20 aprile 2019

Uruguay 1930. Il primo sogno mondiale

di Massimiliano Vino

Il 13 luglio 1930 è una data che rimarrà per sempre impressa nella storia del calcio e dello sport in generale. Una nuova manifestazione sportiva, ad oggi una delle più grandi, più seguite e più popolari al mondo, prese avvio sull’onda dell’entusiasmo del suo ideatore, Jules Rimet, e della FIFA: il Campionato Mondiale di Calcio. La competizione nacque per essere il più grande e più importante torneo per rappresentative calcistiche nazionali esistenti. Nacque sulla scia di un sogno, quello di Rimet, per il quale il calcio e tutto lo sport avrebbero potuto e dovuto rappresentare dei formidabili strumenti di affratellamento tra le nazioni. Di fatto, la storia avrebbe preso tutt’altra piega nemmeno dieci anni dopo il fischio d’inizio della partita d’esordio del Campionato mondiale.

 

Eppure, la scelta del Paese ospitante presentava i caratteri di una sfida lanciata da Rimet non solo alle federazioni calcistiche europee ma anche, in verità, alle loro bellicose politiche estere. Fu infatti l’Uruguay, piccola repubblica e Stato-cuscinetto tra i giganti argentino e brasiliano, creato nel 1830 sotto la protezione degli inglesi, a ricevere l’onore di poter ospitare il primo Mondiale di calcio FIFA. Cento anni dopo il raggiungimento dell'indipendenza, la Repubblica ebbe così modo di celebrare questo doppio traguardo costruendo un enorme impianto sportivo: lo Stadio del Centenario.

 

La solerte organizzazione e i lavori imponenti mirati a stupire le delegazioni calcistiche internazionali suscitarono l’ironia dei vicini dell’Uruguay, specialmente quella degli odiati argentini. Ma d'altra parte la guerra, per i Paesi di una regione ricca di contraddizioni e di problemi politici interni come l’America Latina, era una questione relegata ad un secolo prima, ai romantici conflitti del XIX secolo. Le guerre reali, moderne, totali ed esacerbate dal nazionalismo e dagli opposti interessi strategici che avevano (e avrebbero ancora) insanguinato il Vecchio Continente vennero in un certo senso condensate nello spirito combattivo, quasi privo di fair-play e a tratti incontrollato del futbol latinoamericano. La sfida tra due compagini come l’Uruguay e l’Argentina, favorite indiscusse per la vittoria finale, andava assumendo i caratteri di una vera e propria competizione bellica, in cui l’obiettivo era letteralmente eliminare il nemico.

 

Per l’Uruguay si trattava dell’occasione d'oro. Il sogno e l’ambizione di poter essere i più forti del pianeta, al netto della ridotta estensione demografica e territoriale rispetto alle nazioni vicine, era un’opportunità più unica che rara. Significava cingere la corona di prima nazione nello sport più importante del continente. Significava essere i più forti del mondo, non importa se limitatamente al mondo del calcio, giacché le due dimensioni, quella del potere politico e quella del potere sportivo, si erano andate sovrapponendo nel contesto sudamericano.

 

Certamente Rimet avrebbe avuto qualcosa da ridire a proposito, dato che portare l’adrenalina e l’animosità dei campi di battaglia in un luogo deputato al pacifico confronto agonistico era ben lontano dall’ “affratellamento tra le nazioni” immaginato. Peraltro la prima edizione del mondiale fu anche caratterizzata dalla diffidenza e dall’ostruzione di tutte le principali rappresentative calcistiche del Vecchio Continente. Né l’Inghilterra, chiusa nell'aristocratico rifiuto di confrontarsi con chi, in fondo, aveva soltanto copiato l’invenzione dei maestri del football, né le più forti nazionali di calcio mitteleuropee, l’Ungheria, l’Austria e l’Italia, impegnate a contendersi il titolo - ben più prestigioso - di migliore nazionale europea nella Coppa Internazionale (antesignana del Campionato europeo di calcio), acconsentirono ad imbarcarsi verso la prima avventura mondiale. Rimet temette addirittura la figuraccia quando persino la nazionale del suo Paese di origine, la Francia, tentennò dinanzi all’invito, salvo accettare infine di partire per l’Uruguay. Le uniche altre nazionali di calcio europee a presentarsi a Montevideo furono dunque la Romania, ritenuta la cenerentola del mondiale, il Belgio e la Jugoslavia, la quale non ebbe nemmeno i soldi per permettersi il viaggio transoceanico e dovette accontentarsi di un modesto battello a vapore in pessime condizioni.

 

Più imponente fu ovviamente la partecipazione dei Sudamericani: oltre all’Uruguay presero parte infatti la Bolivia, la quale in barba alle premesse di un continente avulso dai grandi conflitti del XX secolo avrebbe di lì a poco scatenato una guerra contro il vicino Paraguay, anch’esso partecipante al Mondiale, il Brasile, il Perù, il Cile e l’Argentina. Dal Centro e dal Nord America invece giunsero le nazionali del Messico e degli Stati Uniti. Le tredici partecipanti furono divise in un girone da quattro e altri tre gironi da tre squadre l’uno. Il girone più numeroso era composto da Francia, Messico, Argentina e Cile; il Brasile si ritrovò con la Jugoslavia e la Bolivia, apparentemente nel girone più semplice; all’Uruguay toccarono Romania e Perù; agli Stati Uniti il Belgio e il Paraguay. I destini delle nazionali più deboli, Jugoslavia e Romania su tutte, sembravano già segnati.

 

Il Mondiale fu invece carico di sorprese, secondo la più classica delle regole non scritte del calcio: non vince chi è forte, ma è forte chi vince. Nel secondo girone il Brasile fu clamorosamente eliminato assieme alla Bolivia di giocatori di una sorprendente Jugoslavia, i quali non avevano certo rischiato la vita su un battello a malapena qualificabile come imbarcazione per ottenere una brutta figura. Trascinati da Ivan Bek, che militava in Francia con il Sète, e dal capitano Ivkovic, stella dell’SK Jugoslavija di Belgrado, i calciatori jugoslavi alimentarono con la concretezza del loro gioco l’ambizione di non voler agire solo come comparsa nella competizione internazionale. Gli jugoslavi appartenevano a uno stato giovane. I loro padri erano stati un tempo divisi tra la Serbia, il Montenegro e i sudditi croati, sloveni e bosniaci dell’Impero Austro-Ungarico. La Grande Guerra li aveva ora resi parte di un’unica nazione e di un’unica etnia, quella degli Slavi del Sud: adesso giocavano, segnavano ed esultavano per la stessa maglia.

 

Meno sorprendenti risultarono i vincitori degli altri raggruppamenti: l’Argentina conquistò le semifinali per il primo girone, l’Uruguay e gli Stati Uniti rispettivamente per il terzo e il quarto girone. Argentina-Stati Uniti e Uruguay-Jugoslavia si sarebbero contesi così l’accesso alla finalissima allo Stadio del Centenario. Se l’Albiceleste argentina si sbarazzò facilmente degli Yankees, più complesso si rivelò il secondo incontro. La squadra di Belgrado si era rivelata ormai tutt'altro che una cenerentola. A quattro minuti dall’inizio della partita, la Celeste uruguagia si ritrovò già sotto di una rete, firmata dall’attaccante del BSK Belgrado Djordje Vujadinovic; con i rivali nazionali argentini già in finale si avvicinava il rischio di vedere il proprio sogno trasformarsi in incubo. E, tuttavia, due degli assi della squadra, Pedro Cea e Anselmo, quest'ultimo autore di una doppietta, rimisero in marcia la nazionale di Montevideo. Avendo l'Argentina vinto il suo incontro per 6-0, la Celeste fu spinta a insistere ulteriormente, fissando infine il risultato a 6-1. La battaglia finale per il trono mondiale doveva ancora cominciare.

 

La finale del 1930 può essere paragonata alla battaglia decisiva per le sorti di un conflitto planetario. Gli ottantamila posti dello Stadio del Centenario erano tutti esauriti. Si calcola che ci fossero almeno novantamila persone nello stadio al momento del fischio d’inizio. Novantamila persone pronte a portare in trionfo o ad aggredire i propri giocatori a seconda del risultato. Il clima era così teso che l’arbitro Langenus accettò di dirigere la gara solo a condizione di un’assicurazione sulla vita e di una pattuglia di militari pronti a scortarlo fuori dallo stadio e verso un battello diretto in Europa al fischio finale. Il panico si era impadronito anche delle due compagini. Nello spogliatoio della Celeste il centravanti Anselmo si rifiutò di entrare in campo per la tensione. Dall’altra parte il robusto mediano argentino Monti, futuro giocatore della Juventus, chiese (inutilmente) di poter non scendere in campo perché minacciato di morte, assieme alla propria famiglia, da alcuni tifosi. Superate le tensioni, fu finalmente tempo di giocare. Era il 30 luglio del 1930. L’Uruguay, campione olimpico nel 1926, avrebbe potuto entrare nella storia del calcio mondiale; l’Argentina avrebbe potuto sconfiggere gli odiati rivali nel loro stesso stadio. Gli undici di entrambe le squadre erano pronti ad entrare di diritto nella storia di questo sport.

 

Per primi passarono in vantaggio gli uruguagi, dopo dodici minuti, quando un passaggio filtrante liberò l’ala destra Dorado davanti alla porta: questi segnò. In pochi minuti però la situazione si ribaltò: il pubblico di Montevideo rimase impietrito e quasi nella disperazione, quando gli argentini, con il loro centravanti Stabile, prima su cross preciso dell’ala Mario Evaristo, poi su lancio di Monti, fissarono il risultato all’intervallo sul 2-1 per gli ospiti. Il secondo gol degli argentini era viziato da un netto fuorigioco. Monti, terrorizzato, temette il peggio per sé stesso e per la propria squadra: si temeva un vero e proprio linciaggio degli argentini da parte dei novantamila del Centenario qualora il risultato fosse stato confermato anche al fischio finale. Addirittura peggiore era il rischio per l’altra squadra in gioco. Per ribaltare il risultato sarebbe stato necessario lottare fino alla morte: una sorte non dissimile sarebbe stata riservata ai giocatori uruguagi da parte dei propri tifosi.

 

All’inizio del secondo tempo la Celeste attaccò a testa bassa, fino a trovare la via della rete al dodicesimo con Pedro Cea. La partita tenuta al Centenario si trasformò in uno spettacolo di lacrime e di entusiasmo. Dieci minuti più tardi Iriarte divenne l’eroe del proprio Paese, segnando il 3-2. A pochi secondi dal fischio finale fu il “Monco” Castro a fissare il risultato finale sul 4-2 per la Celeste, mentre Anselmo in panchina si mangiava le mani per essersi autoescluso. I tifosi argentini iniziarono ad abbandonare allora gli spalti, sommersi dagli schiamazzi e dai fischi dei tifosi uruguagi; questi ultimi, da parte loro, esplosero in un grido di gioia incontenibile al fischio finale. La serata si trasformò in un trionfo nazionale: l’Olimpo del calcio era pronto ad accogliere le sue prime divinità latino americane. Prima di Pelè o di Maradona, fu Nasazzi, capitano dell’Uruguay, ad alzare al cielo la neonata coppa del mondo, chiamata non a caso “Coppa Rimet”. L’epopea dei Campionati Mondiali di calcio era appena agli inizi. Il primo sogno mondiale si tinse del celeste dell'Uruguay; la squadra resta oggi nel novero delle più grandi leggende sportive di tutti i tempi.

 

 

Per saperne di più:

Si consiglia un testo di Niccolò Mello sulla nazionale uruguaiana, Quando il Calcio era Celeste. L'Uruguay degli Invincibili, la Prima Squadra che Dominò il Mondo, edito da Bradipolibri del 2017. Inoltre, per un quadro d’insieme del movimento calcistico mondiale nei primi anni ’30, soprattutto in relazione al calcio italiano si consiglia vivamente la lettura di Enrico Brizzi, Vincere o morire. Gli assi del calcio in camicia nera, 1926-1938, Laterza, Roma 2016.

 

Fonte immagine: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Uruguay_national_football_team_1930.jpg. This work is in the public domani because it was published in Uruguay as anonymous or pseudonymous more than 50 years ago.

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