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Danno esistenziale - tipicità del danno non patrimoniale - danno contrattuale non patrimoniale: un importante "arresto" delle Sezioni Unite.

di Brunetto Carpino e Arianna Scacchi

Con la recente sentenza n. 26972 dell’11.11.2008 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, nel rispondere agli otto quesiti contenuti nell’ordinanza di remissione del 25 febbraio 2008, dopo circa un decennio di dibattiti dottrinali e di pronunce giurisprudenziali contrastanti, sanciscono la fine del cd. danno esistenziale, stabilendo espressamente che di esso “come autonoma categoria di danno non è più dato discorrere”.
In realtà, la pronuncia delle Sezioni Unite va oltre le attese, in quanto, nel respingere l’ammissibilità del cd. danno esistenziale, opera  una generale ricognizione in materia di “danno non patrimoniale”, considerato quale danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona umana, non connotati da rilevanza economica e riconosciuto come categoria unitaria, capace di riassumere in sé le “figure descrittive del danno morale, del danno biologico e del danno esistenziale”, da considerarsi quali tipi diversi di “pregiudizio” (o “voci”) di uno stesso danno, di cui il giudice deve, comunque, tener conto nella liquidazione dello stesso.
Circa il contenuto di tali “pregiudizi” si chiarisce che per “danno morale soggettivo” deve intendersi il pregiudizio costituito dalla sofferenza psichica, non necessariamente transeunte, come ritenuto in passato, ma proiettata anche nel futuro; mentre in merito al pregiudizio (o danno) biologico, pur ribadendosi sostanzialmente la precedente elaborazione dottrinale e giurisprudenziale, si aggiunge che la prova dell’avvenuta lesione dell’integrità psico-fisica, può anche prescindere dall’accertamento medico-legale, potendo il giudice ritenere sufficienti altre  prove, ivi comprese quelle presuntive.
Come già ricordato, non è, invece, ritenuta ammissibile nel nostro ordinamento la configurabilità di un autonomo “danno esistenziale”, inteso quale perdita del fare aredditutale, che ove causata da un fatto illecito lesivo di un diritto della persona costituzionalmente garantito, rientra nell’ambito del danno non patrimoniale, risarcibile alle condizioni e nei limiti di cui all’ art. 2059 c.c.
In particolare, interpretando il dettato normativo di cui all’art. 2059 c.c., che consente il risarcimento del danno non patrimoniale “solo nei casi determinati dalla legge”, le Sezioni Unite stabiliscono che ai fini della risarcibilita’ dello stesso, si rende necessario un fondamento di diritto positivo, costituito o dall’espressa previsione legislativa del risarcimento o dalla tutela costituzionale di un diritto inviolabile della persona. 
Al di fuori dei casi specificatamente previsti dalla legge (quali ad es. l’art. 2, comma 1, l. 13 aprile 1988, n. 117, in tema di illegittima detenzione causata da colpa grave, dolo o diniego di giustizia di un magistrato; l’art. 89 c.p.c., in tema di espressioni sconvenienti contenute negli scritti difensivi dell’avvocato; l’art. 15, comma 2, d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, in tema di danno da lesione della privacy per trattamento scorretto dei dati personali; l’art. 185, comma 2, c.p.), la tutela risarcitoria è estesa, pertanto, ai casi di danno non patrimoniale prodotto dalla lesione di diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione (quali l’art. 32 Cost., in tema di diritto alla salute; gli artt. 2,29 e 30 Cost., in tema di diritti inviolabili della famiglia; gli artt. 2 e 3 in tema di diritti inviolabili della persona quali il diritto alla reputazione, all'immagine, al nome, alla riservatezza; gli arrt. 1, 2, 4e 35 in tema di diritti inviolabili del lavoratore).
La presenza del rinvio da parte dell’art. 2059 c.c. ai “casi determinati dalla legge” - da intendersi secondo l’accezione sopra richiamata - consentirebbe, quindi, a giudizio della Suprema Corte di ricostruire il danno non patrimoniale in termini di danno tipico, a differenza del danno patrimoniale di cui all’art. 2043 c.c. che  resta atipico.
Ma, forse, l’affermata “tipicità”, che contraddistinguerebbe il danno non patrimoniale, viene ad essere in parte smentita dalla successiva affermazione, contenuta nella stessa sentenza, secondo la quale al di fuori di tali casi, è comunque possibile ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale,  qualora “sia accertata la lesione di un diritto inviolabile della persona” tale da dar luogo ad “ un’ ingiustizia costituzionalmente qualificata”.
Ciò significa in ultima analisi che, in virtù dell’apertura offerta dall’art. 2 delle Costituzione, spetta al giudice procedere  all’individuazione di ulteriori interessi emersi nella realtà sociale in un determinato momento storico, purché si tratti di interessi non genericamente rilevanti per l’ordinamento ma di rango costituzionale e attinenti  a posizioni inviolabili della persona umana d’altra parte, il tentativo di costruire il danno non patrimoniale come categoria unitaria ed omogenea, non sembra destinato ad incontrare consensi, anche all’interno della stessa giurisprudenza.
Un ulteriore requisito ritenuto indispensabile ai fini della risarcibilità dei danni non patrimoniali alla persona, viene individuato nella “gravità dell'offesa”, consistente nel fatto che la lesione deve eccedere una certa soglia di offensività, rendendo il pregiudizio tanto serio da essere meritevole di tutela in un sistema che impone un grado minimo di tolleranza.
Conseguentemente deve escludersi la risarcibilità dei cc.dd. “danni bagatellari” ossia di quei danni futili od irrisori, tali  da doversi accettare in un determinato contesto sociale in virtù del dovere di  tolleranza che la convivenza impone (art. 2 Cost.).
Anche l’individuazione di tale secondo requisito è rimessa al giudice, il quale dovrà procedervi secondo il vago parametro costituito dalla coscienza sociale in un determinato momento storico.
Alla luce dell’affermato principio della necessaria tutela risarcitoria riconosciuta dall’ordinamento in tutti i casi di lesione di un diritto inviolabile della persona, la sentenza delle Sezioni Unite affronta e risolve positivamente anche la questione concernente la risarcibilità del danno non patrimoniale da inadempimento, da  molti ritenuta  inammissibile, data la mancanza, nella disciplina della responsabilità cosiddetta contrattuale, di una norma analoga all’art. 2059 c.c., dettato in materia di fatti illeciti.
In particolare, a giudizio della Corte “una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c. consente di affermare che anche nella materia della responsabilità contrattuale è dato il risarcimento dei danni non patrimoniali.” Dal principio del necessario riconoscimento, per i diritti inviolabili della persona, della minima tutela costituita dal risarcimento, consegue che la lesione dei diritti inviolabili della persona che abbia determinato un danno non patrimoniale comporta l’obbligo di risarcire tale danno, quale che sia la fonte della responsabilità, contrattuale o extracontrattuale.
A sostegno della riconosciuta risarcibilità del danno non patrimoniale derivante da inadempimento contrattuale le Sezioni Unite pongono il condivisibile  richiamo all’art. 1174 c.c., secondo cui la prestazione oggetto dell’obbligazione deve essere suscettibile di valutazione economica e deve corrispondere ad un “interesse, anche non patrimoniale”, del creditore.
Il corretto richiamo all’art.1174 c.c., consente, pertanto, di prescindere dalla collocazione sistematica dell’art. 2059 c.c., da ritenersi, altresì, inutile, alla luce dell’onnicomprensività dell’art. 1223 c.c., che consente la risarcibilità, anche con riferimento al danno non patrimoniale, sia della perdita subita, quanto della mancata utilità.
La sentenza chiarisce, inoltre, che l’individuazione, in relazione alla specifica ipotesi contrattuale, degli interessi compresi nell'area del contratto che, oltre a quelli a contenuto patrimoniale, presentino carattere non patrimoniale, va condotta accertando la causa concreta del negozio, da intendersi come sintesi degli interessi reali che il contratto stesso è diretto a realizzare, al di là del modello, anche tipico, adoperato.
Deve, infine, evidenziarsi che dalla riconosciuta risarcibilità del danno non patrimoniale derivante da inadempimento contrattuale - e pertanto, anche al di là dei casi di responsabilità da “contatto sociale” originariamente individuati dalla giurisprudenza con argomentazioni non del tutto condivisibili e richiamati dalle Sezioni Unite - ne deriva quale ulteriore e condivisibile conseguenza il fatto che se l'inadempimento dell'obbligazione determina, oltre alla violazione degli obblighi di rilevanza economica assunti con il contratto, anche la lesione di un diritto inviolabile della persona del creditore, la tutela risarcitoria del danno non patrimoniale potrà essere fatta valere con la stessa azione di responsabilità contrattuale, senza necessariamente dover ricorrere all'espediente del cumulo di azioni.
Ed è forse questa la più importante innovazione apportata dalla recente sentenza delle Sezioni Unite in quanto consente di attribuire un più ampio significato sia  all’art. 1218 c.c. - nella parte in cui dispone che il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, da riferirsi non soltanto al danno patrimoniale, ma altresì, al danno non patrimoniale, qualora l’inadempimento abbia determinato lesione di diritti inviolabili della persona- sia all’art. 1223 c.c, secondo cui il risarcimento del danno per l’inadempimento o per il ritardo deve comprendere così la perdita subita dal creditore come il mancato guadagno, in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta, riconducendo tra le perdite e le mancate utilità anche i pregiudizi non patrimoniali determinati dalla lesione dei menzionati diritti.
Con l’ulteriore precisazione che, anche al danno non patrimoniale, risulta applicabile l’art. 1225 c.c., mentre il rango costituzionale dei diritti suscettivi di lesione rende nulli i patti di esonero o limitazione della responsabilità, ai sensi dell’art. 1229, comma 2, c.c..
A tal riguardo, preme porre in luce che - contrariamente a quanto ritenuto da coloro che hanno ravvisato nella riconducibilità del danno non patrimoniale da inadempimento nell’ambito della responsabilità c.d. contrattuale e dalla conseguente applicazione dell’art. 1225 c.c., riferibile tra l’altro alla sola ipotesi in cui il creditore abbia agito con dolo, una riduzione quantitativa del danno risarcibile - la norma in questione è genericamente inserita nell’ambito di quelle  che regolano l’inadempimento delle obbligazioni, la cui fonte ai sensi dell’art. 1173 c.c. può essere non soltanto  il contratto, ma anche un fatto illecito o qualsiasi altro fatto idoneo a produrle in conformità dell’ordinamento giuridico.  
Per quanto attiene la liquidazione del danno non patrimoniale la Corte, nello stabilire che esso va risarcito integralmente, precisa, altresì, che non sono consentite duplicazioni, in base al presupposto che tutte le figure di danno non patrimoniale indicano pregiudizi appartenenti al medesimo tipo. Ne consegue che in caso di lesioni della persona: (a) è sbagliata la prassi di liquidare sia il danno morale sia quello biologico; (b) è pure sbagliata la prassi di liquidare nel caso di morte di un familiare sia il danno morale, sia quello da perdita del rapporto parentale.
In base all’ulteriore e corretta argomentazione in base alla quale il danno non patrimoniale non è un danno in re ipsa (c.d. danno evento), ma è pur sempre un c.d. danno conseguenza, la pronuncia chiarisce, altresì, che  le circostanze di fatto dalle quali deriva il pregiudizio subito devono essere allegate dalla parte interessata. In particolare il danno non patrimoniale, una volta allegate le circostanze di fatto da cui deriva, può essere provato nelle forme consuete, anche mediante  presunzioni semplici, fermo restando la possibilità di fondare la decisione sulle nozioni di fatto rientranti nella comune esperienza.
Il problema della quantificazione dei danni non viene, però, esaminato esaustivamente dalla Suprema Corte in quanto, premessa l’applicabilità dell’art. 1226 c.c., non si chiarisce se sia corretto utilizzare, seppur a livello orientativo, le cc.dd. tabelle del danno biologico, anche nei casi in cui siano lesi beni diversi dalla salute, ovvero debba farsi riferimento alla liquidazione in via equitativa.
Un ultimo aspetto affrontato dalla sentenza, e non risolto completamente,  concerne la complessa tematica del cd. danno tanatologico.
In particolare, le Sezioni Unite non rispondono esplicitamente al quesito concernete la risarcibilità o meno del danno da morte immediata, ma citano come vigente il costante orientamento di legittimità che nega il risarcimento del danno biologico per la perdita della vita nel caso di morte immediata o intervenuta a breve distanza dall’evento lesivo, e lo ammette, invece, per la perdita della salute se il soggetto è rimasto in vita per un tempo apprezzabile.
Tuttavia consapevole del fatto che un siffatto indirizzo giurisprudenziale è stato più volte criticato in quanto arriva alla soluzione paradossale ed incostituzionale per cui si punisce  più gravemente la lesione aggravata dalla morte rispetto alla c.d. morte immediata e diretta, la Cassazione afferma che “il giudice potrà correttamente riconoscere e liquidare il solo danno morale ( e non anche il danno biologico), a ristoro della sofferenza psichica provata dalla vittima di lesioni fisiche, alle quali sia seguita dopo breve tempo la morte, che sia rimasta lucida durante l'agonia in consapevole attesa della fine”, richiamandosi, in tal modo, a quell’isolata sentenza di legittimità (Cass. 2 aprile 2001 n. 4783) che ha riconosciuto la risarcibilità del cd. danno esistenziale da sofferenza catastrofica, non suscettibile di degenerare in danno biologico, ma risarcibile come danno morale, nella sua nuova più ampia eccezione.
La soluzione prospettata in materia di danno tanatologico dalle Sezioni Unite  non appare, però, esaustiva, in quanto seppur è vero che risarcendo il danno morale, trasferibile agli eredi iure successionis, nel caso in cui la vittima muoia immediatamente ovvero dopo pochissimo tempo dalla lesione, si pone fine, in questi casi, ad un vuoto di tutela del danno non patrimoniale, tale problema continua, tuttavia, a sussistere relativamente ai restanti casi in cui il de cuius non fosse cosciente poco prima di morire. 


Pubblicato il 10/07/2009


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