28 maggio 2018

Il sistema hegeliano: un tentativo di pensare la concretezza

di Margherita Pandolfi

Una delle prime impressioni che associamo alla filosofia di Hegel è quella di una certa pesantezza e macchinosità, dovuta soprattutto alla sistematica ripetizione di triadi, cioè di concetti filosofici articolati in tre momenti, quel celeberrimo movimento tesi-antitesi-sintesi che caratterizza il suo pensiero e che tutti i manuali riportano. Se aggiungiamo a questo il linguaggio complesso e concettualmente molto denso caratteristico delle sue opere (cosa che rende praticamente proibitivo l'avvicinamento diretto ai suoi testi da parte di uno studente liceale o alle prime armi), si comprende il perché del diffuso pregiudizio secondo il quale Hegel sarebbe un filosofo astruso e antiquato, e la sistematicità del suo pensiero rappresenterebbe il retaggio di un modo di pensare vecchio e avulso dalla realtà. Questa concezione è diffusa anche nella filosofia posteriore, in maniera tanto radicale da poter affermare che l'intera filosofia contemporanea prenda come punto di partenza proprio il rifiuto di qualunque pretesa di sistematicità, pretesa che infatti dopo Hegel scomparirà quasi del tutto dalla storia del pensiero.

 

Potrebbe risultare quindi sorprendente il fatto che Hegel non usò mai i termini tesi-antitesi-sintesi per descrivere la sua logica dialettica. Egli la definiva inoltre come una logica concreta, una riproduzione della struttura stessa della realtà, capace di descrivere le cose come esse veramente sono; così come concreto era secondo lui quel suo linguaggio filosofico tanto complesso da portare un grande studioso hegeliano, Alexandre Koyré, ad affermare che nessun commentatore è in grado di spiegare parola per parola ciò che Hegel scrive. Del resto, lo stesso sistema non era inteso affatto da Hegel come una maniera libresca e antiquata di organizzare la scienza, ma come la forma che deve assumere qualunque conoscenza che si sforzi di aderire alla vera natura dei suoi oggetti. Capire quindi perché Hegel abbia deciso di strutturare la sua filosofia nel tanto dibattuto sistema significa capire quali esigenze e visioni profonde ci fossero alla base del suo pensiero, esigenze di concretezza, di aderenza alla realtà della nostra esperienza comune, di far uscire la filosofia dal vicolo cieco dell'intellettualismo e dell'autoreferenzialtà, che sembrano contraddire completamente le impressioni comunemente diffuse su questo pensatore. Queste istanze si intrecciano nel pensiero di Hegel in maniera complessa e organica e accompagnano come una trama profonda tutta la sua produzione filosofica, dagli anni giovanili all'ultimo testo che scrisse, la seconda tra le due prefazioni della Scienza della Logica. Cercherò in questo articolo di seguire questi fili intrecciati, utilizzando come riferimento ciò che Hegel scrive nella Prefazione della Fenomenologia dello Spirito, cercando di esaminare da vicino alcune questioni fondamentali della filosofia hegeliana e possibilmente di gettare una luce diversa sulle – spesso – poco apprezzate triadi del sistema.

In primo luogo può essere interessante notare che il pensiero di Hegel non nasce all'interno della filosofia, ma anzi da una radicale critica di essa. Scrive infatti Illetterati nel suo volume introduttivo intitolato Hegel:

Fino più o meno al 1800, cioè fino all'età di circa trent'anni, Hegel non solo non pensa il proprio impegno intellettuale come del tutto intrinseco alla filosofia, ma, ancora più radicalmente, considera la filosofia come una delle forme del sapere che, in quanto caratterizzata da una  peculiare unilateralità e astrattezza, è incapace di esprimere e comprendere la realtà nella sua complessità e interezza.

 

La filosofia di Hegel nasce infatti dall'istanza di comprendere e descrivere la realtà, intesa non come un mondo delle Idee sovrasensibile e puramente concettuale, ma come mondo concreto , quello della nostra esperienza quotidiana. Basti pensare che il primo titolo del suo capolavoro, la Fenomenologia dello Spirito (titolo che Hegel deciderà di cambiare solo all'ultimo momento, quando il testo era già in fase di stampa) era «Scienza dell'esperienza della coscienza», cioè una descrizione rigorosa del modo in cui avviene (questo è del resto anche il significato del termine “fenomenologia”) l'esperienza comune che tutti noi facciamo, tutti i giorni, del mondo che ci circonda. Dunque Hegel si propone di parlare dell'uomo e dei suoi bisogni quotidiani e concreti, e critica la filosofia del suo tempo proprio perché essa tende a cristallizzare la realtà e fossilizzarla in un universo astratto, nel senso etimologico di “separato e distaccato”: la filosofia è intellettualistica (e quindi astratta) nella misura in cui crea una separazione tra i concetti che essa costruisce e il mondo come noi lo esperiamo ogni giorno, cioè quando finisce per parlare di un altro mondo, proprio del solo pensiero e quindi avulso dalla realtà.

 

A questa istanza di fondo della produzione hegeliana si intreccia un'altra delle caratteristiche centrali della sua filosofia, quella della costante attenzione alla storia: la storia è infatti il teatro dell'azione dell'uomo sulla realtà e lo scenario che vede l'umanità in un certo senso appropriarsi del mondo, imprimervi la propria impronta e la propria forma. Hegel vive a cavallo tra XVIII e XIX secolo e assiste quindi in gioventù ad un evento epocale come la Rivoluzione Francese, la cui influenza è determinante sulla sua formazione intellettuale. Il filosofo riflette soprattutto sui limiti di tale fenomeno: se da una parte è vero che essa rappresenta la conquista della libertà e dell'eguaglianza, dall'altra tale libertà è affermata solo come diritto, come qualcosa che attiene all'individuo e consiste nel suo essere tutelato dagli abusi da parte di altri individui. La visione del mondo che la Rivoluzione francese esprime è quella di una radicale separazione tra i singoli cittadini, che non sono in grado di identificarsi in una realtà comune che superi i loro interessi singolari e privati. Essa è quindi l'apice di un processo che attraversa, secondo Hegel, tutta la modernità (soprattutto dal XVII secolo in poi), quello dell'emergere sul piano politico dell'individuo come singolo, isolato, con tutti i suoi tratti di egoismo e meschinità, che mette in secondo piano invece il momento unitario, quello del popolo e dello Stato come totalità. La modernità è quindi un'epoca di scissione e separazione, di rottura di una compattezza comunitaria che per Hegel era storicamente rappresentata dalla pòlis greca. Questa lacerazione, questo atomismo politico, è analogo a ciò che il pensiero intellettualistico produce nel momento in cui cristallizza le forme della realtà con l'astrazione. La “missione” del pensiero hegeliano, il modo in cui egli intende eliminare l'astrazione della filosofia a favore della concretezza, è proprio il superamento della scissione, in tutte le sue forme e manifestazioni. Essa deve essere superata sia sul piano filosofico (con la logica dialettica, che forzi i limiti di quella intellettualistica), sia sul piano politico, con la ricomposizione della molteplicità degli individui in uno Stato cui essi appartengano e in cui le loro differenze e singolarità non siano annullate, ma sublimate in un'unità che viva di esse.

 

Ma perché ciò che il pensiero filosofico tratta è un mondo astratto, che non esprime le cose come esse sono? Hegel pensa prevalentemente alla logica, sulla quale poggia ogni ragionamento compiuto e che quindi pervade passivamente ogni discorso filosofico. L'assioma di fondo di tale disciplina è il principio di non contraddizione, A=A; tuttavia, la realtà concreta che Hegel vuole descrivere è sempre mobile e mai staticamente uguale a se stessa, è un continuo divenire: io sono sempre io nei diversi giorni della mia vita, ma in nessuno di questi sono esattamente la stessa identica persona, perché vivo nuove esperienze, il mio corpo si modifica e così via. O ancora, un seme è tale solo perché può diventare una pianta e poi un frutto, solo perché si trasforma e diviene altro. Posso quindi davvero affermare io=io senza tradire, senza omettere qualcosa della realtà di cui parlo? La risposta del filosofo è che non è possibile, e anzi, la verità del reale, questa identità mobile delle cose con se stesse che la logica non può esprimere è proprio ciò che la filosofia, per come essa era stata praticata fino ad Hegel, non era in grado pensare. Occorreva dunque forzare i limiti del pensiero filosofico per rifondarlo su nuove basi, cioè su una nuova logica, quella dialettica, che descrivesse pienamente la realtà concreta del mondo. È così che nasce il famoso movimento triadico, tesi-antitesi-sintesi, che per Hegel non consiste di tre momenti così nettamente scanditi (ricordiamo che non usò mai questa formulazione), ma di un unico processo dove l'esistenza di ciascun momento implica anche quella di tutti gli altri. Infatti, ogni cosa non è e non può mai essere semplicemente se stessa, A=A, ma deve includere, già originariamente, per essere identificata come quella cosa, la sua negazione, qualcosa di diverso da essa, per configurarsi come unità reale e piena, concreta, un'identità che ritorna in sé arricchita di questa esperienza del negativo.

 

Per capire meglio questo concetto, possiamo fare riferimento alla prima triade della Scienza della Logica, con la quale Hegel apriva la versione definitiva del proprio sistema: la triade Essere-Nulla-Divenire. Ciò che la filosofia aveva fatto fino ad Hegel era asserire la verità, pensare ed esprimere una serie di nozioni su ciò che costituiva l'essere o l'essenza della realtà. Secondo la visione di Hegel, ciò che è solo asserito non ha nessun valore, è pienamente astratto perché pretende di identificare la realtà con una certa concezione ed esclude tutte le altre, riproducendo la logica dell'A=A. È per questo che l'Essere della prima triade si rivela immediatamente come il Nulla: dire “Essere”, pretendendo con questa nozione di dire una sola cosa ma porla come assoluta, cioè strutturata in modo da includere tutta la realtà, equivale a non dire nulla. Tale contenuto è impensabile e vuoto di qualunque significato concreto, e questo perché, se ci si ostina a volerlo vedere come unico e immobile, come totalità onnicomprensiva, esso non può contenere la molteplicità e il divenire caratteristici del reale. In altre parole, se A è soltanto A (come afferma chiaramente il principio logico), o si ammette che la realtà è una cosa sola (A), che è quindi costituita da un unico “blocco” immobile, fatto che la nostra esperienza smentisce chiaramente, oppure si deve rinunciare ad assolutizzare A e ad identificarlo con il tutto, e questo perché, se A è soltanto A, non sarà B, C, D e tutta una serie di alterità possibili al di fuori di A, cioè non potrà mai essere una vera totalità, almeno finché rimane ancorato al criterio dell'identità non contraddittoria con se stesso. Dunque, poiché il mondo è molteplice e in divenire, nessuna nozione o tesi filosofica potrà cogliere la sua totalità in una parola o in una nozione. Hegel fa in queste pagine l'esempio dell'Essere di Parmenide, emblematico in tal senso, poiché dire che «l'Essere è» e «nulla è fuori da esso» rappresenta uno sforzo di astrazione così radicale per il pensiero da non permettere di fatto di pensare nulla; chi di noi infatti, affrontando gli studi liceali, è riuscito davvero a capire che cosa avesse in mente Parmenide quando parlava dell'Essere? Esso è stabile, immobile, non ha parti, ma al contempo nulla è fuori di esso.

 

Che ne è quindi della realtà mobile che conosciamo? È non essere assoluto, impensabile e indicibile? Ecco l'impasse in cui cade la filosofia quando pretende di creare un “mondo della verità” con delle caratteristiche diverse da quelle della realtà quotidiana: svalutare la concretezza dell'esperienza, il mondo che è davanti ai nostri occhi, come in modo più o meno sottile hanno fatto tutti i filosofi che hanno preceduto Hegel. Essi, infatti, si solo limitati a presentare delle visioni del mondo diverse, le quali pretendevano di essere definitive, assolutizzabili, unica verità che avrebbe spazzato via tutte le visioni false presentate prima di esse. Per Hegel, invece, non è possibile dire qualcosa di concreto semplicemente affermando una certa visione del mondo che «come un colpo di pistola, cominci immediatamente dal sapere assoluto», come scrive nella Prefazione della Fenomenologia.

 

Finché si mantiene questo tipo di impostazione del pensiero, un'impostazione che potremmo definire radicalmente metafisica, tutto ciò che i filosofi diranno non potrà mai avere nulla a che fare con il mondo, e la storia della filosofia sarà solo di una sorta di elenco in cui diverse opinioni, prive di un filo conduttore comune, si susseguono, senza riuscire mai ad esaurire la realtà nel loro contenuto. Si tratta quindi di ribaltare i criteri tradizionali secondo i quali la metafisica greca identificava il vero essere: non più identità con se stesso, ma inclusione della sua negazione, sopportazione della contraddizione; non più immobilità e stabilità, ma divenire. Ciò è necessario perché non è l'identità con sé, bensì il divenire l'unica caratteristica davvero comune a tutta la realtà, anche se esso implica l'accettazione di una contraddizione, cioè che ogni cosa sia se stessa e immediatamente dopo sia diversa, sia altro.

Continua...

 

 

Image available on Pixabay - CC0 Creative Commons, libera per usi commerciali; attribuzione non richiesta.

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0