10 febbraio 2020

Paul Ricoeur: la metafora viva

Possiamo immaginare una riflessione dove l’immagine faccia a tutti gli effetti parte del linguaggio verbale? In effetti, siamo soliti pensare che l’immagine sia solamente una sua illustrazione e un suo supporto figurativo. Siamo propensi a considerarla sul piano dell’espressione artistica, e non crediamo possa partecipare di una teoria della verità. In altre parole, siamo spesso convinti che l’immagine non abbia nulla a che fare con quelle parole dove starebbe la verità di quello che diciamo.

 

  Noi vogliamo invece proporre una riflessione che abbandoni questi pregiudizi. Ma troviamo nel linguaggio l’occasione per rivalutare l’immagine e il suo rapporto con le parole? Noi crediamo di sì, e crediamo di averla trovata nella metafora

 

  La metafora dimostra che il linguaggio è composto tanto dalle parole quanto dalle immagini. Però, dobbiamo fare attenzione a non ridurre la metafora alla figura retorica. La metafora è per noi un dispositivo del linguaggio valido ed efficace, perché produce un aumento di senso nella comprensione, e permette di orientarci tra i significati con cui noi ci riferiamo alla realtà. Ma se è l’immagine ciò che fa funzionare la metafora, allora questa vale per il linguaggio come condizione interna della sua capacità di significare: gli elementi di efficacia della metafora sono già gli elementi di efficacia del linguaggio.

 

  Per dimostrare questo noi seguiremo la riflessione del filosofo francese Paul Ricoeur (1913-2005). In particolare, seguiremo quanto scrive ed elabora nel testo La Métaphore vive (trad. it. La metafora viva) pubblicato nel 1975. Lì, egli ha tematizzato il rapporto con le immagini più di ogni altro autore delle diverse tradizioni di studio sulle metafore. La metafora viva è quindi un vero e proprio laboratorio dove poter riflettere sulla natura del linguaggio senza quei pregiudizi sull’immagine che abbiamo menzionato all’inizio.

 

 Entriamo dunque in questo laboratorio della metafora, e vediamo insieme quei passaggi fondamentali che l’autore propone.  

 

  Ricoeur muove il primo passo collocando la metafora sul piano dell’enunciazione, vale a dire sul piano della struttura dell’intera frase. In questo modo, egli vieta che si possa parlare propriamente di parole usate in senso metaforico. Rifiuta così la definizione della metafora come tropo, ossia come «scarto che modifica il significato della parola». La metafora è piuttosto una «attribuzione insolita al livello stesso del discorso-frase», e coinvolge una dimensione categoriale, cioè un insieme di fattori di natura logica. Fuori dai tecnicismi, con un esempio, Ricoeur sostiene che la metafora non consiste nella sola sostituzione del sostantivo «leone» all’attributo «coraggioso», bensì riguarda la struttura della frase «questo uomo è un leone» per esteso, il cui fulcro è il predicato. 

 

  L’obiettivo polemico è qui il modello di Pierre Fontanier (1765-1844) che si trova nel testo Des figures du discours autres que les tropes (1827). Questo modello prevede la definizione retorica del tropo metaforico come di una espressione del pensiero in cui le parole sono applicate a idee diverse rispetto a quelle che si considererebbero abituali. Il presupposto di questo modello è la subordinazione di tutte le altre idee a quelle di oggetto, in particolare a quelle cui si applicano i nomi. In altre parole, il rapporto tra le idee e le parole è quello della denominazione, per cui una parola sta a un’idea come una sorta di “etichetta”. La metafora stessa sarebbe così un fenomeno di denominazione non abituale che vale in quanto ornamento stilistico, o figura retorica.

 

  Ricoeur rifiuta questo modello per intero, e crede che una simile «dittatura della parola nella teoria della significazione» sia dovuta prima di tutto a una lettura sbagliata di una proposizione centrale della Poetica di Aristotele. Questa dice che «la metafora consiste nel trasferire a un oggetto il nome che è di un altro». L’errore iniziale del modello è così una semplificazione radicale del pensiero di Aristotele, e non una fedele interpretazione. Il primo passo di Ricoeur è pertanto garantito dal recupero delle originarie elaborazioni del filosofo greco. L’intenzione di questo recupero è dunque quella di trovare la «teoria della metafora-discorso» da potere poi opporre alla «teoria della metafora-nome» come esemplificata dal modello retorico di Fontanier.

 

  Dalla nuova lettura di Aristotele Ricoeur ricava una diversa interpretazione della teoria della sostituzione. Egli ricava cioè l’idea per cui la metaforizzazione coinvolge i fattori di natura logica che si esprimono sul piano dell’enunciato. Come abbiamo detto sopra, è proprio questo il primo passo di Ricoeur. Per chiarirci, il procedimento della metafora è un procedimento di modificazione delle abituali categorie logiche con cui costruiamo la sequenza della frase soggetto-predicato. In «questo uomo è un leone» l’ultimo elemento mette in contraddizione le categorie di analisi logica del periodo, poiché questo non è un attributo, e tanto meno appartiene al sostantivo. 

 

  Il piano di analisi della struttura del discorso è giustificato poi da alcuni passaggi della Retorica. Qui Aristotele spiega come le similitudini siano una sorta di metafora: esse «si riferiscono sempre a due cose, come metafora proporzionale». La possibilità di pensare la similitudine come particolare forma di metafora, diventa per Ricoeur un parallelismo dirimente. Infatti, se la similitudine è essenzialmente un fenomeno discorsivo – non una semplice sostituzione di parole – questo deve insieme valere anche per la metafora. Egli scrive: «la subordinazione esplicita della similitudine rispetto alla metafora è possibile perché la metafora presenta in cortocircuito la polarità dei termini della similitudine». E questa polarità può d’altronde essere messa in movimento solo attraverso una rottura complessiva dell’enunciato.

 

  In altre parole, la similitudine è una specie di metafora che esibisce di modo esplicito il rapporto del come il soggetto del discorso è stato avvicinato al predicato violando le normali categorie logiche dell’enunciato. La metafora è allora quel lavoro logico che vìola la regolare struttura della frase, e diventa condizione di possibilità dell’espressione esplicita della similitudine: «questo uomo è coraggioso come un leone» presuppone la capacità di presentare «uomo» e «leone» secondo un nuovo rapporto logico che li tiene insieme per il tratto di somiglianza del «coraggio».

 

  La relazione logica standard è rotta nella sua costruzione da un effettivo modo di pensare la relazione. In sostanza, la metafora è una violazione interna del linguaggio che parte dal significato proprio di un termine, e propone poi uno slittamento programmato che ridisegna i confini di ciò che si può attribuire al soggetto. In questo modo, gli ambiti semantici specifici si estendono e ospitano poi connessioni tra soggetti e predicati del tutto nuovi. 

 

  Per Ricoeur da tutto questo deriva quanto la tradizione post-aristotelica non ha saputo vedere: la metafora è una modalità del pensiero che disturba quelle connessioni di natura logica del linguaggio letterale. Essa «per poter modificare una sola parola deve sommuovere un’intera trama» per mezzo di certi spostamenti che incidono logicamente sul rapporto tra il soggetto e il predicato. 

 

  Questa interpretazione comporta due notevoli ipotesi che guidano le successive analisi del nostro autore. La prima ipotesi è che questa modifica della struttura predicativa  possa produrre nuove referenze e quindi un incremento di conoscenze. Nei termini dello stesso autore, la modifica della struttura provocata dalla metafora è il «rovescio di una logica dell’invenzione, [...] e la premessa per inventare un altro modo per tenere insieme soggetto e predicato». Sul presupposto della prima, la seconda più ampia e generale ipotesi è che la metaforizzazione guidi non soltanto la trasgressione di un ordine logico pre-esistente, ma che essa sia anzi all’origine di qualsiasi forma della predicazione, anche di quelle divenute abituali.

 

  Insomma, possiamo sostenere che questo modo di parlare di qualcosa nei termini di un’altra cosa che le somiglia sia tanto originario quanto lo sia il modo di parlare di una cosa tramite ciò che logicamente lo caratterizza. Ma quando Ricoeur sostiene che «la struttura predicativa della metafora può produrre referenze», egli sta insieme sostenendo che la metafora è denotativa e non semplicemente connotativa. Detto in altro modo, egli sta sostenendo che la metafora non serve solo a descrivere con qualche sfumatura in più un certo termine, ma che essa può funzionare come può funzionare il concetto di quello. É un effettivo modo di pensare quel termine.

    

  Dobbiamo ora seguire il passo successivo di Ricoeur, e capire di quali criteri possiamo disporre per comprendere la metafora, e per misurarne la capacità di riferirsi alla realtà. Come vedremo, questi due punti sono essenzialmente collegati. 

 

  I criteri di successo della metafora hanno parametri di valutazione che non precedono lo stesso uso della metafora nel discorso, e che non possono prevedere a priori se questa funzionerà. Questi parametri sono pertanto posteriori all’uso della metafora, e sono di natura contestuale e interna al discorso. Ricoeur intende dire così che la metafora non si dà modificando prima i criteri per cui riteniamo possibile un accostamento tra il soggetto e il predicato. Ma al contrario, la metafora si dà quando noi siamo costretti a modificare quei criteri dopo il momento stesso in cui riconosciamo che un enunciato apparentemente errato è in realtà dotato di senso.

 

  Questo implica di nuovo che la metafora non è una figura retorica che applichiamo a enunciati («questo uomo è un leone») per modificarli sostituendo un predicato («è coraggioso») con un altro termine («è un leone»). Soprattutto, implica che la effettiva origine della metafora sia nella comprensione degli enunciati: c’è una stranezza in quella frase, ma produce senso, allora siamo costretti a considerare alcune nuove regole per legittimare quella predicazione, e per dare una risposta significante.

 

  Come anticipavamo, il problema della comprensione della metafora porta al problema della sua capacità di riferirsi al mondo. Questo succede sulla base del presupposto con cui Ricoeur pensa il linguaggio: una struttura linguistica ha senso solo se è dotata di un riferimento alla realtà, e quindi comprendere il linguaggio significa poterlo usare per accedere a quella realtà. 

 

  Ma in definitiva quale tipo di riferimento propone la metafora? Ricoeur sostiene che la metafora metta in pausa il normale funzionamento del riferimento e del significato del discorso letterale. Questa prima «condizione negativa» libererebbe poi un nuovo e più radicale modo di parlare della realtà. Per spiegarlo, il filosofo francese propone un’analogia molto interessante, quella con la psicologia della Gestalt. Questa prevede che se il campo visivo è occupato da una figura irriconoscibile, lo sguardo si sforza di reinterpretarla secondo un riarrangiamento che permettere di attribuire a questa figura un senso effettivamente riconoscibile. Nella comprensione metaforica avviene qualcosa di molto simile: la comprensione letterale fallisce, e noi siamo poi costretti a una diversa interpretazione che garantisca un senso all’enunciato. 

 

  In sostanza, l’enunciato metaforico è costretto come altri enunciati a sottostare a determinate condizioni di verità. Infatti, se il nostro ripetuto esempio «questo uomo è un leone» funziona, mentre la frase «questo uomo è un rinoceronte» non ci dice nulla, dobbiamo ammettere che il primo stimoli una comprensione che dice qualcosa in più del mondo. In altri termini, c’è al lavoro un vincolo di ordine ontologico: il passaggio dall’«essere coraggioso» all’«essere un leone» è permesso dal fatto che stiamo ancora dentro quel mondo di cui intendiamo parlare. Più semplicemente, la comprensione della metafora dipende da come la realtà è fatta, o almeno da come questa possa apparire al nostro sguardo.

 

  La condizione dello sguardo è infine proprio la questione che decide il funzionamento di questo vincolo ontologico della metafora: Ricoeur cerca la condizione di possibilità che è il vedere, e propone l’immagine come ciò che fa funzionare la metafora

 

  Ma qual è precisamente il ruolo dell’immagine? Il suo ruolo è quello di permettere la rottura della predicazione abituale con successo: riconosciamo che la metafora «questo uomo è un leone» dice qualcosa del mondo, e non è un enunciato senza senso, proprio perché l’uomo del quale stiamo parlando mostra dei tratti di somiglianza che di solito attribuiamo al leone, in questo caso il coraggio. In termini più tecnici, l’immagine esercita il lavoro della somiglianza che fonda il vincolo ontologico e insieme regola la comprensione della metaforizzazione. Le pur infinite predicazioni improprie che si potrebbero costruire vengono così funzionalmente limitate a ciò che è visivamente nel mondo, e a ciò di cui abbiamo un’immagine che ne tenga insieme i tratti caratteristici. 

 

  Per definire meglio questo lavoro della somiglianza, dobbiamo sempre tenere conto del modello semantico che Ricoeur propone per interpretare il linguaggio: l’incompatibilità semantica di una frase metaforica apre a un ragionamento per analogia, la cui risposta dipende dalla possibilità di mettere in connessione un elemento del contesto del discorso coerente («coraggio») con un elemento che non è coerente col contesto del discorso («leone»). Proprio questo elemento è l’immagine che mette in movimento il lavoro della somiglianza. Il presunto errore linguistico categoriale torna allora ad avere un senso attraverso l’immagine, perché sulla base della somiglianza che li tiene insieme, l’immagine apre a un nuovo modo in cui soggetto e predicato possono essere connessi.

 

  In definitiva, l’immagine offre la possibilità di ricomporre coerentemente il contesto del discorso che si è rotto sul piano della predicazione letterale: consente in extremis di salvare un riferimento al mondo

 

  Per Ricoeur, l’enunciato metaforico è pertanto comprensibile grazie alla mediazione non-verbale dell’immagine. Inoltre, questo elemento non-verbale «non infrange i limiti di una teoria semantica»: la capacità di produrre immagini è totalmente interna al linguaggio, e non è un supporto esterno. Metaforizzare significa stare dentro il recinto delle parole, e non servirsi di immagini per capirsi meglio. Ma allo stesso tempo, se la metafora resta all’interno del linguaggio, e del discorso dotato di senso, è proprio grazie alle immagini che produce.

 

 La metafora per Ricoeur è dunque il caso-limite nel quale un enunciato funziona con parole che sono immagini e con immagini che sono parole. La doppia natura linguistica e visuale del linguaggio garantisce a questo il riferimento al mondo.

 

 Il laboratorio della metafora di Ricoeur ci ha portato fino al collasso di quei confini che dovrebbero separare la parola e l’immagine, e ha risposto alle esigenze teoriche che in apertura sollevavano la nostra domanda. Insomma, l’immagine non è una illustrazione e un supporto figurativo del linguaggio verbale, non appartiene solamente all'espressione artistica, e partecipa di una teoria della verità. L’immagine ha molto a che vedere con il linguaggio verbale e con il pensiero propriamente detto.

 

Per saperne di più:

Per approfondire la questione della metafora in generale, si consiglia il volume di Alberto Martinengo(2016), Filosofie della metafora, Guerini: Milano. Come testo di Ricoeur sul tema proposto: Ricoeur, Paul (2010), La metafora viva, Jaca Book: Milano. Tra i testi di Aristotele, si raccomandano la Poetica (edizione consigliata: Einaudi, Torino 2008) e la Retorica (edizione consigliata: Bompiani, Milano 2014).

 

 

 

 

 

Foto di Simon Matzinger da Pixabay 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0