10 agosto 2018

Dare corpo alle proprie paure: weird fiction e fenomenologia dell’orrore

di Francesco Pierini

 

«Ciò che è sinistro, o terribile, non tradisce mai: lo stato al quale conduce è sempre l’illuminazione. E soltanto questa condizione di brutale consapevolezza ci permette di cogliere a pieno il mondo, tutto considerato, così come la fredda malinconia ci concede la piena padronanza di noi stessi.»

 

 

Così leggiamo tra le note sparse sul taccuino di Lucian Dregler, protagonista del racconto La Medusa, contenuto in Nottuario, uno tra i lavori più importanti del maestro della weird fiction contemporanea, Thomas Ligotti. Ma in cosa consiste esattamente questo stato di illuminazione? Su cosa gettano luce le tenebre dell’orrore? L’episodio terrorizzante ci colpisce solitamente con una certa vividezza.

Davanti ad esso ognuno reagisce diversamente: si può accettare pacatamente il brivido, o tentare di disfarsene perché “troppo reale”, o ancora, come suggerisce Ligotti nel saggio di apertura di Nottuario, possiamo affrontare la lettura «con la massima ricettività», al fine di mettere in luce la portata concettuale che il racconto riesce ad articolare esteticamente. In questo modo, fuoriuscendo dal semplice tessuto della narrazione, la weird fiction ci propone un problema filosoficamente consistente: l’orrore sembra promettere di istruirci su ciò che è il reale, e allo stesso tempo questa illuminazione appare correlata in qualche modo alla possibilità di acquisire una piena coscienza di sé. Tuttavia, per esaminare adeguatamente questa sfida filosofica, occorre prima indagare il meccanismo che sta alla base della weird fiction. Per spiegarlo, Ligotti ci propone la seguente storiella:

Un uomo si sveglia al buio e cerca gli occhiali sul comodino. Qualcuno gli mette gli occhiali in mano.

La trama ci lascia in sospeso, non ha epilogo, e tuttavia non ha bisogno d’altro per chiarire che qualcuno o qualcosa aspettava che il protagonista si svegliasse, che quell’incontro era premeditato. È proprio questa premeditazione a garantire l’effetto tipico di sinistro spaesamento. Come afferma Ligotti, è possibile ricollegare lo stesso aggettivo weird (in inglese, “strano, magico, misterioso”), al concetto di Wyrd, il quale in Old English significa “fato” o “destino personale”. Celato nella sua stessa etimologia, ecco che il weird ci conduce al problema del fatalismo, ovvero alla teoria a sostegno dell’esistenza di un cammino prestabilito, solitamente provvidenziale, al governo degli eventi mondani. La tesi, fuori moda per la filosofia odierna (oltre che alquanto difficile da sostenere), è tuttavia l’impalcatura centrale del racconto dell’orrore. Privata della consistenza ontologica, l’idea dell’incontro con qualcosa che ci aspettava da sempre, di un destino su misura, è l’oggetto perfetto della weird fiction.

 

 

In effetti, è ben possibile incontrare il perturbante nella vita di tutti i giorni. Un evento particolarmente strano può suscitare in noi la spiacevole impressione di essere al centro di una teleologia maligna, e tuttavia questo sentimento è repentinamente neutralizzato dalla ragione, etichettato come nient’altro che un’illusione. Perché dunque il perturbante non supera il “test di realtà”? Come sostiene Ligotti, al soprannaturale deve corrispondere una causa altrettanto extra-mondana. Ed è proprio questo il gesto caratteristico della storia weird: la collocazione su un piano radicalmente irreale di quella che nella quotidianità non può suscitare nient’altro che un senso di inquietante spaesamento. Trattato sul piano sospeso del testo, sorprendentemente, l’ignoto inizia invece a prendere consistenza, comincia a realizzarsi, riuscendo a così davvero a colpire nel segno.

 

 

Ligotti chiama questo effetto «irrealtà macabra», volendo descrivere col primo termine la connotazione misteriosa e straordinaria che assume il destino nel genere weird, e col secondo il suo carattere minaccioso, la fine tragica a cui sembra rimandare. In quest’ultima dimensione risiede l’autentica fonte a cui attinge il racconto dell’orrore: esso non si risolve infatti in un semplice slancio immaginativo, ma deve piuttosto la sua efficacia al fatto di essere il potenziamento di un’ambiguità già presente nell’esperienza abituale. Ciò significa che il perturbante, lungi da essere una semplice suggestione percettiva, ha piuttosto una portata esistenziale, ovvero ha un ruolo strutturale nella percezione stessa. È proprio su questo piano, e non in veste ontologica, che il fatalismo può ritornare d’interesse per la filosofia. In effetti, il dispiegamento del destino terribile articolato in maniera così illuminante dal genere weird, è un fenomeno rinvenibile in nuce al centro della percezione stessa, ovvero nella rappresentazione soggettiva delle funzioni vitali del corpo. Questa rappresentazione, secondo la tradizione fenomenologica, e in particolare nelle ricerche del filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, riveste un ruolo fondamentale nella formazione del soggetto stesso, e quindi nella struttura della percezione.

 

 

Essere un soggetto significa propriamente non essere riducibile allo stato di oggetto. Dal punto di vista fenomenologico, occorre pertanto affermare che il soggetto è un nulla, in inglese un no-thing, nel senso di una non-cosa: questa condizione è legata al ruolo del corpo nella percezione. Il corpo, infatti, può essere percepito in due modi. In un primo senso, come corpo-oggetto: questa è la sua dimensione materiale e biologica, che emerge percettivamente per esempio quando ci capita di avere sonno malgrado dobbiamo studiare, ovvero quando è di intralcio ad un’intenzione personale. Nel secondo senso abbiamo, invece, il corpo-soggetto: questo è il corpo abituale, ciò che resta sullo sfondo della percezione e accompagna silente il ritmo della nostra vita quotidiana. Questi due piani si trovano sovrapposti in maniera paradossale: infatti, sebbene si tratti di due sensi assolutamente irriducibili l’uno all’altro, si parla pur sempre dello stesso corpo! Messo di fronte alla realtà del corpo-oggetto, il soggetto cerca in ogni modo di determinarsi come qualcosa di diverso rispetto a un essere con cui, tuttavia, coincide perfettamente. Questa lotta, animata dunque dalla paura del soggetto di vedersi improvvisamente ridotto alla sua materialità biologica, è il modo in cui si costituisce il soggetto stesso.

 

 

È per questo che Merleau-Ponty sostiene che al centro della coscienza vi sia una depersonalizzazione, poiché più il soggetto prova a determinarsi come padrone di sé, più si scopre vincolato alla sua realtà biologico-materiale, ovvero ad una dimensione radicalmente a-soggettiva. Questa è la struttura fondamentale della percezione: al variare dell’esperienza del proprio corpo, varia l’esperienza di ciò che è reale, assistiamo cioè ad un cambiamento cosmologico. Se nella vita quotidiana la realtà ammette in sé il piano personale, ovvero scorre al nostro ritmo, secondo il tempo e lo spazio soggettivi, lo strato impersonale della percezione restringe ciò che è reale a ciò che è naturale, biologico e materiale. Avviene che il soggetto si sente fuori dal mondo: la realtà, che prima credevamo familiare, adesso ci respinge come degli estranei, tra noi e lei vi è una cesura incolmabile.

 

 

La connotazione materiale del corpo sembra, dunque, sostenere percettivamente un sistema orientato ad un fine (teleologico) non-personale, repellente ad ogni interpretazione soggettiva. Col nostro corpo, perdiamo dunque la realtà a cui esso è connesso in maniera inscindibile: la paradossalità di questo legame tra corpo e mondo, invisibile a livello percettivo, e tuttavia struttura fondamentale della percezione stessa, è ciò con cui il weird gioca in modo privilegiato. Proprio perché si tratta di uno strato fondamentale della percezione, come sostiene Ligotti, «il mistero non ce lo insegna nessuno». Come suggeriva nella nota iniziale di Lucian Dregler, «l’illuminazione» che concede il racconto dell’orrore scaturisce dalla comprensione di un dilemma esistenziale, ovvero dalla possibilità reale e tuttavia impossibile da assumere in modo cosciente, di un mondo senza soggetto, completamente disumanizzato. È questa stessa “brutale consapevolezza” ad emergere nei momenti di “fredda melanconia”, in cui capiamo che essere padroni di sé stessi è costitutivamente impossibile, o meglio consiste esattamente nella presa di coscienza di questa impossibilità.

 

 

Il weird può trattare di un orrore cosmico, ultraterreno, come avviene nelle novelle di Lovecraft o nei film di Carpenter, dove il germe dell’irrealtà macabra proviene dallo spazio. Oppure, può riguardare un orrore di possessione, dove il corpo è preso di mira in maniera più diretta, come accade per esempio nei racconti di Hoffmann, dove gli automi prendono vita, o nelle storie di esorcismo. Ciò che conta è il carattere inumano del mistero, il quale tuttavia non vuole unicamente atterrire il lettore, ma invitarlo alla riflessione.

In tal senso, nel weird troviamo i germi di un’autentica filosofia realista, decisa a guardare alle cose nel loro volto più crudo senza tuttavia dismettere troppo semplicisticamente la questione del soggetto. Piuttosto, occorre che il soggetto faccia proprio da problema guida. Solo così è possibile concepire una filosofia feconda dal punto di vista concettuale ed etico-politico, in sintonia con lo sforzo merleau-pontiano di difendere la fenomenologia da equivoci idealistici, togliendole il privilegio di una coscienza concepita come l’assoluto orizzonte di ogni possibile verità.

 

 

Per saperne di più

Per un approccio ai testi di Thomas Ligotti, suggerisco la lettura di Nottuario (Il Saggiatore, 2017) e il più teorico La cospirazione della razza umana (Il Saggiatore, 2016). Invece, per un’introduzione al pensiero di Maurice Merleau-Ponty consiglio la lettura dell’ottimo saggio introduttivo di Luca Vanzago intitolato Merleau-Ponty (Carocci, 2012). Per familiarizzare, infine, con la fenomenologia dell’orrore, consiglio il testo di Dylan Trigg The Thing, A Phenomenology of Horror (Zero Books, 2014).

 

 

Photo by Stefano Pollio on Unsplash


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0