20 marzo 2017

Il grande elefante del Khorasan

di Fabio Tiddia

Nel Khorasan, fertile terra di mistici dove fiorirono grandi scuole e illustri sapienti la cui dottrina era ispirata al sufismo, c’è una città il cui nome stesso viene da uno di questi, il maestro sufi Shaykh Ahmad-e Jam. Nel suo racconto di viaggio (riḥla), Ibn Battuta (m. 1368-1369) descriveva Torbat-e Jam − letteralmente la "tomba di Jam" − come una bella città «ricca di giardini, piante, sorgenti e corsi d’acqua», con una notevole diffusione di alberi di gelso e dove dunque la seta abbondava. Fino all’avvento della dinastia dei Safavidi, che impose nel XVI secolo lo sciismo come religione di Stato, Torbat-e Jam restò di fatto il più importante sito di pellegrinaggio nell’Est dell’Iran. Situata a 40 chilometri dal confine afghano, si trova nella regione nord-orientale del Khorasan-e Razavi, e ancora oggi vi vivono particolarmente rispettati, gli eredi della sua famiglia.
Qui, nel piccolo villaggio di nome Maadabad, il santo e pio asceta Shihab al-Din Ahmad al-Jam, il quale era nato nel 440/1049 a Namaq, un villaggio vicino Torshiz, nel Khorasan, costruì una moschea del venerdì e un khānqāh, e, dopo che vi aveva trascorso parte della vita, il centro prese il suo nome. Discendente dal compagno (sahab) del Profeta Jarir ibn Abdullah Al-Bajali, ma dotato di una fisionomia chiaramente non araba, Ahmad fu un mistico e teologo di stampo conservatore-tradizionalista. Trascorse una giovinezza dissoluta, dedicata al bere e alla bella vita con un folto gruppo di amici. Ma un giorno, dopo essersi pentito, tutto il vino delle otri si fece dolce, trasmutandosi in succo d’uva. Fu in seguito a questo segno miracoloso che abbandonò a 22 anni il mondo, decidendo di darsi alla meditazione e alla preghiera nelle montagne di Namak e Bizad. Qui vi restò in solitudine ben 18 anni. Tornato a circa 40 anni per ordine di Dio nella società, iniziò una lunga carriera d’insegnamento che gli valse il titolo onorifico di Shaykh al-Islam. Sembra non avesse avuto un maestro visibile, reale, e che avesse ricevuto la sua iniziazione dal misterioso profeta immortale al-Khidr. Viene descritto dal suo biografo Sadid al-Din Muhammad Ghaznavi nelle Maqamāt come un devoto predicatore, irreprensibile nel combattere il peccato, gli ipocriti e ogni devianza dall’ortodossia rappresentata dal Corano e dalla sunna. La tradizione lo presenta anche come protagonista di numerosi miracoli che ne accrebbero la fama. Ahmad-e Jam possiede con le sue opere, – tutte scritte in persiano e di cui ci rimangono 7 titoli –, un posto rilevante nella storia della letteratura persiana. Fu pure un poeta e gli viene attribuito un dīvān (canzoniere), sebbene di dubbia autenticità, dove abbondano le espressioni estatiche.
Alla sua dipartita, nel 536/1141, Ahmad-e Jam fu sepolto attorniato dai discepoli a Maʻaddabad, in un luogo visitato in sogno da un amico. Sul sito un convento e una moschea verranno successivamente edificati dai discendenti e da illustri patroni. Il nucleo della struttura, la grande cupola a sud-ovest, fu costruito nel 1236 da un discendente di Ahmad b. Malekshah Sanjar (m. 552/1157-1158), sultano dell’impero selgiuchide che possedeva una particolare devozione, peraltro ricambiata, verso il mistico persiano, che sembra si operò per salvarlo dal “pericolo” rappresentato dagli Ismailiti. Il complesso è stato meta di pellegrinaggio fino ai giorni nostri, anche da parte di figure eccellenti quali lo “zoppo di ferro” Timur Lang (Tamerlano) e il re safavide Shah ‘Abbas I, “gran Monarca” al quale il Pellegrino Pietro Della Valle, ritornato dal suo viaggio orientale, dedicherà nel 1628 un trattato completo dal titolo Delle conditioni di Abbas re di Persia.
Sulla tomba di Ahmad-e Jam si trova oggi un’imponente pianta di pistacchio, cresciutavi sopra quasi per magia, e i cui rami rigogliosi la coprono interamente. Sedersi ai suoi piedi reca in dono la benedizione del suo grande ospite, che con il soprannome di Žandapil (l’elefante colossale) viene ancora oggi ricordato. Sembra a tratti di vedere i suoi profondi occhi blu, quando nel cielo s’ammira la cupola di turchese svettare serena. O di sentire l’eco dei suoi versi :

“L’Amore è uno specchio sul quale non c’è un filo di ruggine
Con gli stolti su questo argomento non v’è discussione.

Lo sai per chi è certo l’Amore?
La persona che non teme di avere un cattivo nome.”

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