9 febbraio 2018

La costruzione dell’identità tra filosofia e neuroscienze (parte seconda)

di Alice Lacchei

Il neuroscienziato Gazzaniga ritiene che la capacità di dare un senso di unità e dunque di identità a tutti i processi cerebrali dipenda da una funzione “interprete”, sviluppatasi nell’uomo anche grazie all’organo che connette i due emisferi cerebrali, il corpo calloso. Attraverso esperimenti condotti su pazienti il cui corpo calloso era stato danneggiato o asportato, Gazzaniga concluse che le spiegazioni e le cause che attribuiamo alle nostre azioni potrebbero non esser altro che epifenomeni: spiegazioni inventate e più o meno veritiere, costruite a posteriori dall’interprete nel nostro emisfero sinistro. Analogamente, Huxley definiva gli esseri umani «automi coscienti»: le spiegazioni a posteriori della coscienza non causano l’azione, così come il fischio della locomotiva non fa muovere il treno, che sfreccia invece grazie a un motore complesso e nascosto alla vista. Queste considerazioni, prendendo comunque atto delle obiezioni sollevate in merito, possono esser rafforzate dagli esperimenti di Libet, i quali sembrano indicare che l’attività cerebrale che porta a compiere un’azione inizi prima che il soggetto ne sia cosciente.

 

 

Un’altra teoria si focalizza sull’utilità sociale di credere nell’esistenza di un’identità e di una coscienza con libero arbitrio: come sostiene anche Nietzsche, questo permette alla società di istituire punizioni e al singolo di sperimentare il rimorso, ovvero il dolore per non aver agito diversamente quando si crede che sarebbe stato possibile farlo. Queste due componenti, le sanzioni esogene (come il carcere) ed endogene (come il rimorso), sono sinergiche e plasmano una società in cui i comportamenti egoistici e dannosi per la comunità sono scoraggiati, e che dunque è più stabile, coesa ed evolutivamente avvantaggiata.

Per Nietzsche, tuttavia, questo processo è stato deleterio perché ha permesso l’instaurarsi di una morale che egli definisce con disprezzo «degli schiavi», poiché reprime istinti che il filosofo ritiene invece lodevoli. Dunque, anche il concetto di identità come permanenza che sta alla base di questa morale è «un errore» da inserire tra quegli «idoli» inventati dagli uomini.

 

 

Lo stesso vale, dal punto di vista epistemologico, per l’identità intesa come uguaglianza. Essa è utile per costruire la conoscenza, la quale è basata per Nietzsche sull’assimilazione di elementi del mondo reale (che chiama «casi identici», come per esempio Socrate e Platone, entrambi identici nell’essere uomini) riconducendoli a una categoria comune. Questa è un’associazione fittizia e impropria, dato che nessun oggetto reale è identico ad un altro: interpretando dunque Nietzsche nel modo più radicale, l’identità di due oggetti qualsiasi non esiste nel mondo reale ed è per questo anch’essa un’invenzione umana.

Il filosofo tedesco sembra quasi parlare della funzione interprete quando scrive che prima del pensiero deve esserci stata una invenzione, un ricostruire il mondo tramite la costruzione di associazioni inesistenti, che costituiscono appunto quell’interpretazione soggettiva fornita dall’interprete.

 

 

Da Platone a Cartesio, la maggior parte dei filosofi ha attribuito la persistenza dell’identità alla coerenza della memoria e della coscienza, e non alla continuità del corpo. La coscienza eserciterebbe un controllo totale sul corpo, tant’è che sarebbe impossibile dire «il mio corpo ha fatto questo», perché nel concetto di persona e responsabilità è insita l’idea di un pieno controllo. In realtà, questo punto di vista presenta delle debolezze, come per esempio il fatto che non si ha sempre una riflessione precedente all’azione, osservazione che è in linea con gli esperimenti di Libet di cui sopra.

 

 

Un tentativo di superamento di questa dicotomia mente-corpo viene dal filosofo canadese Taylor che, in Agency and the Self ed altri lavori, analizza la complessa relazione tra azione e identità. Il processo decisionale, in cui l'uomo sviluppa un percorso fluido nell'ambito di una serie di scelte possibili, è il mezzo attraverso cui l’uomo si autodefinisce e afferma la propria identità: essendo egli essere ermeneutico, cioè auto-interpretante e auto-narrante, costruisce giorno dopo giorno un «vocabolario di valore» che colora con aggettivi qualitativi le possibilità di scelta e di azione. Perciò, nel processo di costruzione di scelte e identità si intrecciano valutazioni ex-ante e ricostruzioni ex-post, assimilabili a quelle attuate dall’interprete. Dalla coerenza di scelte e azioni e dai giudizi espressi su di esse tramite il vocabolario di valore emerge, in un costruirsi ermeneutico, un’identità che si presenta inscindibile dall’azione, e dunque dal corpo. Infatti, il corpo non è un oggetto o uno strumento dell’azione, ma è essenza stessa dell’azione, perché «io sono il mio corpo».

 

 

Su queste basi, parte del pensiero filosofico recente ha tentato di mostrare come l’identità dipenda dalla continuità del corpo e non possa essere intesa, come in passato, come sola coscienza. Così l’interprete costruisce l’identità a partire dalle azioni che, intese in senso lato come contrazione muscolare, sono dopotutto l’unico output del sistema nervoso centrale.

Quell’illusione – creata dalla società secondo Nietzsche e dall’interprete per Gazzaniga – che definiamo «identità» appare perciò non come la rassicurante struttura rigida e gerarchica che si immagina, bensì come un insieme fluido di azione e coscienza, che senza sosta si plasmano a vicenda.

 

 

Per saperne di più

A proposito del lavoro di Michael Gazzaniga si può ricordare La mente inventata. Le basi biologiche dell'identità e della coscienza (Milano, Guerini e associati, 1999). Chi volesse immergersi nel pensiero di Nietzsche può tuffarsi nel suo Al di là del bene e del male (Milano, Adelphi, 1977).

 

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