26 agosto 2019

La disgregazione della periferia araba. La caduta dell'impero ottomano

di Andrea Acqualagna

L’impero ottomano, chiamato anche “Il Grande Malato” nel corso dell’Ottocento, secondo la definizione data dallo zar di Russia Nicola I, è stato un importante pilastro della storia, uno dei più estesi e duraturi imperi dell’umanità, avendo resistito a pressioni politiche e militari, interne ed esterne, per più di seicento anni.

 

L’impero si estendeva su tre continenti, l’Asia mediorientale, l’Africa settentrionale e l’Europa balcanica, e comprendeva popoli caratterizzati da religioni e lingue diverse, elementi fondamentali per la nascita di una consapevolezza nazionale nel corso dell’età contemporanea. Per analizzare la caduta dell’impero ottomano molto spesso vengono prese in considerazione unicamente le rivolte dei sudditi imperiali sul versante europeo, dove era andato crescendo il nazionalismo slavo, fenomeno centrale per lo scoppio della grande guerra, la quale causò per l’appunto la caduta dei grandi imperi centrali.

 

In realtà, per poter meglio comprendere le vicende dell’area ottomana è necessario analizzare anche elementi storici quali l’estremismo islamico, il conflitto arabo-israeliano in Medio Oriente, il fenomeno migratorio africano verso l’Europa e soprattutto la condizione dell’impero nella parte nordafricana e araba, dove a partire dal XVII secolo iniziò un vero e proprio processo di disgregazione della periferia, anche a causa della penetrazione economica e commerciale delle grandi potenze europee. In questo articolo si analizzeranno due minacce interne all’impero, le quali hanno contribuito alla disgregazione della periferia nordafricana e hanno fatto presagire la caduta del Grande Malato: la prima è la minaccia estremista islamica del wahhabismo, l’altra è quella laica e modernizzatrice del chedivè d’Egitto Muhammad ‘Ali.

 

La crisi dell’impero ottomano nella periferia nordafricana si configura come una graduale perdita del controllo amministrativo e politico. Il Maghreb era attraversato da spinte autonomistiche messe in atto da specifiche etnie e dovute alla lontananza del governo centrale, impegnato in combattimenti con potenze straniere e vittima della pressione economica e commerciale degli stati europei. Sebbene fossero presenti pulsioni indipendentiste, nel Maghreb la sovranità dell’impero ottomano non venne però mai messa in discussione. I vali e i pascià, rappresentanti del sultano nelle aree dell’impero, mettevano in relazione il governo centrale e le periferie, ma in realtà i poteri locali, soprattutto alla fine del XVIII secolo (dopo il trattato di Küçük Kaynarca del 1774 con i quali i russi ottennero l’accesso al Mar Nero), vennero esercitati dai giannizzeri, corpo militare imperiale che si configurò come l’unico in grado opporsi alle pressioni espansionistiche delle potenze straniere.

 

Una spaventosa minaccia all’unità dell’impero proveniente all’interno dei suoi stessi confini è stata d’altronde quella del wahhabismo, un’interpretazione radicale ed integralista dell’islam, che si sviluppò nella periferia araba dell’impero. I wahhabiti iniziano ad organizzare spedizioni militari contro gli sciiti, considerati infedeli, soprattutto in Iraq, trovando il sostegno di popolazioni locali e tribù beduine, tra cui anche il clan dei Saud. Alla fine del XVIII secolo, La Mecca, città centrale sia dal punto di vista economico-amministrativo sia dal punto di vista ideologico-religioso, era nelle mani dello Sherif Ghālib, il quale aveva intrapreso rapporti con il governo francese in un’ottica di indipendenza dal governo centrale ottomano. Nel 1803 la città venne però occupata senza necessità di combattere da Saʿūd bin ʿAbd al-ʿAzīz bin Muḥammad bin Saʿūd Āl Saʿūd, che aveva assunto la guida dei wahhabiti. Dopo una lunga resistenza, nel luglio dello stesso anno Ghālib rioccupò la città, che però ricadde di nuovo nelle mani dei wahhabiti nel 1806.

 

Per poter contrastare la minaccia wahhabita e recuperare il controllo politico-amministrativo della città il sultano Mustafa IV ordinò al governatore d’Egitto Muhammad ‘Ali Pascià, che aveva preso il potere in Egitto per colmare il vuoto creatosi dopo la campagna napoleonica, di intervenire militarmente. Muhammad ‘Ali aveva realizzato un processo di modernizzazione e di industrializzazione del paese, anche in ambito militare, organizzando un esercito moderno, molto più efficiente di quello del sultano, sostenendo le spese tramite l'esportazione di materie prime come il cotone. Sebbene l’Egitto fosse inserito nell’impero, Muhammad ‘Ali governava l’area in totale autonomia, e il sultano aveva così perso quasi del tutto il controllo della periferia nordafricana (oltre all’Egitto, anche l’Algeria, conquistata nel 1830 da Carlo X, la Tunisia e la Cirenaica erano infatti sottoposte al potere centrale solo a livello formale). In questo contesto, la richiesta d’intervento militare egiziano da parte del sultano aveva due diversi scopi: in primo luogo veniva utilizzata la forte milizia egiziana per contrastare la minaccia wahhabita alla Mecca; in secondo luogo il sultano puntava ad indebolire l’esercito di Muhammad ‘Ali per poter riassumere un maggiore controllo politico e amministrativo in Egitto. In realtà, solo nel 1811 l’esercito egiziano, precedentemente occupato ad affrontare delle lotte interne, riuscì ad intervenire contro le milizie wahhabite in Arabia Saudita, sotto il sultanato di Mahmud II.

 

Una volta contenuta la minaccia wahhabita grazie all’intervento militare egiziano, l’impero centrale dovette affrontare una nuova spinta autonomistica, rappresentata stavolta dallo stesso Muhammad ‘Ali. Il vassallo dell’impero ottomano in Egitto, infatti, forte della vittoria sull’Arabia Saudita wahhabita, approfittando della debolezza militare e politica dell’impero ottomano, dovuta anche ai trattati ineguali firmati in quegli anni con le potenze europee, divenne de facto sovrano indipendente con il titolo di chedivè (viceré), iniziando ad avere mire espansionistiche a scapito del governo centrale. Nel 1831 il chedivè incaricò suo figlio, Ibrāhīm Pascià, di guidare le milizie egiziane nella Grande Siria, per poter ottenere i territori della mezzaluna fertile, ribattezzati Arabistan. Il conflitto con l’impero ottomano, passato alla storia come prima guerra ottomano-egiziana, si concluse solo nel 1833 con la pace di Kütahya, grazie all’intercessione dell’impero zarista guidato da Nicola I. Il sultano Mahmud II fu costretto ad accettare l'offerta d'aiuto russa poiché le truppe di Muhammad ‘Ali marciavano verso l’Anatolia, minacciando di rovesciare il governo centrale e di assumere la guida dell’intero impero.

 

Il neonato Arabistan ottiene l’appoggio della Francia, guidata da Luigi Filippo d’Orléans, ma l’ostilità della nobiltà islamica tradizionalista, che privilegiava la legittimazione del sultano ottomano e si dichiarò avversa al governo autoritario ma allo stesso tempo laico e modernizzatore di Muhammad ‘Ali, il quale aveva istituito l’obbligo del servizio militare e aumentato l’imposizione fiscale (testimonianza dell’avversione alla politica del governo egiziano fu la rivolta palestinese del 1834). Nel 1839 riprese l'attacco delle milizie egiziane, guidate da Ibrāhīm Pascià, contro il governo centrale. Il nuovo sultano, Abdülmecid I, riuscì a contrastare la minaccia egiziana nella cosiddetta seconda guerra ottomano-egiziana unicamente grazie all’intervento militare zarista, britannico e asburgico contro le mire espansionistiche di Muhammad ‘Ali che, sconfitto nel 1841, fu costretto a rinunciare alla Siria e al titolo di chedivè d’Egitto, divenendo nuovamente, seppur a livello formale, sottoposto al controllo del governo centrale ottomano.

 

In vista dell’inferiorità in campo militare, economico e commerciale nei confronti delle altre potenze europee e a causa delle varie proteste e movimenti autonomistici nelle periferie, il sultano Abdülmecid I comprese la necessità di modernizzazione e di industrializzazione dell’impero. Questo processo di riforma a livello politico, economico, amministrativo e militare non poteva che simboleggiare un avvicinamento, da parte del sultano, alla politica di secolarizzazione delle potenze europee, attraverso un processo di occidentalizzazione e di laicizzazione. Questa serie di riforme, iniziate nel 1839, prese il nome di Tanzimat ("riordinamento"), e puntò principalmente a rafforzare i legami tra il governo centrale e le élite locali, attraverso l’istituzione di organismi consultativi, chiamati meclis, che dovevano occuparsi delle amministrazioni locali affiancando i governatori nelle periferie. Sebbene il sultano comprendesse la necessità di modernizzazione, mettendo in atto riforme per potersi emancipare dalla penetrazione economica e commerciale delle potenze europee e per poter ristabilire un legame con le zone periferiche, il collasso del Grande Malato nei primi anni del XX secolo fu inevitabile e potè essere intravisto già nei conflitti interni alla periferia nordafricana e araba che caratterizzarono l'area nella prima metà del XIX secolo.

 

 

Per saperne di più:

Robert Mantran, Storia dell’impero ottomano, Argo editrice, Lecce, 2004.

Alessio Bombaci, Stanford J. Shaw, L’impero ottomano, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Milano, 1981.

 

Immagine originale via Wimiedia Commons. Autore: Aviad2001 https://commons.wikimedia.org/wiki/User:Aviad2001. This file is licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license.

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