29 maggio 2018

Il sistema hegeliano: un tentativo di pensare la concretezza (parte seconda)

di Margherita Pandolfi

Abbiamo seguito il percorso della filosofia hegeliana attraverso le sue esigenze fondative, le critiche che essa muove all’impostazione del pensiero precedente e le sue obiezioni alla logica della non-contraddizione; si tratta ora di entrare nel vivo della soluzione che il filosofo propone, cui abbiamo già accennato poco fa: la dialettica ed il suo naturale sviluppo nell’articolazione della scienza filosofica, il sistema.

 

All’altezza del suo tempo, infatti, per Hegel il pensiero può finalmente esprimere la vera natura vitale del mondo, al prezzo (esorbitante per la storia della filosofia) di rinunciare a quell'identità che A=A esprimeva così nettamente. Scrive Hegel in un passo molto famoso della Prefazione della Fenomenologia:

Il boccio dispare nella fioritura, e si potrebbe dire che quello vien confutato da questa; similmente, nell'apparire del frutto, il fiore vien dichiarato una falsa esistenza della pianta, e il frutto subentra al posto del fiore come sua verità. […] la loro fluida natura ne fa momenti dell'unità organica, nella quale esse [le diverse determinazioni, cioè i momenti del processo complessivo] non solo non si respingono, ma anzi sono necessarie l'una non meno dell'altra; e questa eguale necessità costituisce la vita dell'intiero.

Il vero non è quindi un concetto singolo che viene posto, asserito, come unica e assoluta verità, ma è «unità organica» dei diversi momenti e delle diverse parti del vero stesso, ossia di tutte le configurazioni che la realtà assume nel suo incessante divenire, ognuna delle quali ha lo stesso valore di verità di tutte le altre ed è ugualmente necessaria rispetto all'unità complessiva. 

 

Arriviamo quindi finalmente alla forma del sistema: se Hegel, sempre nelle prime pagine della Fenomenologia, afferma che «la vera figura nella quale la verità esiste, è soltanto il sistema scientifico di essa», è perché l'unica unità che sia inclusiva di un divenire, di un processo in cui la verità si mostri, non può che essere un'unità sistematica dei vari momenti di questo processo, che li includa tutti e lasci emergere la loro reciproca necessità e persino nella loro contraddittorietà. Dunque una semplice formula o una serie di frasi descrittive non potrebbero rispecchiare l'organicità del vero hegeliano, come mostra l'esempio di Parmenide. Solo il sistema può mostrare il «progressivo sviluppo della verità» nella sua interezza: «il vero è l'intiero. Ma l'intiero è soltanto l'essenza che si completa mediante il suo sviluppo», scrive il filosofo sempre nella Fenomenologia. Il sistema è dunque la forma della conoscenza che risponde compiutamente all'esigenza hegeliana di concretezza, in quanto è in grado di dare luogo, afferma Illetterati, ad una «struttura della totalità che non rimanda a un'opposizione fuori di sé, ma che piuttosto la include ed è per questo unità concreta e non più astratta ed intellettualistica». 

 

Si capisce quindi ora in che senso si è detto nelle prime righe che il sistema non è solo una forma esteriore di organizzazione del sapere, formale ed indifferente rispetto al contenuto che deve esprimere: esso è piuttosto il susseguirsi dei momenti nei quali la verità si mostra e si costruisce realmente, è un lasciar parlare la realtà e lasciare che i suoi elementi si presentino da sé, è uno sguardo fenomenologico che non sovrappone nulla estrinsecamente alle cose stesse, ma permette che siano loro a mostrarsi (ricordiamo il significato del termine “fenomenologia” spiegato in precedenza). L'atteggiamento del sapere rispetto alla cosa, cioè al suo oggetto, deve essere quello di «obliarsi in essa» , «essere presso di essa e abbandonarsi in essa», sostiene ancora il filosofo di Stoccarda nell'opera che stiamo esaminando. 

 

È per questo motivo, ad esempio, che Hegel, sempre nella Fenomenologia, critica concezioni sistematiche della filosofia a lui contemporanee. Basti pensare alla famosissima disputa con Schelling, il cui Assoluto risulterebbe per il filosofo nella «notte nella quale, come si suol dire, tutte le vacche sono nere». In questa critica è contenuto un ultimo nodo centrale, con cui arriviamo a chiudere il cerchio del nostro discorso: ciò che Hegel contesta a Schelling, infatti, non è di aver prodotto un sistema filosofico dell'Assoluto, ma di aver travisato il senso della forma del sistema, intendendola come una «ripetizione dell'identico priva di qualsiasi figura». Schelling aveva infatti applicato indifferentemente a tutti i campi del sapere filosofico e scientifico un'unica chiave di lettura, quella della polarità intesa come opposizione dualistica positivo/negativo. Sebbene questa opposizione non sia a prima vista così distante da ciò che Hegel descrive nei tre momenti della sua dialettica, il modo in cui Schelling la applicava alla realtà era per il filosofo del tutto estraneo alla verità della cosa, un «unum atque idem […] soltanto estrinsecamente applicato», «tuffato dal di fuori» al contenuto che esprime, afferma in quelle stesse pagine. Questo modo di fare filosofia che «non faccia altro che adattare questa unica immota forma alla superficie dei dati disponibili», prosegue Hegel criticando l'ormai ex amico Schelling, apparentemente non dissimile dal monotono ripetersi delle triadi hegeliane, viene contestato proprio perché questa formula che viene applicata rimane «immota», cioè pretende anch'essa, come la filosofia intellettualistica precedente, di esaurire tutta la realtà in un'unica asserzione che non dà luogo ad uno sviluppo. Secondo Hegel, quindi, Schelling permane nel punto di vista di quella filosofia che pretendeva di formulare una visione del mondo definitiva e assolutizzarla. La dialettica è invece la vera struttura della realtà, e questo perché non si sovrappone ad essa dall'esterno, ma ne segue il movimento spontaneo senza pretendere di “ingabbiarla” in una formula o in una nozione. 

 

Come anche Koyré fa notare nello studio già menzionato, la grandezza della filosofia hegeliana sta nel suo essere un tentativo epocale: né il modo in cui Hegel presenta il suo sistema filosofico deve necessariamente essere inteso come l'unico possibile, né si è tenuti ad accettare il movimento triadico come soluzione della questione che viene posta nella critica a Schelling. È chiaro anzi che tale critica può essere accolta solo se si concorda sul fatto che la dialettica non sia qualcosa di estrinseco, ma che coincida con la natura della cosa stessa, e che quindi i tre momenti, sebbene ripetuti pressappoco identicamente per tutto il sistema, sarebbero “esentati” dall'accusa di «formalismo monocromatico» mossa a Schelling nella Fenomenologia. Tuttavia ciò non toglie l'enorme portata delle questioni che il suo pensiero ha posto; quello di Hegel è infatti il tentativo di cambiare le fondamenta stesse del modo in cui pensiamo. É il tentativo di superare una filosofia che sia solo una successione storica di opinioni che si confutano a vicenda senza essere mai definitive (come esse stesse auspicherebbero), e che secondo il filosofo sono invece tutte ugualmente portatrici di una stessa verità e parte dello sviluppo progressivo di uno stesso ed unico concetto, quello che Hegel chiama Spirito (la filosofia si risolve così nella storia della filosofia). È il tentativo di conferire quindi una scientificità alla filosofia, nonostante i suoi contenuti apparentemente contraddittori e quindi spesso svalutati come semplici “chiacchiere” rispetto alla fattualità coerente delle scienze empiriche (questa concezione è più comune adesso che non al tempo di Hegel, quando però si poteva già presagire una crisi che, non a caso, si manifesterà proprio a partire dall'abbandono della forma sistematica in filosofia). 

 

Questo grandioso tentativo è ciò che si trova nei manuali con le espressioni di «superamento della distinzione tra soggetto e oggetto, Sostanza e soggetto, pensiero ed essere» e che si traduce nel succo del discorso portato avanti fino ad ora: il concetto come pura autocoincidenza, priva di articolazione interna e di alterità, deve entrare in un movimento che lo arricchisca dell'alterità stessa e poi ritornare in sé non più come pura posizione, ma come unità concreta, veramente onnicomprensiva. In questo senso la sostanza (unità con sé) è soggetto (automovimento), e il pensiero (la forma del sapere, il sistema) coincide con l'essere (la struttura stessa delle cose, la dialettica), e ancora il soggetto conoscente coincide con l'oggetto (cessa di esservi una separazione intellettualistica tra le cose e la loro alterità). Se il suo linguaggio ci suona astruso e la sua dialettica un contorto avvitamento del pensiero, ci avrebbe detto Hegel, è perché millenni di filosofia ci hanno abituati a ragionare intellettualisticamente e sostituire la «morta astrazione» alla concretezza vitale della nostra esperienza. 

 

Per saperne di più

Per quanto riguarda la genesi del pensiero hegeliano e le tematiche qui trattate, il volume Hegel a cura di Paolo Giuspoli, Luca Illetterali e Gianluca Mendola, edito presso Carocci, in particolare pp. 17-65, offre una panoramica completa sul tema; il volume presenta anche una trattazione su tutte le altre opere del filosofo e può costituire un valido supporto manualistico allo studio. Un manuale adatto ad uno studio più approfondito del pensiero e dei testi hegeliani è anche Guida a Hegel, Laterza, a cura di Claudio Cesa.

Come primo approccio alla Fenomenologia ed alla sua Prefazione si consiglia La Fenomenologia dello spirito di Hegel, introduzione alla lettura di Franco Chiereghin, editore Carocci.

Per chi invece volesse cimentarsi nella lettura diretta del testo hegeliano, il più completo commentario alla Fenomenologia è Genesi e struttura della Fenomenologia dello Spirito di Jean Hyppolite. 

 

Image available on Pixabay - CC0 Creative Commons, libera per usi commerciali; attribuzione non richiesta.

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0