20 giugno 2018

Speranza nel passato. Su Walter Benjamin ed Erich Auerbach

di Leonardo Arigone

I critici letterari Erich Auerbach e Walter Benjamin nacquero nel 1892 nel quartiere berlinese di Charlottenburg da famiglie della alta borghesia ebraica. Nel 1921 i due collaborarono, insieme ad altri intellettuali ebrei come Ernst Bloch, Max Scheler e Max Brod, alla rivista Die Argonauten ; si incontrarono per la prima volta di persona probabilmente nella Biblioteca nazionale prussiana di Berlino, dove Auerbach lavorò come bibliotecario dal 1923 al 1929 mentre Benjamin raccoglieva il materiale per Il Dramma barocco tedesco . La loro amicizia fu improntata alla stima intellettuale reciproca, tanto che Benjamin lesse e citò nelle sue opere il lavoro di Auerbach su Dante poeta del mondo terreno , e Auerbach possedeva quasi tutti i libri pubblicati da Benjamin in vita. Con l’avvento del nazismo entrambi furono costretti all’esilio: errando per l’intera Europa Benjamin; a Istanbul prima e negli Stati Uniti poi Auerbach.

Grazie all’osservazione delle riforme di Kemal Atatürk, padre dei Turchi, Auerbach comprese pienamente la cifra del nazismo dominante in Europa. Il 3 gennaio 1937 Auerbach scrisse a Benjamin: «il risultato [della politica di Atatürk] è un nazionalismo fanaticamente ostile alla tradizione; un rifiuto dell’intera eredità culturale maomettana; la costruzione di un rapporto immaginario con un’identità originaria turca, e una modernizzazione tecnologica in senso europeo […]. Il risultato è un nazionalismo estremo, accompagnato dalla distruzione simultanea del carattere nazionale storico. Questo quadro, che in paesi come la Germania [...] non è visibile a tutti, qui appare in piena evidenza». Secondo Auerbach, quindi, il prezzo della modernità e del nazionalismo, in Turchia come in Germania, è la rimozione della memoria storica. La tremenda inautenticità della propaganda “sangue e suolo” portata avanti da Atatürk poggia sull’eliminazione delle radici islamiche ed ebraiche nella cultura turca e tedesca. Collegando l’hegeliana “astuzia della ragione” con il ricorso alla provvidenza tipico di Vico, Auerbach aggiunge: «l’attuale situazione internazionale non è altro che un’astuzia della provvidenza [ List der Vorsehung ] volta a portarci, attraverso un sentiero tortuoso e sanguinoso, verso un’internazionale di trivialità e un esperanto culturale». Il «sentiero tortuoso e sanguinoso» della cancellazione del passato, in cui è facile leggere un’anticipazione della Shoah, conduce all’«esperanto culturale» di una civiltà indifferenziata su scala globale. La neutralizzazione del passato, infatti, è funzionale al dominio nazista su un presente uniforme. Il livellamento culturale che Auerbach troverà negli Stati Uniti non è che il compimento dell’omogeneizzazione nazista del passato.

La stessa urgenza di conservare memoria del passato contro il fascismo sradicante pervade l’ultimo scritto di Benjamin, le tesi Sul concetto di storia del 1940. L’obiettivo dello scritto è formulare «una concezione della storia che eviti ogni complicità con quella a cui i politici continuano ad attenersi» (Tesi X). La concezione della storia che Benjamin combatte è la fantasmagoria di un progresso interminabile e incessante. La storia intesa come continuum trainato dallo sviluppo tecnico è uno strumento della classe dominante per annullare il passato. «La concezione di un progresso del genere umano nella storia è inseparabile da quella del processo della storia stessa come percorrente un tempo omogeneo e vuoto» (Tesi XIII). L’ideologia dei dominatori si lascia «scorrere fra le dita la successione dei fatti come un rosario» (Tesi XVIII). Al fine di imporsi, il dominio fascista deve liquefare retroattivamente la storia: «anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince. E questo nemico non ha smesso di vincere» (Tesi VI). Contro il progetto fascista di oblio di massa Benjamin scrive: «chiunque ha riportato fino ad oggi la vittoria partecipa al corteo trionfale in cui i dominatori di oggi passano sopra quelli che oggi giacciono a terra. La preda, come si è sempre usato, è trascinata nel trionfo. Essa è designata con l’espressione “patrimonio culturale”» (Tesi VII).

Per Benjamin, il punto di partenza della lotta contro il fascismo è il passato. «In ogni epoca bisogna cercare di strappare la tradizione al conformismo che è in procinto di sopraffarla» (Tesi VI). Se il fascismo appiattisce il passato sulla narrazione dominante, le tesi Sul concetto di storia devono «accendere nel passato la favilla della speranza» (Tesi VI). L’appello a un futuro utopico non può innescare la rivoluzione perché è ancora interno alla logica fascista del progresso; solo nel passato è consentito riporre speranze: «è noto che agli ebrei era vietato investigare il futuro. La Thorà e la preghiera li istruiscono invece nella memoria [ Eingedenken ]. Ciò li liberava dal fascino del futuro, a cui soggiacciono quelli che cercano informazioni presso gli indovini» (Tesi XVIII). La rivoluzione gravita verso il passato e non verso il futuro perché «l’odio e la volontà di sacrificio si alimentano all’immagine degli avi asserviti, e non all’ideale dei liberi nipoti» (Tesi XII).

Il passato su cui Benjamin fonda la rivoluzione non è il tempo omogeneo e vuoto dello storicismo, fossilizzato in archivi, monumenti e musei. Al contrario, è un passato vivacissimo e carico di tensione. La memoria smuove il passato e rende incompiuto ciò che era compiuto. Questo passato si protende verso il presente. «Il passato reca seco un indice temporale che lo rimanda alla redenzione. C’è un’intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra. Noi siamo stati attesi sulla terra» (Tesi II). Il continuum della storia come successione di momenti uniformi viene fatto saltare dal ripiegamento del passato sul presente. Il passato esige di essere ricordato disegnando una costellazione con il presente. «L’origine è la meta [ Ursprung ist das Ziel ]» suona l’aforisma di Karl Kraus in esergo alla Tesi XIV. «La Rivoluzione francese s’intendeva come una Roma ritornata. Essa richiamava l’antica Roma esattamente come la moda richiama in vita un costume d’altri tempi» (Tesi XIV). Il passato viene così ricordato e redento: «nulla di ciò che si è verificato va dato perduto per la storia. Certo, solo all’umanità redenta tocca interamente il suo passato. Vale a dire che solo per l’umanità redenta il passato è citabile in ognuno dei suoi momenti» (Tesi III). L’istante in cui il presente si riconosce nel passato è un «balzo di tigre [ Tigersprung ]» (Tesi XIV), che taglia il flusso lineare della storia. Nell’unione di passato e presente il continuum della storia si arresta: «al pensiero non appartiene solo il movimento di idee ma anche il loro arresto. Quando il pensiero si arresta di colpo in una costellazione [ Konstellation ] carica di tensioni, le impartisce un urto per cui esso si cristallizza in una monade» (Tesi XVII). Questo arresto del tempo è la chance rivoluzionaria nella lotta per il passato oppresso. Come Giosuè pregò perché il sole si fermasse, così i Rivoluzionari di luglio spararono contro gli orologi delle torri di Parigi.

Nel 1938 Auerbach pubblicò un breve articolo dal titolo Figura , che forse Benjamin lesse. La categoria di figura è analoga alle costellazioni benjaminiane. Figura, ovvero prefigurazione, infatti, è l’anticipazione nel passato di una persona o di un evento futuri. «L’interpretazione figurale stabilisce fra due fatti o persone un nesso in cui uno di essi non significa soltanto se stesso, ma significa anche l’altro, mentre l’altro comprende o adempie il primo» ( Figura , p. 209). Un esempio che Auerbach riporta è Catone storico come figura del Catone che Dante incontra ai piedi del Purgatorio: «la persona di Catone, quale uomo severo, giusto e pio, […] è conservata in tutta la sua forza storica e personale: […] resta Catone di Utica, l’uomo che Dante vedeva nella sua individuale personalità; ma dalla sua provvisorietà terrena […] egli è sollevato nella condizione dell’adempimento definitivo» (p. 220). In questo esempio, Auerbach tiene a sottolineare che la storicità del passato non viene annullata dalla sua attualizzazione. «La realtà storica di un personaggio non contraddice il suo significato più profondo, ma ne è la figura; la realtà storica non è abolita dal significato più profondo, ma ne è confermata e adempiuta» (p. 224). Allo stesso modo, in Benjamin la memoria redenta conserva «l’aria che abbiamo respirato, le persone a cui avremmo potuto rivolgerci, le donne che avrebbero potuto farci dono di sé» (Tesi II).

Al pari de Sul concetto di storia , letto in controluce, Figura è una forte dichiarazione politica contro l’antisemitismo. Il concetto di figura, infatti, si affermò storicamente tra i Padri della Chiesa come strumento per mantenere l’Antico Testamento nel canone: la Legge non doveva essere abolita perché prefigurava la venuta del Messia. «Con l’interpretazione figurale si rafforzò l’opposizione agli avversari che volevano mettere del tutto da parte l’Antico Testamento o darne soltanto un’interpretazione astrattamente allegorica […] In questa lotta contro quanti spregiavano o svuotavano l’Antico Testamento il metodo della profezia reale si dimostrò nuovamente efficace». (p. 207-8).

Sullo sfondo del rapporto tra Auerbach e Benjamin si staglia la figura di un altro ebreo perseguitato, Paolo di Tarso. «Circonciso l'ottavo giorno, della stirpe d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla Legge» (Fil. 3, 5), Paolo sa che il Messia non è venuto «per abolire la Legge e i profeti» (Mt. 5, 17). In modo da giustificare la dialettica tra Legge e Grazia, Paolo inventa il dispositivo della figura. La riflessione di Auerbach prende le mosse proprio dalla Lettera ai Romani , dove, per esprimere il legame tra Adamo e il Messia, Paolo definisce Adamo «figura del futuro [ týpos tou méllontos ]» (5, 14). «Dimenticando le cose che stanno dietro e avanzando verso quelle che stanno davanti» (Fil. 3, 13), Paolo insegna a Benjamin la collisione tra passato e futuro: «le estremità dei tempi stanno una di fronte all’altra» (1 Cor. 10, 11). L’istante in cui passato e presente stanno una di fronte all’altro è «il tempo favorevole [ kairós euprósdektos ], il giorno della salvezza» (2 Cor. 6, 2). Appare così che il taglio di Benjamin al continuum della storia non è che il kairòs paolino. Nel kairòs «tutte le cose sono ricapitolate in Cristo» (Ef. 1, 10); l’istante della rivoluzione «riassume in una grandiosa abbreviazione [ ungeheueren Abbreviatur ] la storia dell’intera umanità» (Tesi XVIII).

Fra il 1938 e il 1940 la barbarie fascista dilaga in Occidente. Dopo la vittoria in Spagna dei nazionalisti di Franco, la Francia viene invasa da Hitler, a cui nemmeno l’Unione Sovietica oppone resistenza. Le Leggi di Norimberga vengono esportate in tutto il Continente. Nell’istante del pericolo Benjamin e Auerbach, Argonauti esuli, si sono stretti in una costellazione con Paolo di Tarso, loro figura. La speranza è solo nel passato.

Per saperne di più

I testi da cui partire per approfondire i temi trattati sono ovviamente le tesi Sul concetto di storia e il saggio Figura (in E. Auerbach, Studi su Dante , Milano, Feltrinelli, 2005). Di aiuto alla comprensione sono G. Agamben, Il tempo che resta. Una commento alla Lettera ai Romani , Torino, Bollati Boringhieri, 2000, e M. Maggi, Walter Benjamin e Dante. Una costellazione nello spazio delle immagini , Roma, Donzelli, 2017. La versione italiana del carteggio tra Auerbach e Benjamin, invece, si trova in E. Fabietti, Erich Auerbach scrive a Walter Benjamin. Tracce di una corrispondenza , in «Moderna», XI, 2009, 1, pp. 65-74.

 

Immagine da Pixabay, distribuita con licenza CCO Creative Commons, Libera per usi commerciali - Attribuzione non richiesta

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0