibn al-Hakîm, "il figlio del sapiente". Costui avrebbe in seguito trafugato l’Arca dell’Alleanza da Gerusalemme, rendendo di fatto Aksum la nuova città santa. Oltre alla volontà propagandistica, il legame con l’ebraismo si manifesta in diversi rituali e credenze tutt’oggi in uso e in contrasto con il Cristianesimo cattolico: la pratica della circoncisione, l’osservanza dello Shabbat e delle norme alimentari ebraiche, la struttura tripartita dello spazio sacro – uomo, donna e clero –, l’adorazione dell’arca dell’alleanza, la prevalenza data all’Antico Testamento.

 

Le strade di Alessandria e Aksum iniziarono a dividersi quando, nel VII secolo, l’Islam si diffuse nell’Africa settentrionale. Ciò diede modo all’Etiopia di sviluppare una forma di Cristianesimo del tutto propria, fondata sulla stretta congiunzione tra Stato e fede, al punto che per secoli la Chiesa non fu semplicemente un’istituzione religiosa, ma soprattutto la custode di un patrimonio culturale e sociale. La maggior parte delle discussioni dottrinali veniva ignorata, la Bibbia stessa era rifiutata quale fonte unica della verità, al di sopra di tutto stavano la tradizione trasmessa dagli apostoli, la musica sacra e i rituali. Il fatto che i testi religiosi fossero in lingua etiope li rendeva accessibili a tutti, mentre un monachesimo capillarmente diffuso in ogni villaggio si era fatto custode delle tradizioni. La religione cristiana era il collante politico dello Stato, pur senza dover utilizzare alcuna gerarchia interna o azione pastorale, come la sua controparte europea.

 

Questa peculiare congiunzione politico-religiosa permise all’Etiopia di resistere isolata in un continente musulmano. Almeno fino al XVI secolo, quando le particolari contingenze geopolitiche portarono Etiopia ed Europa a incontrarsi. Da una parte, l’Etiopia, minacciata a più riprese dall’espansionismo dei sultanati somali, rischiava di finire soffocata dal suo crescente isolamento e da quel connubio inscindibile tra Stato e Cristianesimo che le impediva di scendere a compromessi con il vicino musulmano. Dall’altra, il Portogallo cercava di rafforzare la propria egemonia marittima e commerciale nell’Oceano Indiano. Non deve dunque stupire se, a inizio ‘500, l’imperatore portoghese Joao III (1521-1557) e quello etiope Lebna Dengel (1508-1540) avviarono una serrata azione diplomatica. Nel 1536, per far fronte a una  jihad musulmana senza precedenti, l’imperatore etiope si risolse a chiedere aiuto militare all’unico Stato cristiano con cui intratteneva rapporti. Cinque anni più tardi, un contingente portoghese di circa 400 uomini sbarcava in Africa orientale, risultando decisivo per la vittoria finale. Il nuovo imperatore Galawdewos (1540-1559), figlio del defunto Lebna Dengel, doveva il suo regno a Joao Bermudez, capo della spedizione portoghese, che venne riconosciuto quale primo vescovo cattolico in Etiopia.

 

I successi politico-militari e religiosi convinsero il Papato e la corte portoghese che fosse giunto il momento di riportare l’Etiopia nell’alveo della cattolicità. Per fare ciò, si scelse la figura di Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, affinché nominasse un Patriarca e portasse a termine l’unione delle due Chiese. Dopo alcuni iniziali fallimenti nella mediazione, Ignazio di Loyola si convinse a procedere con la redução , ovvero la «conversione degli eretici».

 

La Minuta delle istruzioni che S. Ignazio diede ai suoi missionari d'Etiopia  – testo originale di cui possediamo una traduzione italiana novecentesca – ci restituisce le conoscenze, ma soprattutto i progetti che il Generale della Compagnia di Gesù aveva per l’Etiopia. La redução , nei piani di Loyola, doveva passare innanzitutto attraverso la conversione dell’élite di corte e del re stesso, per poi da qui arrivare al popolo, in quello che diverrà uno schema ricorrente nelle missioni dei padri gesuiti. Loyola suggeriva di prendere contatti e inviare lettere alle più eminenti figure di corte, agli intellettuali e ai religiosi, cercando di ottenere il loro favore, in modo che potessero intercedere per il Patriarca latino. Soprattutto, egli invitava fin da subito a render chiara la separazione tra la giurisdizione secolare e quella ecclesiastica, che nel contesto etiope risultavano indissolubilmente unite, rendendo di fatto impensabile e poco utile una figura come quella del Papa. Il primo passo per far accettare il ruolo di quest’ultimo era quello di tradurre lettere, bolle papali e testi sacri in lingua Ge’ez, in modo da renderle accessibili a tutti. Di primaria importanza per la riuscita del progetto era lo screditamento della tradizione liturgica, vero fondamento del Cristianesimo etiope. All’autorità della tradizione Loyola suggeriva di sostituire l’autorità della Santa Sede, dimostrando di ignorare il valore dato del popolo etiope alla tradizione degli apostoli, considerata superiore alla Bibbia stessa. Era necessario persuadere il popolo ad abbandonare usi e rituali, specialmente quelli di matrice ebraica, ma «con dolcezza» . Se volessimo riassumere in breve il contenuto della Minuta , potremmo utilizzare due parole chiave: persuasione e conformazione. Il primo passo sarebbe stato persuadere la corte e il re ad aderire al Cattolicesimo, in seguito il popolo si sarebbe conformato ai desideri del sovrano. Sopra tutto regnava la convinzione, tipica dello spirito della Controriforma, che le anime etiopi avessero bisogno di essere salvate e redente dalla propria eresia.

 

Ad applicare le direttive di Ignazio di Loyola ci pensò nel 1603 un missionario gesuita, Pietro Paez. Egli riuscì a guadagnare la fiducia di Susenyos (1607-1632), monarca con aspirazioni assolutiste, e della sua corte. Ottenuta la conversione del re e il titolo di Patriarca, Pietro Paez e il suo successore, Alfonso Mendes, proseguirono ad una ferma repressione delle tradizioni e istituzioni religiose precedenti: le Chiese etiopi vennero riconsacrate come cattoliche, assumendone il rito, la circoncisione e l'osservanza dello Shabbat vennero abolite. Ad opporsi questa volta fu il popolo stesso, che si ribellò con violenza, costringendo il re a fare marcia indietro. Posto di fronte al rischio di una guerra civile, nel 1632 Susenyos espulse i Gesuiti dal Regno, chiudendo di fatto la porta ad ogni futura missione occidentale in Etiopia.

 

A partire dal 1632, l’Etiopia vivrà una rinnovata condizione di isolamento, questa volta rispetto al mondo occidentale, che si protrarrà idealmente fino alla battaglia di Adua, nel 1896. Il fatto stesso che l’Etiopia fu per diversi decenni l’unico Stato africano a non essere soggiogato dal colonialismo occidentale deve far riflettere. Secondo Patrick Claffey ciò si deve alla peculiare identità culturale e sociale dell’Impero. Un’identità nata, come si è visto, sulla base del rifiuto del Concilio di Calcedonia e sviluppatasi in opposizione al Cattolicesimo controriformista. Un’identità intenzionata a definirsi quale “altro” rispetto al mondo occidentale.

 

 

Per saperne di più:

Il volume più esauriente in merito è quello di Adrian Hastings, The Church in Africa 1450-1950, OUP, Oxford 1994.


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