13 maggio 2019

La metafisica del processo di Alfred North Whitehead. Il dinamismo costitutivo della realtà

di Roberto Zambiasi

La storia della metafisica occidentale, al di là di tutte le differenze specifiche proprie di autori, periodi e contesti culturali diversi, ha sempre avuto, dall’antichità all’epoca moderna, una caratteristica comune: essa è stata principalmente studio di sostanze. L’idea, in effetti, che il mondo sia costituito da enti che persistono nel tempo appare essere particolarmente intuitiva e coerente con la nostra esperienza quotidiana.

 

Non c’è allora da stupirsi se già in Aristotele la categoria fondamentale per lo studio della realtà è proprio quella di ‘sostanza’. Ma, per la verità, l’iniziatore della ‘metafisica della sostanza’ è Parmenide, il primo a sostenere che si debba concepire l’essere come semplice, nel senso di eternamente indifferenziato e immutabile. Anche Platone rappresenta un eminente pensatore appartenente alla corrente della ‘metafisica della sostanza’: le idee, infatti, enti centrali della sua concezione della realtà, sono per definizione immutabili ed eternamente uguali a se stesse.

 

Se poi si procede nella filosofia medievale e moderna, la situazione non sembra cambiare in modo significativo, almeno fino alla fine del XIX secolo. Certo non bisogna nemmeno limitarsi a caratterizzazioni unilaterali. L’idea, in effetti, di una ‘metafisica del processo’, ovvero l’idea che i componenti fondamentali della realtà non siano enti che persistono nel tempo, bensì processi di continuo divenire, è sempre stata - anche se in forma minoritaria - presente nella riflessione filosofica occidentale.

 

Il suo precursore più ovvio nel mondo greco è sicuramente Eraclito, famoso per la sua affermazione che tutto scorre. In realtà, bisogna sempre essere cauti nell’interpretare il pensiero di un autore di cui ci sono giunti solo scarsi frammenti. Certo però non si può negare che la visione metafisica del pensatore ionico sembri abbastanza coerente: « questo ordine del mondo…è…un fuoco eternamente vivo » (Fr. 217, Kirk-Raven-Schofield). Ogni ente che esiste non è altro che una trasformazione di tale fuoco eterno, che rimane sempre presente in essi e ne causa il cambiamento e il divenire, secondo un movimento continuo ingenerato dall’opposizione tra forze. Un altro pensatore che diede uno spazio importante alle idee di processo e dinamismo nella propria metafisica fu Plotino, il quale, sostenne che il concetto di enérgheia, “attività”, sta alla base della generazione di ogni livello della realtà a partire dal suo principio unico e trascendente. In epoca moderna, Leibniz, nel postulare come elementi fondamentali della propria metafisica le monadi, diede alla ‘metafisica del processo’ nuova linfa vitale. Le monadi, infatti, sono sequenze ordinate di stati che consistono nella co-esemplificazione di proprietà durante un certo periodo di tempo. Affinché, però, il passaggio da uno stato al successivo della sequenza possa avvenire, è necessario che nelle monadi sia contenuto un principio dinamico, una “forza attiva” che permette tale passaggio.

           

Nel XIX secolo, un elemento in comune ai cosiddetti “idealisti” tedeschi, Fichte, Schelling e Hegel, è proprio il fatto di aver dato un ruolo decisivo al dinamismo nella generazione della realtà. L’innovazione più importante, però, da parte di Hegel, per quanto concerne la ‘metafisica del processo’, è quella di aver ritenuto che i principi che regolano il divenire della realtà, il suo dinamismo, possano essere compiutamente conosciuti attraverso l’indagine filosofica. Proprio questa idea è alla base della metafisica e, più in generale, della filosofia speculativa di Alfred North Whitehead.

 

Nato nel 1861 in Inghilterra, educato al Trinity College di Cambridge, professore di matematica e collaboratore di Bertrand Russell, suo allievo, nella stesura dei Principia Mathematica, egli fu tutto tranne che un filosofo di professione. In effetti, solo all’età di 63 anni, dopo aver insegnato lungamente sia a Cambridge che a Londra, ed essersi occupato, oltre che del progetto di fondare l’aritmetica su basi logiche, anche di fisica delle particelle, egli venne chiamato a Harvard come professore di filosofia. Per Whitehead si trattò di un’opportunità insperata e di motivo di una grande gioia. Da allora, fino quasi alla sua morte, avvenuta nel 1947, Whitehead sviluppò, attraverso in particolare tre opere, Science and the Modern World (1925), Process and Reality (1929) e Adventure of Ideas (1933), una filosofia speculativa altamente originale, una metafisica del processo (e della relazione) che mirava a ricomprendere in sé l’intera realtà.

           

Per presentare tale metafisica, è innanzitutto necessario situarla nel contesto dei grandi cambiamenti che segnarono la concezione occidentale della realtà tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Prima di tutto, la fine del XIX secolo fu un momento in cui la vita quotidiana divenne più veloce e anche più interconnessa, attraverso nuovi mezzi di trasporto e di comunicazione. Il mondo, in qualche modo, sembrava rimpicciolirsi: fu in effetti, anche se oggi tendiamo a dimenticarlo, l’epoca della prima globalizzazione. Evidentemente, però, per un logico, matematico e fisico come Whitehead gli elementi che più contribuirono alla formazione della sua metafisica furono altri, e di ben maggiore peso teorico. In primo luogo, la nuova concezione della fisica di Maxwell. Secondo Whitehead, la teoria dell’elettromagnetismo di Maxwell, fondata sulla concezione della realtà come un campo di forza (ovvero di incessante attività, nella lettura whiteheadiana), avrebbe consentito di superare la fallacia newtoniana secondo cui l’universo è costituito da punti isolati di materia, corrispondenti ad una collocazione spazio-temporale precisa. Una volta collocato in un campo, nessun punto dello spazio e del tempo è indipendente dalle influenze di ogni altro punto del campo. Allo stesso modo, un secondo elemento che certamente contribuì a costituire la metafisica whiteheadiana fu la nuova logica proposizionale di Frege. Superando, infatti, dopo più di due millenni, la logica aristotelica fondata sul binomio di soggetto e predicato, rigidamente distinti, la nuova logica si fondava sulla proposizione come relazione, di cui soggetto e predicato rappresentano solamente due relata.

           

A partire da questi e altri spunti teorici, Whitehead sviluppò una peculiare metafisica fondata sulla nozione di entità (o occorrenza) attuale. Un’entità attuale è nient’altro che un insieme di processi elementari internamente legati tra loro. L’analogia più semplice, per comprendere cosa l’autore intenda, è quella di un organismo (non per nulla l’intera metafisica di Whitehead verrà anche chiamata ‘filosofia dell’organismo’). L’elemento estremamente innovativo, però, delle entità attuali è il fatto che esse caratterizzano sia la materia “inanimata” (inclusi anche spazio e tempo, che emergono dai processi delle entità attuali) che la sfera della vita. In effetti, Whitehead fu un pensatore radicalmente antidualista, violentemente critico sia delle separazioni tra esperienza soggettiva e mondo oggettivo della filosofia, che le astrazioni matematiche della fisica che ritengono di poter cogliere l’essenza del mondo naturale interpretandolo nei suoi aspetti esclusivamente quantitativi e non anche qualitativi. La nozione di entità attuale consente di superare proprio tali dualismi. Infatti, l’esperienza umana, non dissimile da ogni altra regione della realtà, è costituita per Whitehead da una sequenza di processi elementari strettamente interrelati che portano sentimenti (in senso lato) molteplici a divenire uno solo. In tale processo, l’elemento fondamentale non è l’essenza di questi sentimenti, la risposta cioè alla domanda cosa essi siano, ma il modo in cui sono esperiti, ovvero l’auto-consapevolezza propria dell’esperienza in prima persona.

           

Questa analisi dell’esperienza non avrebbe nulla di rivoluzionario, se non per il fatto che essa è consapevolmente estesa da Whitehead all’intera realtà. In altre parole, le entità attuali che costituiscono ogni ente dell’universo, inclusi oggetti inanimati come rocce e sassi, hanno natura esperienziale, sono esperienza (a questo elemento ci si riferisce di solito col termine di ‘pan-esperienzialismo’). Si tratta evidentemente di un’affermazione molto forte, ma che bisogna comunque stare attenti a non confondere con l’idea del ‘pan-psichismo’, ovvero che tutta la realtà sia realtà cosciente. Infatti, come Whitehead stesso chiarisce, la coscienza presuppone l’esperienza, ma non viceversa. La centralità, d’altronde, della nozione di esperienza in tutta la filosofia di Whitehead non può essere negata: la stessa speculazione filosofica viene presentata dall’intellettuale come un’analisi dell’esperienza, in un senso che, per quanto indirettamente, non può non richiamare alla mente la coeva impresa fenomenologica.

           

Sulla base di questa analisi dei componenti elementari della realtà, il pensatore inglese può poi sviluppare una teoria autonoma anche del divenire. Se, come egli chiarisce più volte, le entità attuali sono sempre legate e interdipendenti tra loro (proprio come i punti di un campo di forza), allora lo stato di ogni entità attuale è sempre il risultato del mondo antecedente, cioè dell’insieme complessivo degli stati precedenti di tutte le entità attuali. Whitehead non è, però, un determinista. Per quanto, infatti, un processo sia sempre in qualche misura causato anche da fattori esterni, esiste una creatività interna che contribuisce a determinarne l’auto-realizzazione. Ogni entità attuale, cioè, in quanto processo, tende a realizzare, nel suo divenire interno, delle potenzialità, che Whitehead chiama “oggetti eterni”, i quali sono costituiti sia da entità matematiche, che valori e sensazioni. Lo statuto degli “oggetti eterni”, vale la pena di sottolinearlo, è uno degli elementi più problematici della filosofia di Whitehead. Proprio laddove finalmente sembrava che un filosofo fosse riuscito coerentemente a sviluppare una metafisica fondata sul dinamismo, e non su sostanze, ecco che però le sostanze (anche se nella forma di mere potenzialità) diventano di nuovo necessarie per spiegare il dinamismo stesso. In questo senso, non può stupire che, al termine della sua analisi metafisica, Whitehead recuperi anche la nozione di ‘Dio’, inteso come garante della creatività delle entità attuali. In altre parole, la creatività delle entità attuali non produrrebbe di fatto nulla di nuovo, e non soprattutto un mondo coerente, se non fosse diretta ad un fine ben preciso, ad una causa finale del divenire, che per Whitehead è proprio la divinità.

           

In altre parole, insomma, la ‘filosofia dell’organismo’ sembra insufficiente a rispondere alla sfida più grande di ogni metafisica del processo. La condizione, infatti, per poter assumere il divenire e la relazione come categorie fondamentali di tutta la realtà, e non solo di una sua parte, è di poterne spiegare il funzionamento senza dover presupporre una qualche nozione di sostanza. Nonostante tutti i progressi fatti dalla metafisica del processo dopo Whitehead (anche grazie ad un costante confronto con i risultati più recenti della fisica delle particelle), questa sfida resta ancora aperta, e il suo esito finale è tutto da scrivere.

 

Per saperne di più

 La traduzione italiana canonica della prima opera metafisica di Whitehead è quella di Banfi, A., La scienza e il mondo moderno, Bollati Boringhieri, Milano 2015. Per quanto concerne invece la seconda (e più complessa, anche dal punto di vista linguistico) opera metafisica del filosofo, Processo e realtà, una nuova edizione italiana, a cura di Maria Regina Brioschi e con introduzione di Luca Vanzago, è stata pubblicata da Bompiani nella collana Il pensiero occidentale a gennaio 2019. Avventure di idee, invece, l’opera che chiude la riflessione metafisica di Whitehead, tornando per certi versi al linguaggio più piano e immediatamente comprensibile di La scienza e il mondo moderno, è disponibile anch’essa in un’edizione Bompiani del 1997.

Inoltre, la principale (per quanto ormai datata) introduzione al pensiero filosofico di Whitehead in itailiano è Bonfantini, M., Introduzione a Whitehead, Laterza, Roma-Bari, 1972.

Data, però, la scarsità di letteratura secondaria sul pensiero metafisico di Whitehead in italiano, non si può non rimandare almeno al contributo recente più importante in lingua inglese in questo senso, l’Handbook of Whiteheadian Process Thought, edito da Michel Weber e William Desmond, Jr., e pubblicato in due volumi da De Gruyter nel 2008. Esso consta di 115 voci scritte da più di un centinaio di esperti internazionali del pensiero di Whitehead, e fornisce non solo un’ottima istantanea dello stato attuale della ricerca sulla metafisica di Whitehead, ma anche indicazioni sulle più promettenti direzioni di ricerca per il futuro.

 

 

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