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Il divieto di patti successori nella più recente giurisprudenza di merito

di Dario Farace

La giurisprudenza è chiamata anche assai di recente (seppure non con enorme frequenza, stando almeno a quanto emerge dalla lettura dei repertori) a pronunciarsi sul divieto di patti successori. Di questo divieto si afferma da tempo, e sempre più spesso, la mancata rispondenza alle moderne esigenze della società, tanto da far dire in dottrina che le pronunzie giurisprudenziali in materia «suscitano l’impressione che il divieto non sia molto sentito e che ormai, salvo qualche ipotesi eccezionale, resti largamente disapplicato» (così M.V. De Giorgi, voce Patto: VIII - Patto successorio, in Enc. dir., XXXII, Milano, 1982, 533) o, più di recente, che i «divieti oggi scritti nell’art. 458 cod. civ. […], per giudizio sempre più diffuso, appaiono all’osservatore contemporaneo come una maglia intollerabilmente stretta e ingiustificatamente limitativa del libero dispiegarsi dell’autonomia privata, come un obsoleto fattore di blocco frapposto al perseguimento di interessi sostanzialmente meritevoli di tutela» (così V. Roppo, Per una riforma del divieto dei patti successori, in Riv. dir. priv., 1997, 7). Un’indagine sulla più recente giurisprudenza di merito resa in materia di patti successori, come si vedrà subito infra, sembrerebbe in effetti confermare questa linea di tendenza.
Di fronte ad un negozio giuridico “sospetto” di essere qualificato come patto successorio, risulta tuttora seguito il solco di un risalente precedente della Corte di Cassazione (Cass., Sez. II civ., 22 luglio 1971, n. 2404, in Giust. civ., 1971, I, 1536 ss., con commento di G. Cassisa, In tema di collegamento tra negozi giuridici; più di recente, cfr. Cass., Sez. II civ., 16 febbraio 1995, n. 1683, in Giust. civ., 1995, I, 1501 s.), e, in particolare, si accerta, relativamente al negozio concretamente posto in essere dalle parti:
1) se il vincolo giuridico con esso creato abbia avuto la specifica finalità di costituire, modificare, trasmettere o estinguere diritti relativi ad una successione non ancora aperta;
2) se la cosa o i diritti formanti oggetto del negozio siano stati considerati dalle parti come entità della futura successione o debbano comunque essere compresi nella stessa;
3) se il promittente abbia inteso provvedere in tutto o in parte della propria successione, privandosi, così dello jus poenitendi;
4) se l’acquirente abbia contrattato o stipulato come avente diritto alla successione stessa;
5) se il convenuto trasferimento, dal promittente al promissario, avrebbe dovuto aver luogo mortis causa, ossia a titolo di eredità o di legato.
È ovvio che, se si riscontra che il negozio concretamente in esame non contrasta con il divieto di patti successori, esso può considerarsi, almeno sotto questo profilo, perfettamente valido; occorre tuttavia cercare di capire in che modo i giudici si pongano davanti a questa causa di nullità e se effettivamente vi sia una tendenza volta a limitarne l’ambito di applicazione.   
È stato affermato che non costituisce patto successorio vietato il comune intento da parte dei genitori che, senza ricevere alcun personale vantaggio, concordino un riparto dei loro beni tra i figli in maniera tale da assicurare la parità di trattamento degli stessi, mediante un accordo non vincolante (in tal senso Trib. Napoli, Sez. VI civ., 30 giugno 2009, reperibile nella banca dati DeJure Giuffrè). Secondo questa pronuncia, «accanto alle più recenti scelte normative (si pensi all’introduzione dell’art. 768 bis e ss. c.c., in tema di patto di famiglia)», anche la giurisprudenza avrebbe rivisto il proprio atteggiamento «di rigore» nei confronti delle potenziali fattispecie di patto successorio, per cui «anche in tale prospettiva evolutiva nell’interpretazione dell’art. 458 c.c.», e «ribadita la non vincolatività delle intese intercorse in vita tra il de cuius e la moglie», non è possibile riscontrare nel caso di specie gli estremi della nullità per violazione del divieto dei patti successori istitutivi.
Esclude la ricorrenza di un patto successorio anche Trib. Torino, Sez. II civ., 26 febbraio 2009 (reperibile nella banca dati DeJure Giuffrè), che ritiene non provato un patto di accrescimento che sarebbe stato stipulato da due conviventi more uxorio. Ferma restando la nullità dell’accordo di accrescimento a favore del superstite della quota di proprietà del premorto – che integra una vera e propria donazione mortis causa – per contrasto con l’art. 458 c.c., il giudicante non ritiene tuttavia che, nel caso posto alla sua cognizione, le parti abbiano stipulato una convenzione di questo tipo.
Trib. Biella, 27 novembre 2007 (in www.ilcaso.it), dichiara invece, in materia di società di persone, la nullità di una clausola che dispone che in caso di decesso di un socio gli eredi abbiano diritto alla liquidazione della quota al valore nominale. Una tale clausola, statuisce il giudicante, «si sostanzia in un accordo reciproco tra soci sull’ammontare del valore da attribuire in sede di liquidazione della quota agli eredi in caso di morte di ciascuno dei soci». In questo modo «i soci limitano reciprocamente la loro libertà testamentaria, perché dispongono del valore della loro quota – bene che cade in successione – per il tempo della loro morte, attribuendo agli eredi una quota fissa e lasciando alla società quanto resta». Tale accordo avrebbe quindi «tutti i requisiti di un patto successorio istitutivo».
Trib. Terni, 13 settembre 2007, n. 712 (in Corr. merito, 2008, 307 ss., con nota di G. Vecchio, Due testamenti uguali, reciproci, redatti in simultanea sul medesimo foglio, non integrano il divieto ex art. 589 c.c.) si occupa del caso di due coniugi che avevano redatto i loro testamenti olografi sulla stessa pagina di un foglio uso bollo, rispettivamente tra la prima e la quindicesima riga e tra la quindicesima e la ventottesima. I testamenti hanno identico contenuto (i coniugi si istituivano reciprocamente eredi universali) e stessa data; secondo il giudicante, si sarebbe trattato di due negozi testamentari autonomi e distinti (e quindi non in violazione dell’art. 589 c.c.); la loro identità, contestualità e reciprocità non avrebbe comunque consentito, «in mancanza di prove specifiche idonee», di concludere che gli stessi fossero stati redatti in esecuzione di un preciso vincolo giuridico. Sono pertanto condivisibili le perplessità dell’annotatore di fronte alla pronuncia in esame, ed appare forse sintomatico, ai nostri fini, che il caso presenti qualche elemento di somiglianza con un precedente del 1998 (cfr. Trib. Milano, 2 novembre 1998, in Giur. merito, 2000, I, 596 s., con nota di F. Scodellari, Sul punto se due distinti testamenti, uguali, contestuali e corrispettivi, implichino un patto successorio ex art. 458 c.c. o comunque equivalgano ad un testamento collettivo ex art. 589 c.c.: la ratio del divieto ex art. 589 c.c. ed il concetto di patto successorio istitutivo), ove però il giudicante aveva affermato che «quando due testamenti sono contenuti in un medesimo atto o quando le disposizioni sono reciproche, è da presumersi che i testatori si siano accordati», ed aveva dichiarato la nullità del testamento in esame, che avrebbe costituito «un solo testamento collettivo vietato ai sensi degli art. 589 e 458 c.c.». 
Questa breve rassegna delle più recenti sentenze di merito in materia di patti successori sembrerebbe così confermare l’assunto di partenza, vale a dire una certa tendenza giurisprudenziale a ridurre in concreto la portata di applicazione del divieto in esame. Rimane, naturalmente, aperta la questione se detta tendenza sia da approvare o se la «prospettiva evolutiva» accennata supra sia invece da ridimensionare, posto che il legislatore ha sinora mantenuto il divieto di patti successori nel nostro ordinamento.

Pubblicato il  25/01/2010


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