18 gennaio 2019

Thomas Kuhn e la filosofia della scienza. Dogma e rivoluzione

di Edoardo Peruzzi

La filosofia della scienza è una disciplina relativamente giovane. Si può dire che essa nasca in senso proprio con il Circolo di Vienna (Wiener Kreis), un seminario permanente in cui si incontravano filosofi, scienziati e logici interessati a fondare la filosofia su basi solide per separarla dalla speculazione metafisica. Tra i membri del Circolo possiamo ricordare il fisico e filosofo Moritz Schlick, che presiedeva le riunioni, il filosofo Rudolf Carnap, il matematico Hans Hahn e il sociologo Otto Neurath. Gli incontri del Circolo, iniziati nel 1924, cessarono nel 1936, anno della morte di Schlick e della progressiva diaspora dei membri a causa dell’inasprirsi dell’antisemitismo in Austria. I membri del Circolo intendevano la filosofia come analisi logica del linguaggio scientifico, ossia come vaglio critico delle asserzioni scientifiche sotto il preciso “bisturi” della logica simbolica. Lo scopo della filosofia, dunque, era la ricostruzione razionale delle teorie scientifiche sulla base del linguaggio in cui esse erano espresse.

La maggiore difficoltà dei neopositivisti fu quella di trovare un criterio di demarcazione tra scienza e metafisica che fosse in grado di esprimere la non-significatività delle teorie metafisiche, e quindi di respingerle. I fallimenti nell’individuazione di tale criterio spinsero un giovane viennese di nome Karl Popper a proporre un criterio di demarcazione fondato sulla controllabilità e non sulla significanza. Nella Logica della scoperta scientifica (1934) Popper afferma che una teoria è scientifica se formula previsioni che possono essere falsificate dall’esperienza. La principale differenza con il criterio neopositivista è che le teorie metafisiche, pur non essendo falsificabili, sono comunque dotate di significato. La logica della scienza, per Popper, si può racchiudere in una semplice inferenza deduttiva chiamata modus tollens:

 

Se T allora O / Non-O quindi Non-T

 

Gli scienziati, secondo Popper, deducono certe conseguenze osservative O dalla teoria T e, in seguito al mancato verificarsi di O, scartano la teoria T.

Nonostante l’apparente plausibilità, il falsificazionismo di Popper è soggetto a due problemi insormontabili. In primo luogo, la procedura di controllo delle teorie scientifiche non avviene utilizzando soltanto la logica deduttiva e i fatti empirici, bensì è necessaria una decisione individuale da parte dello scienziato. In secondo luogo, gli scienziati tendono a non abbandonare le proprie teorie una volta che esse vengono falsificate da fatti empirici. Questi due problemi, che mettono in crisi la metodologia popperiana, sono le colonne portanti della concezione della scienza sviluppata da Thomas Kuhn nel suo celebre saggio La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962).

 

Thomas Kuhn ha una formazione da storico della fisica e come tale intende descrivere in maniera realistica il comportamento degli scienziati e la relazione con le teorie che utilizzano. La storia della scienza, perciò, assume un ruolo centrale nella discussione dei problemi filosofici legati alla scienza. Essa è sia fonte preziosa di informazioni, sia banco di prova delle congetture filosofiche sulla scienza. Scrive Kuhn:

«se la scienza è la costellazione di fatti, teorie e metodi raccolti nei manuali correnti, allora gli scienziati sono uomini che, con maggiore o minor successo, si sono sforzati di contribuire con uno o con un altro elemento a quella particolare costellazione. [...] E la storia della scienza diventa la disciplina che fa la cronaca sia di questi incrementi successivi, sia degli ostacoli che hanno reso difficile la loro accumulazione» (op. cit. pag. 20)

I due concetti fondamentali del saggio di Kuhn sono quello di "scienza normale" e quello di paradigma. Il termine paradigma indica delle «conquiste scientifiche universalmente riconosciute, le quali, per un certo periodo di tempo, forniscono un modello di problemi e soluzioni accettabili a coloro che praticano un certo campo della ricerca» (op.cit. pag. 10). Ho schematizzato le principali componenti di un paradigma scientifico nel seguente elenco.

 

     1) Ontologia

     2) Domande da porre

     3) Tecniche e strumenti d'indagine

     4) Soluzioni valide

 

  Un paradigma, dunque, è un insieme multidimensionale che comprende sia un corpus di conoscenze scientifiche sia un insieme di regole su come fare scienza. Uno degli strumenti migliori per la trasmissione di un paradigma scientifico è il manuale di testo che insegna allo studente le modalità in cui, utilizzando certi concetti e certe strategie tecniche, è possibile risolvere certi problemi e come altri possano essere risolti in modo simile. La scienza normale è quel periodo storico della ricerca fondato su un determinato paradigma. Kuhn paragona l’attività dello scienziato normale a quella di un solutore di cruciverba: entrambi, infatti, seguono certe regole prestabilite al fine di ottenere una soluzione ad una situazione problematica. Il punto centrale di questa analogia è che entrambi, sia lo scienziato che il giocatore, sanno che c’è una precisa soluzione alla situazione problematica nella quale inizialmente si trovano.

Fino qui abbiamo discusso di paradigmi e di scienza normale. Come giustificare, dunque, il titolo che Kuhn sceglie per la propria opera? Dove si collocano le rivoluzioni scientifiche nell’immagine della scienza appena descritta? Ebbene, gli eventi rivoluzionari si collocano nel passaggio da un paradigma all’altro. La rivoluzione è il cambio di paradigma.

 

Il paradigma newtoniano godette di grande consenso per più di due secoli. Tra l’inizio del XVIII e la fine del XIX secolo, i migliori scienziati europei si dedicarono alla soluzione di rompicapo connessi con il paradigma. Il fisico inglese Henry Cavendish sviluppò un complesso apparato sperimentale per determinare il valore esatto della costante di gravitazione universale, mentre i matematici Laplace e Lagrange realizzarono brillanti successi nel perfezionare l’accordo fra le equazioni di Newton e la natura. Tuttavia, nonostante l’incessante ricerca di accordare la teoria con i fenomeni, qualche elemento restava fuori dal paradigma. Nel caso della teoria newtoniana, ad esempio, era noto come essa non riuscisse a spiegare la precessione del perielio nell’orbita di Mercurio. Perché i migliori scienziati europei ignoravano questo fatto? Quando si innescò la rivoluzione, ossia il cambio paradigmatico? Per Kuhn, gli elementi fondamentali sono (a) la percezione e la presa di coscienza che vi sono rompicapo irrisolti (anomalie) e (b) un’alternativa che spiega tali anomalie. All'inizio del XX secolo, la teoria della relatività generale di Einstein fu in grado di fornire una spiegazione dell’anomalia di Mercurio e, data la situazione di crisi esplicita attraversata dalla teoria newtoniana, si affermò lentamente come nuovo paradigma.

La caratteristica principale di una rivoluzione scientifica è che essa avviene sempre in presenza di un paradigma irriducibile a quello precedente. Kuhn, infatti, sostiene che due paradigmi scientifici in competizione non siano comparabili in maniera tale da determinare intersoggettivamente quale dei due sia migliore. In altre parole, non si può trovare una “misura comune” per valutare la bontà di un paradigma rispetto a un altro. Questa affermazione è nota come tesi dell'incommensurabilità. I sostenitori di due paradigmi in competizione hanno due modi diversi di vedere e relazionarsi con il mondo. Secondo Kuhn lo scienziato che abbraccia un nuovo paradigma «assomiglia, più che ad un interprete, a colui che inforca occhiali con lenti invertite. Sebbene abbia di fronte a sé lo stesso insieme di oggetti di prima e sia cosciente di ciò, egli li trova nondimeno completamente trasformati» (op. cit. pag. 151). Il cambiamento di paradigma, dunque, costituisce un mutamento nel modo di guardare e operare nel mondo. Dove Aristotele vedeva cadute vincolate, Galilei vedeva pendoli e dove Priestley vedeva aria deflogistizzata, Lavoisier vedeva dell’ossigeno. Non è il mondo a cambiare, bensì il paradigma che sostiene e determina la nostra osservazione.

 

Le idee di Kuhn hanno delle conseguenze molto rilevanti per la filosofia della scienza tradizionale. Prima di tutto, crolla l’ideale della scienza come processo di accumulazione continua di conoscenze. Gli esempi storici riportati da Kuhn, infatti, mostrano come la scienza proceda in maniera estremamente discontinua attraverso salti rivoluzionari tra paradigmi irriducibili l’uno all’altro. Così come nella rivoluzione politica si tratta di scegliere tra forme di vita incompatibili, allo stesso modo nella rivoluzione scientifica si tratta di scegliere fra paradigmi incommensurabili. In secondo luogo, con il saggio di Kuhn cambia radicalmente il rapporto fra teoria ed esperienza. Secondo Kuhn, infatti, l’esperienza anomala stimola la creazione di teorie alternative ma non falsifica il paradigma esistente. Gli scienziati newtoniani, ad esempio, convissero per più di due secoli con un’anomalia irrisolta senza per questo abbandonare il proprio paradigma.

L’obiettivo critico di Kuhn è l’immagine della scienza sviluppata da Popper. Mentre per Popper l’esperienza falsificante genera un cambiamento teorico, per Kuhn il paradigma muta soltanto in seguito a una conversione olistica che comporta il passaggio in blocco a un nuovo paradigma. Il resoconto della scienza fornito da Popper assegna alle rivoluzioni un ruolo molto più importante di quello che esse svolgono nel modello di Kuhn: per il primo la scienza è in uno stato di rivoluzione permanente, mentre per il secondo le rivoluzioni sono eventi rari e la scienza procede per larga parte in maniera normale.

 

Dal resoconto di Kuhn la scienza appare un’impresa molto più dogmatica di quanto si fosse pensato in precedenza. Larga parte della storia della scienza è dominata dalla scienza normale, ossia dallo sviluppo minuzioso di un paradigma accettato. Soltanto in rari momenti, in presenza di molteplici anomalie e di un'alternativa in grado di spiegarle, si ha un mutamento paradigmatico rivoluzionario. C’è posto per la razionalità in questa immagine della scienza?

Nel Poscritto (1969) e nella Tensione essenziale (1977) Kuhn si è sforzato di prendere le distanze da concezioni radicali che non assegnano alcun ruolo alla razionalità nel progresso scientifico. Egli argomenta che la scelta teorica è guidata da valori epistemici (accuratezza, coerenza, semplicità, fecondità ecc.) che impongono limiti di carattere razionale alle teorie che gli scienziati possono accettare. Questi valori guidano la ricerca e l’accettazione teorica degli scienziati, ma non le determinano. I valori, infatti, possono entrare in conflitto fra di loro; una teoria può essere semplice ma non accurata oppure feconda ma non coerente rispetto ad altre teorie accettate. Inoltre, l’interpretazione stessa dei valori è fortemente discrezionale; ciò che a me appare semplice ad un altro può apparire complesso.

A ben vedere, l’analisi di Kuhn presta il fianco all’accusa di irrazionalismo e di fatto l’epistemologia anarchica articolata da Paul Feyerabend in Contro il metodo (1975) si fonda su un’esasperazione di temi già affrontati da Kuhn nella Struttura. Ciononostante, l’opera di Kuhn ha contribuito sotto molti aspetti a scardinare una visione idealizzata della scienza radicata nella mente dei filosofi e degli scienziati stessi. Inoltre, egli ha messo in rilievo l’importanza che la storia delle discipline scientifiche riveste per ogni serio tentativo di proporre tesi filosofiche sulla scienza. Nel fare ciò, rompe radicalmente con la tradizione filosofica a lui precedente e prepara il terreno per un nuovo modo di fare filosofia della scienza.

 

 

Per saperne di più

Il saggio di Kuhn (1962) è adatto anche per i non specialisti. Sulla ricezione delle idee di Kuhn e il loro vaglio critico, si consiglia il classico Criticism and the Growth of Knowledge, a cura di I. Lakatos e A. Musgrave (1970).

 

 

Immagine di Jarmoluk da Pixabay, Libera per usi commerciali, Attribuzione non richiesta.

 

 


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