21 gennaio 2019

L'Occidente e la sua scrittura. La rivoluzione alfabetica tra razionalità e politica

di Simone Murru

Nel 1976 veniva pubblicato il saggio Storia sociale dei processi cognitivi di A. Lurija, sociologo e psicologo sovietico che negli anni ’30 era stato inviato in Asia centrale per condurre alcuni studi sulle popolazioni locali. Tra i soggetti osservati, alcuni contadini analfabeti dell’Uzbekistan attirarono la sua attenzione: essi identificavano figure geometriche astratte con oggetti concreti (il cerchio con un piatto, il triangolo con un tetto, ecc.) ed erano incapaci di condurre ragionamenti deduttivi semplici. Un caso riportato dallo studioso mostrava, ad esempio, come di fronte alla questione: «Nell’Estremo Nord, dove c’è la neve, tutti gli orsi sono bianchi. Novaya Zemlja è nell’Estremo Nord e lì c’è sempre la neve. Di che colore saranno gli orsi?», la risposta più comune tra i contadini analfabeti era: «Non lo so…io ho visto solo orsi neri. Non ne ho visti di altri…ogni località ha i suoi animali». La stessa domanda venne poi posta ad un altro contadino della zona, che però sapeva in parte leggere e scrivere. La sua replica fu ben diversa: egli riconosceva che, “seguendo le parole” di Lurija, gli orsi sarebbero dovuti essere tutti bianchi.

 

L’antropologo e storico delle culture W. J. Ong nella sua celebre opera Oralità e scrittura ha ripreso le osservazioni di Lurija per analizzare le modalità in cui l’alfabeto ha trasformato la nostra forma mentis, sottolineando che le risposte date a Lurija, all’epoca inaspettate, non dipendevano da un deficit di intelligenza degli individui studiati. Semplicemente il loro pensiero non si conformava ad una logica definitoria: le facoltà tipiche di un soggetto razionale non vanno perciò considerate innate, ma sono, secondo Ong, un prodotto della scrittura alfabetica. Ecco una possibile spiegazione di ciò che accadde in Grecia tra il IX e il VII secolo a.C.. Le tradizioni millenarie del mito vennero lentamente sopraffatte dalla rivoluzione della scrittura greca per lasciar spazio al pensiero filosofico-definitorio. In questo senso è rilevante un’ulteriore testimonianza contenuta nell’opera di Lurija: alla richiesta di dire che cosa fosse un albero, un contadino analfabeta ne elencò singoli esemplari (il melo, l’olmo, ecc.); sono evidenti le analogie con le risposte che nei dialoghi platonici Socrate riceve dai suoi interlocutori: è ciò che accade quando Menone, posto di fronte alla domanda “che cos’è la virtù?”, risponde fornendo esempi. Socrate gli fa dunque notare che in tal modo la virtù in sé non è stata definita. È qui, per il filosofo Carlo Sini, che nasce la filosofia.

 

Secondo Sini, i contadini analfabeti non vedevano “cose in sé”, così come non le vedevano gli uomini del mito. Alberi, seghe e accette non sono separabili, né diversi, perché sono immersi in una “unità di senso” che è data dal loro uso. Noi assumiamo come naturali la mente logica, la sua facoltà definitoria, come qualcosa che ha caratterizzato e abitato l’essere umano fin dall’inizio della sua lunga storia, salvo dimenticarci che la storia dell’uomo logico è molto più breve di quella dell’uomo del mito. Tendiamo a pensare che la mente produca il discorso scritto, dimenticandoci invece che è proprio l’inverso: è la scrittura la causa di quella razionalità che per ragioni culturali riteniamo essere l’elemento essenziale dell’uomo. Anzitutto perché l’alfabeto traduce in qualcosa di visibile ciò che per sua natura svanisce nel nulla: la voce. Sini arriva ad affermare che il linguaggio non era una “cosa” prima di poter essere trascritto: esso si è oggettivato (con le sue regole sintattiche, grammaticali, morfologiche ecc.) soltanto una volta che la rivoluzione della scrittura ha investito la storia.

 

Ma come può avvenire questa trasformazione della mente? In primo luogo, afferma Sini, attraverso la posizione che il lettore assume in quanto tale: l’uomo dell’oralità non poteva, per così dire, analizzare il discorso che egli stesso o il suo interlocutore articolavano, poiché la voce che lo costituiva, come già detto, svaniva in pochi istanti. La scrittura, viceversa, separando il linguaggio dal parlante e fissandolo su un supporto materiale visibile (la carta o la tavoletta), consentì osservazioni, correzioni e riflessioni. Nasce così il soggetto da Sini definito prosaico, che nella pratica storiografica cerca, analizzando i documenti a sua disposizione, di assumere una prospettiva esterna rispetto ai fatti storici: qualcosa che risulterebbe impossibile ad un uomo dell’oralità laddove egli non può osservare i fatti in maniera distaccata (e non possiede nemmeno lontanamente il concetto di “fatto”), ma la storia del suo popolo è rappresentata dalle sue tradizioni e dai suoi miti. Egli è posto così in una prospettiva partecipativa nei confronti del suo passato e non meramente osservativa: ripete i miti e ripetendoli li trasforma, li modifica, “abita” le sue tradizioni rendendole eterne. Egli è la sua storia. Il soggetto prosaico, al contrario, vede i fatti storici pretendendo di osservarli nella loro universalità, cioè indipendentemente da ogni prospettiva: in questo senso è un soggetto panoramico (dal greco pan “tutto” e òrama “vista”). Egli è capace anzitutto di essere “critico”, cioè di osservare distaccatamente la propria tradizione e dunque di dubitarne.  

Qualcosa di analogo accade nella nascita del soggetto filosofico. Quest’ultimo ha la pretesa di tradurre le “cose” dal vissuto esperienziale alla loro definizione logica astratta (la virtù del marinaio, del soldato, del comandante in virtù “in sé”): egli parla così di idee platoniche, di mondi sovrasensibili e di essenze. Pretende e crede di poter vedere gli oggetti così come potrebbe farlo un dio: dall’alto, dall’esterno, in sé. Troviamo qui l’origine del concetto di obiettività che abita ancora oggi l’Occidente, nella sua scienza e nei suoi saperi.

 

La rivoluzione alfabetica fu però anche una rivoluzione politica e sociale. L’utilizzo di un alfabeto (sistema di scrittura costituito da singole lettere, ovvero segni a cui corrisponde un suono distintivo, vocalico o consonantico) formato da soli ventiquattro segni, pose le basi per una democratizzazione del sapere: ciò non poteva accadere, per esempio, nella società egizia, nella quale i geroglifici prevedevano un complesso sistema di decifrazione. La scrittura e la lettura erano vere e proprie pratiche esoteriche, privilegio di scribi e sacerdoti. E. Havelock sottolinea come questa rivoluzione fu il primo importante passo verso la democrazia: il sistema di scrittura greco cessava di essere inaccessibile (e con esso il sapere tutto), diventando invece uno strumento di condivisione della cultura per un numero maggiore di individui. Havelock trascura però un fatto non secondario: con l’alfabeto si apre la possibilità di scrivere le leggi e dunque di renderle pubbliche. Con esso nasce infatti il diritto propriamente detto, afferma Sini: la legge diventa tale non perché pronunciata dal dio o dal sacerdote, ma perché scritta. Non è un caso che in Grecia come a Roma il problema della scrittura delle leggi incarnò una tappa importante nella lotta tra democrazia ed aristocrazia. Troviamo qui un primo principio di eguaglianza: solo se scritta la legge può essere uguale per tutti.  

 

I risvolti e le conseguenze della rivoluzione alfabetica sono perciò risultati decisivi da più punti di vista: in primo luogo da una prospettiva culturale, in quanto il suo ruolo è stato decisivo nella costituzione della forma mentis logico-definitoria della quale né la filosofia, né la scienza che ne ha ereditato la pretesa di universalità avrebbero potuto fare a meno. In secondo luogo da una prospettiva politica: le leggi trascritte diventarono potenzialmente accessibili a tutti e non più arbitrarie. Ciò significava anzitutto compiere un primo piccolo ma importante passo verso la democratizzazione della società e verso l’uguaglianza.

 

Per saperne di più:

Aleksandr Lurija in Storia sociale dei processi cognitivi; Walter Ong in Oralità e scrittura; Eric Havelock in The Alphabetic Mind: A Gift of Greece to the Modern World; Carlo Sini in L’Alfabeto e l’Occidente, Milano, Jaca Book S.p.a., 2016; Bruno Snell in La cultura greca e le origini del pensiero europeo, Torino, Giulio Einaudi editore S.p.A., 1963.

 

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