14 settembre 2018

La realtà dietro lo specchio. Walter Siti come esempio del realismo contemporaneo

di Cinzia Orlando

Immaginate di avere tra le mani una trilogia di circa mille pagine: la copertina è bianca con sopra la fotografia di un palloncino fucsia ben arrotolato a riprodurre un cigno; sul cigno un riflesso: una mostra d’arte contemporanea? Un centro commerciale? Una stazione della metropolitana? Insomma, un’immagine. Titolo: Il dio impossibile. Nome dell’autore: Walter Siti. La narrazione è in prima persona e il nome del protagonista, ancora una volta, Walter Siti. Tutti degli ottimi indizi! La vostra sete di realtà, infatti, vi aveva condotti in libreria alla ricerca di una storia vera, autentica, che non vi richiedesse di leggere tra le righe; un po’ di certezze da sfogliare prima di chiudere gli occhi e abbandonarsi alle spalle le contraddizioni e le ambivalenze che avrebbero potuto tormentare il vostro sonno. Cosa ci potrebbe essere di meglio di un’autobiografia, di uno scrittore che parla di sé senza il bisogno di andare a recuperare nei meandri della sua immaginazione dei personaggi avvincenti, una storia articolata, una morale educativa? Meglio affidarsi ai fatti, alle evidenze, ma soprattutto alla richiesta implicita da parte dell’autore di dargli fiducia. Avete giustamente scelto di risparmiarvi anche la fatica della sospensione del giudizio per gettarvi tra le braccia morbide della realtà empirica, per poterla toccare e non dover, così, soffrire il dubbio. Mentre tutto il vostro corpo si protende e sulle labbra assaporate già il gusto della cieca fiducia, ecco che vi trovate davanti un’Avvertenza:

 

«Anche in questo romanzo il personaggio Walter Siti è da considerarsi un personaggio fittizio: la sua è un’autobiografia di fatti non accaduti, un facsimile di vita. Gli avvenimenti veri sono immersi in un flusso che li falsifica; la realtà è un progetto, e il realismo una tecnica di potere. Come nell’universo mediatico, anche qui più un fatto sembra vero più si può stare sicuri che non è accaduto in quel modo».

 

Personaggio? Facsimile? Deve essere uno scherzo! Allora andate davanti alla televisione, prendete il telecomando e digitate 31: «Aaaaaah, Realtime». Lo dice anche la pubblicità: «Più reale della realtà!» Ma non riuscite ancora a rilassarvi, quel «come nell’universo mediatico» vi ronza ancora in testa, si è appiccicato sulla retina e non vuole andarsene. Alla fine del secondo dimagrimento miracoloso fate involontariamente attenzione ai titoli di coda, ed ecco arrivare un altro scacco alla vostra quiete: «Sceneggiatura di…» Sceneggiatura? La realtà ha per caso bisogno di una sceneggiatura?

 

Vi sentite in trappola e sapete già che la confusione e la menzogna da cui cercavate disperatamente di scappare verranno a prendervi in sogno nelle vesti di un cigno fucsia.  Allora tornate a quel testo – chiamarlo autobiografia adesso vi risulterebbe giustamente improprio – con l’intenzione di capire esattamente di cosa vuole avvisarvi Walter Siti, lo scrittore. Non sarà mica un giochetto postmoderno per ricordarvi che la realtà, la vostra esperienza e tutto quello che pensavate ingenuamente di ascrivere alla vostra identità sono ormai irrimediabilmente evaporati in narrazioni di narrazioni di cui non si riesce più a vedere il fondo? No! Qui c’è qualcosa di diverso, e avete ragione. D’altronde, la realtà è chiaramente chiamata in causa e se andate a guardare bene nelle postille, alla fine de Il dio impossibile, Walter Siti stesso si definisce «un animale realistico».

 

Ma cosa è cambiato? La prima cosa che salta agli occhi è lo strano rapporto che l’autore cerca di instaurare con il lettore e che ci impedisce di parlare di autobiografia. Infatti, come Lejeune ha sostenuto nel suo testo fondamentale Le pacte autobiographique (1975), il genere autobiografico si basa su un patto preciso tra autore e lettore: l’autore, che in questo caso è anche narratore e protagonista, promette sincerità, aderenza ai fatti empirici e testimonianza di un lavorio interiore che si presuppone essere giunto a uno stadio conclusivo. Il soggetto autobiografico, insomma, come Rousseau nelle Confessioni, ci promette il suo cuore perfettamente illuminato e senza ombre. Il lettore, dall’altro lato, non deve fare altro che dargli fiducia. In questo caso, però, Siti – che, come nell’autobiografia, è sia scrittore che narratore che protagonista – sembra chiedere al lettore esattamente l’opposto: dubitate, perché «qui più un fatto sembra vero più si può stare sicuri che non è accaduto in quel modo». Il patto si perverte e la menzogna fa il suo ingresso trionfale portandosi dietro tutte le ombre che l’autobiografo moderno aveva cercato di nascondere. Al mutare del patto si ridefinisce anche il genere letterario dell’opera, ed è per questo che nel caso di Siti non possiamo parlare di autobiografia ma dobbiamo parlare di autofiction, termine coniato dal francese Doubrovsky nel 1977, per la sua autobiografia finzionale Fils.

 

Tuttavia, sarebbe riduttivo ed erroneo considerare il nuovo patto come l’esatto opposto del patto autobiografico: se l’autore autofinzionale si limitasse a chiedere al lettore di non credergli paradossalmente la sincerità rimarrebbe intatta e la fiducia anche. Qui, invece, succede qualcosa di più subdolo: la menzogna non è ovunque; nell’autofiction essa si insinua, sovrintende alla lettura come lo spettro di una possibilità, ci lascia privi di strumenti interpretativi in un dubbio radicale in cui è impossibile riconoscere il confine tra fiction e non fiction. Più che parlare di un ribaltamento del patto autobiografico, in questo caso, sarebbe meglio dire che il patto è del tutto messo fuori gioco e che al lettore non resta che l’ambivalenza e la contraddizione.

 

Ma allora, come dobbiamo leggere questi testi? E, soprattutto, qual è il fine reale di questo mentire? Pensiamo alle nostre esperienze, quelle che dovrebbero essere al centro di una narrazione autobiografica; guardiamoci intorno e ci ritroveremo circondati da immagini, da narrazioni sempre più fumose che sembrano allontanarci da un contatto diretto con la realtà. La nostra stessa individualità ci scivola tra le dita mentre cerchiamo di aggrapparci a tutte le nostre riproduzioni in una rete globale in cui i ruoli non sono più chiari e sempre più frequente è il senso di impotenza. Aumenta l’importanza dei media, delle immagini, e i confini, anche geografici, hanno perso qualsiasi concretezza. Le nostre scelte, i nostri desideri, i nostri gusti non hanno più nemmeno la patina dell’autenticità e sembrano sempre più dettati da ragioni che non controlliamo. A questo punto, le opzioni sono due: continuare sulla falsariga dell’insegnamento postmoderno (che qui, per ragioni di spazio, sono costretta a banalizzare non rendendone giustizia) rinunciando tout court alle categorie di realtà, verità, individuo; oppure cercare di ripensare queste categorie trovando uno spazio a quella ambivalenza e a quella virtualità che sentiamo riguardarci così da vicino. Oggi la letteratura sembra muoversi nella seconda direzione rispecchiando, in questo, una tendenza che la trascende: se torniamo alle nostre esperienze possiamo notare che, se da un lato siamo immersi nel flusso falsificante e derealizzante di cui parla Siti, dall’altro lato, in modo sempre più frequente e paradossale, ci troviamo a parlare di noi in prima persona, rivendicando, quasi per sfida, una qualche forma di autenticità; sempre più spesso ci lasciamo convincere da un «è realmente accaduto» e al cinema scegliamo i film «tratti da una storia vera». Più questo Occidente mediatico e globale destituisce l’io dai suoi privilegi, più ci viene chiesto di prendere parola e di dire cosa pensiamo. L’io e la realtà, proprio nel loro momento di massima crisi, sono al centro delle nostre giornate, delle nostre letture e delle nostre conversazioni.

 

Di fronte a questa esigenza di realtà la strada si biforca ulteriormente. Una possibilità, per esempio, è quella che vediamo rappresentata da gran parte della televisione: mascherare le ambivalenze e presentare tutto, dallo spot pubblicitario al programma in seconda serata, con le garanzie di un realismo tra i più ingenui. La televisione, lo strumento derealizzante per eccellenza, non fa che tentare di adescarci con promesse di realtà e sincerità, emozioni pure e rigorosamente in diretta – basti pensare al fenomeno dei reality.

 

Una strada decisamente diversa è quella intrapresa da Siti e, più in generale, dall’autofiction: la precarietà e la virtualità intrinseche del reale vengono messe in primo piano cercando di riportare il lettore al centro di quel caos indecifrabile da cui cerca costantemente di allontanarsi. Se torniamo ora alla domanda iniziale – qual è il fine di questo mentire? – possiamo cominciare col rispondere che la menzogna non sembra avere, in questa sede, un intento derealizzante. Al contrario, si potrebbe azzardare che proprio nel mentire radicale stia la funzione realistica dell’autofiction.

 

Nel 2011, Siti ha pubblicato un piccolo saggio intitolato Il realismo è l’impossibile. Lo stesso autore lo definisce «una bieca ammissione di poetica» e il suo contenuto getta luce su tutti gli interrogativi che Il dio impossibile suscita. In queste poche pagine, Siti rivendica chiaramente la possibilità di una letteratura realistica, ma a patto di ripensare l’idea stessa di realismo. In uno scenario come quello che abbiamo descritto, pervaso da finzioni e immagini, il realismo non può essere immaginato come una pratica mimetica, di rappresentazione di una oggettività esteriore. Se si vuole parlare di sé lo si deve fare mentendo.

 

Per Siti, infatti, il realismo va cercato nell’impossibile, ovvero nell’inverosimile, nell’inaccettabile con cui ci confrontiamo ogni giorno, e che cerchiamo di mascherare per renderlo più comprensibile. La scrittura di Siti, invece, vuole mostrarlo fino a disturbarci, impedendoci di dimenticare l’ambiguità della realtà. In questo senso, Il dio impossibile può essere inteso come un esercizio di realismo.

 

La trilogia si compone di tre testi: Scuola di nudo (1994), Un dolore normale (1999) e Troppi paradisi (2006), uniti ne Il Dio impossibile nel 2014. In una scala dantesca, Walter, il personaggio, passa dall’inferno accademico di Scuola di nudo, al purgatorio di una storia d’amore tiepida e senza ascesa con il fidanzato Mimmo in Un dolore normale, ai paradisi, troppi, di Troppi paradisi in cui Siti ci presenta una costellazione di immagini, tutti simboli di quella ambivalenza impossibile che caratterizza il reale. Il primo di questi paradisi è proprio la televisione, incarnata dal fidanzato Sergio, autore televisivo. Lo stesso Siti, non a caso, ha lavorato come sceneggiatore di reality.

 

Ancora più simbolica della televisione è la passione-perversione di Walter per i culturisti: corpi fatti immagine, scolpiti dagli anabolizzanti e dagli allenamenti estenuanti. Tra questi, a un culturista in particolare è assegnato il ruolo dell’Immagine con la “i” maiuscola, divinità assoluta dei troppi paradisi che costellano l’esperienza del protagonista: Marcello. Escort delle borgate romane, corpo celeste di cui Walter si innamora perdutamente, Marcello incarna l’ambivalenza in svariati modi: con la sua bisessualità, con il suo amore a pagamento – un amore dubbio per definizione –, con il suo corpo allo stesso tempo naturale e artificiale.

 

L’incontro con l’Immagine, con il "dio impossibile" che è il reale porta Walter all’impotenza. E proprio sull’impotenza, potenziale scacco al realismo e a un’esperienza “autentica”, si gioca il finale di Troppi paradisi. Nell’ultimo capitolo, non a caso intitolato Berlusconi e Osiride, Walter si trova incapace di penetrare Marcello, di avere un’erezione di fronte a quell’Immagine che tuttavia lo ossessiona. La soluzione al problema è un colpo da maestro che ci riporta a tutta quell’inquietudine che attraversa la trilogia, mascherata, in questo caso, da tetro lieto fine. Il protagonista si fa installare una protesi peniena per poter controllare artificialmente le sue erezioni e poter penetrare Marcello e, insieme, la sua esperienza, entrambi metà carne e metà immagine. Ancora una volta, la soluzione viene trovata nell’artificio, nella menzogna, nella accettazione del virtuale che pervade il nostro reale. Il dio impossibile, dunque, ci insegna che il reale può essere penetrato e il realismo è ancora possibile, ma in entrambi i casi è necessaria una protesi.

 

 

Per saperne di più:

Per approfondire le tematiche di questo articolo si consiglia di partire proprio dalla lettura de Il dio impossibile di Walter Siti, edito da Rizzoli (2014). Sul genere dell'autofiction si consiglia, invece, il testo di Lorenzo Marchese, L'io possibile: l'autofiction come paradosso del romanzo contemporaneo, Transeuropa (2014). Una lettura critica interessante dei mutamenti del panorama letterario contemporaneo si può trovare nel saggio di Raffaele Donnarumma, Ipermodernità. Dove va la narrativa contemporanea, il Mulino (2014).

 

Immagine di copertina di Ludomil Sawicki su Stock Snap.

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