8 febbraio 2019

«Un compito che promette conquiste straordinarie»: la rivoluzione incompiuta di Karl Jaspers

di Alessio Giordano

«Un sapere sul linguaggio appartiene ai fondamenti della coscienza filosofica»: è questa l’assunzione fondante nel pensiero di Karl Theodor Jaspers (1883-1969), psichiatra e filosofo, autore di quell’opera rimasta incompleta che è il Von der Wahrheit. Philosophische Logik (1947). Per il significato da assegnare al termine “linguaggio” ci riferiamo alla definizione presente nell’Enciclopedia Treccani, nella quale si può leggere che: «gli antecedenti di quella che sarà poi la riflessione filosofica sul linguaggio possono ritrovarsi nelle credenze di età arcaiche sui poteri della parola divina e umana: nell’inno vedico a Vac («la Voce») traspare l’opinione che tutte le cose dell’universo siano pervase da un’intrinseca vocalità, risuonino di un loro nome; nell’esordio del Genesi la divinità biblica non crea mediante un fare, ma con il semplice parlare». Ciò nonostante, la definizione che Jaspers dà di linguaggio è a suo modo degna di interesse, nella misura in cui questa riceve sostanza per mezzo dell’esplicazione di tre caratteristiche complementari:

Il “linguaggio” è prima di tutto il parlare realizzato di volta in volta; in secondo luogo, esso è la concrezione obiettiva (objektive Gebilde), per esempio della lingua tedesca, inglese o greca, alla quale il singolo partecipa in misura maggiore o minore in quanto sua lingua madre, o che egli impara come lingua straniera, senza mai avere, in nessuno dei due casi, il possesso completo di una tale lingua; in terzo luogo il linguaggio è la capacità linguistica in generale, il segno distintivo dell’uomo.

Parleremo di quella concrezione obiettiva che del linguaggio è espressione storica, la lingua; di come lo studio di questa, nei modi più diversi, rappresentato dalla linguistica, sia stato parte non trascurabile della proposta jaspersiana di rifondazione del pensiero filosofico. Il tentativo di cui tratteremo non ha avuto un esito positivo, ma crediamo valga la pena mostrare gli elementi d’interesse che Jaspers evidenzia come tipicamente linguistici e le modalità con cui questi s’intersecano con la disciplina filosofica. Il presupposto da cui occorre partire è la considerazione, che faceva peraltro già capo a von Humboldt – molto elogiato da Jaspers e da lui considerato come apice inarrivabile della speculazione filosofica sulle lingue storico-naturali – secondo la quale esistono lingue più nobili o perfette di altre: «Ci sono migliaia di lingue, tra queste ci sono famiglie di lingue imparentate tra loro, in cui si trovano le poche lingue superiori della cultura. Ognuna racchiude in sé un mondo intraducibile; eppure tutte sono traducibili l’una nell’altra fino a un certo punto, poiché appartengono tutte a una radice comune. È possibile raccogliere e rappresentare le lingue in vocabolari e grammatiche; la loro storia può essere ripercorsa, a volte attraverso i millenni». Parlare di linguaggio in filosofia è pretendere di poter parlare di ciò che permette esso stesso l’attività del parlare; una messa in discussione del linguaggio o una sua oggettivazione, ossia una considerazione che ne prenda atto anche e nonostante le sue funzioni concrete, è sempre inevitabilmente astratta e dunque mai pienamente soddisfacente. Jaspers è ben conscio di questa difficoltà e la palesa più volte nel corso della sua esposizione; rinveniamo tuttavia in un’espressione di Giovanni Romano Bacchin (1929-1995) la più rigorosa sistematizzazione di questo problema. Ne I fondamenti della filosofia del linguaggio (1965), si può leggere:

Del linguaggio ci si serve dunque, in filosofia, per dire che con il linguaggio non si dice di filosofico se non la necessità di considerarlo tutto condizionato, necessità di dire nonostante il linguaggio, dialetticamente.

Ad ogni modo, questo problema si trova in qualche misura ad essere eclissato nel momento in cui la filosofia sposta la propria attenzione dal linguaggio alle lingue particolari. Sono queste infatti la concrezione obiettiva del linguaggio, la sua espressione empirica. Entriamo qui nel vivo della questione, osservando più da presso la proposta rivoluzionaria di Karl Jaspers. Si trova scritto in Della Verità che la lingua rappresenta un limite per il pensiero che l’uomo può solo faticosamente superare. Questo limite si è peraltro avvertito fin dal concepimento del primo pensiero filosofico, sicché «ogni filosofia originaria rimane unica e intraducibile». Le “filosofie originarie”, ossia le prime forme di pensiero razionale che per l’autore stanno alla sorgente di ogni concettualizzazione successiva, coincidono per Jaspers con le lingue nelle quali sono espresse: greco, sanscrito e cinese: «tutta la filosofia in altre lingue è sorta sulla base della traduzione dalle tre lingue filosofiche originarie».

 

Porre a origine della speculazione una o più lingue particolari e non il linguaggio è un’operazione certamente bizzarra e poco comune nella saggistica filosofica. Ciò vuole significare che tutte le altre lingue non dispongono della purezza intellettuale delle tre forme originarie, ma coltivano riflessioni ed elaborano concetti soltanto per mezzo della semplicistica capacità di mediazione, sicché questi sarebbero oggetto di un depotenziamento ontologico significativo, che li renderebbe meno autentici rispetto ai concetti prodotti nelle lingue originarie. In realtà, non proprio tutte le lingue sono così filosoficamente svilenti. Si riconosce infatti simultaneamente la lingua tedesca come «la lingua filosofica per eccellenza […]. Ogni individuo può trovare nel tedesco la propria lingua»; inoltre, la piena comprensione della filosofia cinese o indiana sarebbe, secondo Jaspers, possibile solo se un sinologo o un indologo fosse al contempo un filosofo tedesco! La lingua germanica rappresenterebbe dunque il collegamento tra le lingue originarie e una forma autentica di concettualità. È quindi per Jaspers non il pensiero a ritrarsi o esprimersi nelle lingue storiche, ma sono queste stesse, a eccezione di quelle trattate, che sarebbero costituzionalmente incapaci di trattenere semanticamente i concetti originari della filosofia. Ecco spiegata la necessità di introdurre la riflessione linguistica empirica nella filosofia, rifacendosi a una distinzione fondamentale nel pensiero filosofico: «La linguistica ha come oggetto una cosa indagabile empiricamente; la filosofia del linguaggio invece cerca nel linguaggio il fondamento della trascendenza […]. La linguistica è in grado di fornire conoscenze che, per quanto cogenti, rimangono sempre solo particolari. Le sue risposte hanno un respiro breve per le domande della filosofia del linguaggio. La filosofia del linguaggio, al contrario, non fornisce conoscenze cogenti, ma fa divenire consapevoli, nel sapere attorno al linguaggio, dell’esser-linguaggio nel suo carattere di limite insuperabile». Al tempo di Jaspers era generalmente accettata l’idea che la storia della filosofia fosse a fondamento degli eventi rintracciati in ogni storia particolare, anche nella storia della linguistica; se si tiene conto di questo, suona inaudita la seguente affermazione del filosofo tedesco:

Basare la storia della filosofia su una storia del linguaggio è un compito che promette conquiste straordinarie […]. Se una volta o l’altra la storia della filosofia si basasse davvero totalmente sulla ricerca propria della storia del linguaggio e delle parole, con ciò si conquisterebbe un sapere irrinunciabile.

La prima di queste conquiste riguarda la consapevolezza circa i limiti della nostra lingua madre. L’acquisizione di lingue straniere occasiona un’espansione di sensibilità: «So viele Sprachen ich kenne, so oft bin ich Mensch (Io sono uomo tante volte quante sono le lingue che conosco)». La conoscenza di altre lingue è anche profonda consapevolezza della lingua, poiché ogni lingua, sostiene Jaspers, ha un carattere infinito; in questo si può notare una critica alla cultura greca, nella quale non era auspicato l’apprendimento di altre lingue. Allo stesso modo, non va neppure totalmente elogiato in sé questo apprendimento; conoscere una lingua straniera non apre necessariamente a un modo diverso, afferma però il filosofo. La più comune esperienza che fa chi parla una lingua straniera è semplicemente quella di descrivere con parole diverse lo stesso mondo che vedeva in precedenza: egli è cieco, dice Jaspers, «senza comprensione anche con vaste conoscenze linguistiche di carattere filosofico». È questa la discrepanza tipica del filologo: sapere una lingua è diverso da comprendere le cose e partecipare ai contenuti che questa dischiude. Ironia della sorte, sono proprio le parole di un filosofo, Friedrich W. Nietzsche (1844-1900), ad essere le più illuminanti a proposito. Nel paragrafo 267 di Umano, troppo umano (1878-1879) si trova scritto:

L’imparare molte lingue riempie la memoria di parole invece che di fatti e di pensieri […]. Poi, l’imparare molte lingue nuoce in quanto produce l’illusione di una grande versatilità ed effettivamente conferisce anche un certo ingannevole prestigio nei rapporti con gli altri […]. È infine l’ascia che viene posta alla radice di un più fine senso della lingua nella favella materna.

La seconda «conquista straordinaria» è rappresentata dal potenziamento combinato di ricerca linguistica e filosofia del linguaggio per una rifondazione del pensiero filosofico. Sono molti i motivi per cui vale la pena occuparsi del linguaggio: l’interesse logico per la chiarezza, l’interesse empirico per le fattispecie concrete, l’interesse storico per l’accadere degli eventi memorabili, o addirittura l’attrazione filosofica nei confronti del fondamento originario della nostra complessione in quanto esser-uomini. Da un lato abbiamo la scienza dei fatti: la linguistica, caratterizzata per l’immersione nel «mero materiale, la disgrazia del puro funzionamento positivistico, nel quale il senso della ricerca stessa va perduto». Dall’altro si ha la scienza dei concetti: la filosofia del linguaggio, «che si dilunga in sogni, in ingannevoli osservazioni superstiziose, in giochetti misteriosi e in bisbigli presaghi». Se si vogliono evitare le derive fin troppo comuni delle due discipline, occorre che il ricercatore sia in grado di riunire la vastità e la profondità dell’intuizione filosofica con la conoscenza ragionevole e concreta del proprio oggetto di studio; insomma: un pensiero rivolto alle cose. Qui si rinviene pienamente la rivoluzione jaspersiana:

Il desiderio di occuparsi delle lingue deve essere vincolato, se vuole rimanere adeguato al suo proprio oggetto, ad una apertura d’orizzonti non comune ed un ricco sapere specialistico del ricercatore. Il contenuto della linguistica è condizionato dalla pienezza umana del linguista.

In sintesi, l’intuizione di Jaspers sta nel comprendere che generalmente le grandi filosofie sono al contempo «creazioni linguistiche». È da rintracciarsi nelle lingue dell’Occidente la ragione per cui la scienza sia nata proprio in Europa e non, magari, in Cina: le lingue flessive potrebbero essere una condizione necessaria per la nascita della scienza. L’India avrebbe dunque intrinsecamente più scienza della Cina? La Cina conserverebbe una dimensione tipicamente più spirituale dell’Occidente, dunque? Questi e molti altri sono i vagheggiamenti che troviamo nell’opera di Jaspers, i quali mostrano ancora un atteggiamento legato a una concezione astratta e poco salda ai fatti linguistici.

Il tentativo di Jaspers, come si è detto sopra, è fallito; in altre parole, è una proposta rimasta inesplorata. Se la riflessione sul linguaggio appartiene davvero ai fondamenti della coscienza filosofica, tanto più la riflessione sulla lingua dovrebbe essere contributo imprescindibile ai fini di una ristrutturazione organica dell’animo filosofico: le conquiste potrebbero davvero essere «straordinarie». Resta il fatto che l’impatto, spaventosamente muto, con questa realtà inattuale desta insieme curiosità e sconforto, derivanti entrambi dalla vaghezza programmatica dell’intuizione jaspersiana, della quale non ci resta che prendere atto.

 

Per saperne di più:

L’edizione che si è utilizzata per le citazioni di Jaspers è K.T. Jaspers, Della Verità. Logica filosofica, Bompiani, Milano 2015 (testo tedesco a fronte). È tuttavia disponibile anche una edizione a sé del capitolo sul linguaggio: K.T. Jaspers, Il linguaggio. Sul tragico, Guida, Napoli 2000. Il testo di Bacchin è G.R. Bacchin, I fondamenti della filosofia del linguaggio, Istituto Editoriale Universitario, Assisi 1965. Il testo di Nietzsche in traduzione italiana è F.W. Nietzsche, Umano, troppo umano, vol. II, Adelphi, Milano 1981. Per avere un’idea più chiara dei compiti della linguistica storica c’è F. Fanciullo, Introduzione alla linguistica storica, il Mulino, Bologna 2013. Per una storia della linguistica suggeriamo: G. Graffi, Due secoli di pensiero linguistico. Dai primi dell’Ottocento a oggi, Carocci, Roma 2010; G.C. Lepschy, Storia della linguistica (3 voll.), il Mulino, Bologna 1990-1994.

 

 

Immagine di  kirkandmimi tratta da Pixabay CCO Creative Commons, libera per usi commerciali; attribuzione non richiesta.

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0