07 febbraio 2020

Merleau-Ponty alle radici della parola

Che tipo di operazione compiamo quando parliamo? La risposta che probabilmente ci verrà più spontanea è che parlando comunichiamo all’esterno qualcosa di interno, come i pensieri che popolano la nostra mente. Stando così le cose, le parole non sarebbero altro che meri segni convenzionali incaricati di raffigurare esperienze, immagini, concetti, rendendoli materia sonora o scritta. Allo stesso modo il linguaggio andrebbe considerato come un semplice strumento, incaricato di dar forma a significati che hanno un’esistenza autonoma, e che vengono messi in forma verbale in un secondo momento e a solo  scopo comunicativo.  

 

Eppure secondo il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty  (1908-1961), principale esponente della fenomenologia  in Francia, questa risposta è erronea e parziale, e il fatto che sorga così spontanea si deve alla natura ingannevole del linguaggio stesso. Come nota Merleau-Ponty, infatti, il linguaggio ha la peculiare capacità di farsi dimenticare da chi parla:  scompare sullo sfondo e lascia emergere in superficie solo i significati che esprime, creando così il duplice inganno che ci aveva portati a formulare la prima risposta. Ovvero, ci fa credere da un lato che le parole siano solo strumenti, e dall’altro che i significati esistano, per così dire, fuori dalle parole.

 

Facciamo un esempio: dopo aver descritto alla mia coinquilina la mattinata trascorsa in Università mi rimarrà solo la sensazione di averle comunicato un’esperienza, e dimenticherò con facilità che il racconto di quell’esperienza è stato il frutto di una scelta di aggettivi e di parole. Dimenticherò dunque che tutti i significati che ho impiegato per raccontare la mia mattinata esistono soltanto in quanto contenuti nelle parole, e che senza quelle parole il mio racconto semplicemente non ci sarebbe stato.

 

Le parole infatti, tutt’altro che semplici strumenti, sono sia la forma che la materia della narrazione,  e non possono essere messe via dopo essere state usate al pari di un qualsiasi arnese. Se ricorro a un martello per piantare un chiodo e poi appendere un quadro, una volta messo via lo strumento, resteranno alla parete sia il chiodo che il quadro. Al contrario, se al mio racconto tolgo le parole non resterà nulla, e se le modifico, il racconto si modificherà con esse. In questo senso dunque la parola va distinta dallo strumento perché non è solo un mezzo ma, insieme, forma e materia di ogni atto di espressione. Le parole contengono in sé i significati che esprimono. Come scrive Merleau-Ponty:

 

«Essa [la parola] non cerca soltanto un segno per una significazione già definita, come si va a cercare un martello per piantare un chiodo o una tenaglia per estrarlo. La parola va a tastoni intorno a una intenzione di significare che non si regola su un testo, e che appunto lo sta scrivendo».

 

Eppure, come abbiamo detto, in un certo senso è il linguaggio stesso che, grazie al suo potere di «farsi dimenticare, nella misura in cui riesce ad esprimere», genera le due illusioni che Merleau-Ponty cerca di smascherare: l’illusione che il linguaggio sia solo uno strumento, al pari del martello; e l’illusione che i significati abbiano un’esistenza autonoma fuori dalle parole, al pari dei chiodi. 

 

In altri termini, il linguaggio tende a condurre a un esito filosofico dualista, ovvero a una teoria che oppone due elementi come due principi radicalmente separati.  In questo caso, il dualismo si presenta come la separazione tra i significati e i concetti che esisterebbero di per sé, e le parole che esisterebbero come strumenti di cui disponiamo per esprimere quei significati, ovvero come frattura tra significato e segno.

 

Restando all’interno di un paradigma dualista, dunque, la filosofia non può superare l’inganno del linguaggio e non può raggiungere le radici della parola per comprenderla nella sua complessità.      

 

Infatti, per Merleau-Ponty arrivare alla radice del parlare significa mostrare l’origine comune della parola e del significato.  Vuol dire cioè riportare lo sguardo non tanto sulla parola come un oggetto isolato e astratto, bensì sull’atto stesso del parlare inteso come un’azione espressiva da cui emergono contemporaneamente le parole e i significati.

 

Nei termini usati da Merleau-Ponty arrivare alla radice del parlare significa, in definitiva, mostrare che la parola è prima di tutto un «gesto che rompe il silenzio».

 

Per superare i limiti di una concezione dualista del linguaggio, e per mostrare l’unione radicale del segno e del significato, nonché la natura prima di tutto gestuale della parola, Merleau-Ponty costruisce un’originale teoria filosofica che si articola principalmente intorno a due nozioni: quella di parola parlante,  e quella di parola parlata.  La parola parlata e la parola parlante non sono altro che le due facce della stessa medaglia, i due modi di manifestarsi di quell’unico fenomeno che è il parlare.  

 

Nello specifico, con parola parlante Merleau-Ponty intende la parola nella sua veste dinamica, ovvero la parola nell’atto di venir detta;  e intende il parlare come azione in corso d’opera, come il tentativo di far emergere un senso. Invece, con parola parlata egli intende la parola nella sua staticità, già consegnata, già detta.  La parola parlata è, per esempio, questo articolo già scritto e già letto. La parola parlante è questo articolo nell’atto stesso di prendere forma: quello che Merleau-Ponty ha descritto come un andare «a tastoni intorno a un’intenzione di significare».

 

L’intima connessione della parola parlata con la parola parlante è proprio ciò che sfugge alla concezione dualista.  Per Merleau-Ponty questa concezione ha il limite di considerare esclusivamente la parola parlata nella sua staticità, dimenticando che essa è sempre e inevitabilmente il risultato di una parola parlante. In altri termini,  la parola è il risultato di un’azione espressiva sempre vissuta in prima persona da un certo individuo e in un certo contesto.

 

Per rendere ancora più chiara la natura dinamica dell’espressione Merleau-Ponty ricorre poi all’analisi di un’altra forma espressiva, quella pittorica, che ha per lui il merito di rendere più esplicito in che senso l’espressione sia una creazione di senso, e non una semplice copia di significati astratti.

 

La differenza più significativa tra il linguaggio pittorico e il linguaggio verbale è che nel primo i segni che sono le opere d’arte vengono presi in sé stessi. Invece, nel caso del linguaggio verbale il segno che è la parola sembra rimandare sempre a qualcos’altro, a un significato che la trascende. 

 

Per esempio, se ci troviamo di fronte all' Urlo  di Munch  non possiamo fare a meno di guardarne i colori, le forme, la particolare tecnica pittorica, lo spessore delle pennellate e sarà ovvio per l’osservatore che, qualsiasi significato questo quadro porti con sé, esso è espresso dalla materia di cui è composto,  e dalle intenzioni del suo autore. In altri termini, nel caso della pittura riconosceremo senza obiettare che il significato e il segno vadano di pari passo, che il contenuto espressivo e la forma si diano insieme. 

 

Eppure, esattamente la stessa cosa accade nel linguaggio verbale, senza però che il nesso tra la forma e il contenuto ci appaia così stretto e vincolante. Questo perché il dipinto ha uno spessore diverso dalla parola, ed è più difficile che riesca a ingannare lo spettatore apparendo come un semplice strumento. 

 

Se la parola, come abbiamo detto, sembra scomparire dopo essere stata utilizzata, lasciando al suo posto solo il significato che veicolerebbe, al contrario la materia pittorica è ineludibile, e non possiede le stesse capacità di nascondimento. Se, infatti, anziché guardare il quadro leggessimo la descrizione del dipinto scritta da Munch , tornerebbe l’illusione che i significati di angoscia, paura, e paralisi siano da qualche altra parte rispetto alla loro espressione. Ma quando afferma che «i miei amici continuavano a camminare e io tremavo di paura… E sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura»  le sue parole hanno la stessa funzione dei colori: realizzano il senso di angoscia, e insieme e gli danno forma. Ancora una volta, quello che qui si cerca di dire è che non esiste nessun concetto astratto dell’angoscia: essa è sempre incarnata,  che sia nell’esperienza di Munch sulla collina di Ekberg, nel suo quadro o nelle sue parole. 

 

A quanto detto si aggiunge un altro merito della pittura: quello di mostrare in modo più chiaro la natura creativa dell’espressione.  Come abbiamo visto, il linguaggio verbale maschera l’aspetto creativo del parlare, e appare piuttosto come un’operazione algoritmica. Il parlante cercherebbe in modo meccanico, e di volta in volta, la parola giusta per il significato che vuole esprimere. Nel caso della pittura, invece, è più evidente il fatto che l’esito finale, il significato espresso dal quadro, sia il frutto di un processo creativo composto da varie singole pennellate non del tutto prevedibili fin dall’inizio. Di Matisse Merleau-Ponty scrive:

 

«Matisse non ha tenuto sotto lo sguardo dello spirito tutti i gesti possibili, e non ha avuto bisogno di eliminarli tutti tranne uno, dando ragione della sua scelta. È il rallentatore a enumerare i possibili. Matisse, situato in un tempo e in una visione d’uomo, ha guardato l’insieme-aperto della tela cominciata, e ha portato il pennello sul tracciato che lo chiamava perché il quadro fosse infine ciò che era in via di diventare».

 

Per queste ragioni teoriche l’arte pittorica ha rivestito un ruolo centrale nella produzione filosofica di Merleau-Ponty, permettendogli di ampliare e insieme approfondire la riflessione sulla parola, e più in generale sull’espressione. 

 

In conclusione, l’importanza delle teorie merleau-pontiane sulla parola e sulla pittura non si limita al dominio teorico dell’espressione, ma si pone in continuità con le celebri teorie sulla percezione contenute in Fenomenologia della percezione e apre agli esiti ontologici della filosofia di Merleau-Ponty che culmineranno nell’opera incompiuta Il visibile e l’invisibile.

 

Infatti, nell’interesse di Merleau-Ponty per la parola si trova in nuce il senso di tutta la sua filosofia: ritornare alla radice dell’esperienza per mostrare il suo stesso accadere nella percezione, nel linguaggio, nell’arte E ancora, lì si trova il suo tentativo di superare ogni dualismo tornando alla radice comune delle cose, prima che il soggetto e l’oggetto, il segno e il significato ci appaiano come divisi.

 

Per saperne di più:

Per approfondire il tema si consiglia in particolare la lettura del saggio di Merleau-Ponty Il linguaggio indiretto e le voci del silenzio,  contenuto nella raccolta Segni,  edita in italiano da Il Saggiatore (nuova ed. 2015). Sull’importanza del tema dell’espressione nella filosofia di Merleau-Ponty si consiglia invece l’articolo di Luca Vanzago, Metamorfosi. La questione dell’espressione nella filosofia di Merleau-Ponty,  in Lebenswelt n.9 (2016) e il saggio di Sandro Mancini, Sempre di nuovo. Merleau-Ponty e la dialettica dell’espressione,  ripubblicato da Mimesis nel 2001. Come introduzione generale al pensiero di Merleau-Ponty si consiglia invece la monografia di Luca Vanzago, Merleau-Ponty,  pubblicata da Carocci (2012).

 
 
 
 

 

Foto di Goumbik da Pixabay

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