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Brevi note al d. d. l. 1611 in tema di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali

di Antonello Ciervo

L'A. S. n. 1611, recante "Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali. Modifica della disciplina in materia di astensione del giudice e degli atti di indagine. Integrazione della disciplina sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche" - già A. C. 1415 e abbinati, approvato dalla Camera dei deputati nel 2009 - è stato oggetto di ulteriori modifiche al Senato lo scorso 10 giugno.
 
L’obiettivo di questo breve scritto è quello di approfondire alcuni aspetti del disegno di legge nella sua attuale formulazione: in particolare, la nostra analisi si soffermerà su quei commi che vanno a modificare l’iter di formazione delle intercettazioni e che prevedono una serie di limitazioni stringenti alla diffusione dei loro contenuti, soprattutto a mezzo stampa.
 
I commi che vanno dal 4 al 7 sono finalizzati a modificare gli articoli 114 e 115 del c. p. p., relativi al divieto di pubblicazione degli atti di indagine. Il comma 4 del disegno di legge apporta modifiche sostanziali all’art. 114 c. p. p., vietando la pubblicazione, in qualsiasi modo e mezzo, degli atti coperti dal segreto istruttorio, mentre per quanto riguarda gli atti non più coperti da tale segreto, la loro pubblicazione è vietata fino al termine delle indagini preliminari ovvero fino alla conclusione dell’udienza preliminare. Il suddetto comma, inoltre, stabilisce che, in ogni caso, anche se non più coperti dal segreto istruttorio, tali atti potranno essere pubblicati soltanto sotto forma di riassunto.
 
Il quinto comma del d. d. l., nell’introdurre all’art. 114 c. p. p. i commi 2-bis e 2-ter, prevede un divieto assoluto di pubblicazione, sino alla fine delle indagini preliminari ovvero dell’udienza preliminare, di tutta la documentazione e di tutti gli atti relativi a conversazioni, anche telefoniche, o a flussi di comunicazioni informatiche o telematiche, oltre che dei dati riguardanti il traffico telefonico e telematico.
 
Il comma 6 del disegno di legge, invece, introduce il comma 6-ter all’articolo 114 c. p. p., stabilendo il divieto di pubblicazione dei nomi e delle immagini dei magistrati del procedimento, a meno che la rappresentazione degli eventi non possa in alcun modo essere separata dal’immagine del magistrato medesimo, al fine di garantire l’esercizio del diritto di cronaca.
Il comma 7 prevede un divieto assoluto di pubblicazione delle intercettazioni di cui è stata ordinata la distruzione, oltre che delle intercettazioni espunte perché riguardanti persone estranee alle indagini: in questo caso, il divieto assoluto di pubblicazione riguarderebbe anche la fase successiva alla chiusura delle indagini preliminari ovvero dell’udienza preliminare.
 
Di grande interesse è il nono comma del d. d. l. il quale, nel modificare l’articolo 266 c. p. p., stila un elenco tassativo di tutti quei reati per i quali saranno consentite le intercettazioni: in realtà, a ben vedere, il testo non modifica affatto l’elenco attualmente vigente, ma si limita soltanto ad estendere l’attuale regime, previsto esclusivamente per le intercettazioni, sia all’acquisizione dei tabulati telefonici, sia alle c. d. “intercettazioni di immagini” mediante riprese audiovisive.
 
Se il testo rimanesse inalterato nella sua formulazione attuale, saremmo di fronte ad una disposizione palesemente incostituzionale, poiché una giurisprudenza ormai risalente della Consulta ha affermato a chiare lettere che “… la particolare disciplina predisposta dagli artt. 266 - 271 c. p. p. sulle intercettazioni di conversazioni o di comunicazioni telefoniche si applica soltanto a quelle tecniche che consentono di apprendere, nel momento stesso in cui viene espresso, il contenuto di una conversazione o di una comunicazione, contenuto che, per le modalità con le quali si svolge, sarebbe altrimenti inaccessibile a quanti non siano parti della comunicazione medesima” (così la sentenza n. 81 del 1993, ma si veda al riguardo anche la n. 281 del 1998).
 
Il comma 10 del d. d. l. prevede, invece, un’incisiva modifica dell’attuale articolo 267 c. p. p. il quale fissa l’intero iter processuale di formazione delle intercettazioni. Innanzitutto la richiesta del PM deve sempre essere oggetto di valutazione positiva da parte del Procuratore della Repubblica ovvero del magistrato appositamente delegato, mentre l’autorizzazione a procedere con le intercettazioni, oggi in capo al GIP, sarà deliberata dal Tribunale del capoluogo del Distretto nel cui ambito ha sede il giudice competente, in composizione collegiale.

Il decreto di autorizzazione, inoltre, dovrà essere motivato “contestualmente” alla richiesta e non potrà essere successivamente modificabile, mentre i presupposti per poter iniziare le intercettazioni dovranno essere i seguenti:
a)         la sussistenza di gravi indizi di reato (il testo approvato alla Camera prevedeva, invece, la sussistenza di evidenti indizi di colpevolezza);
b)        l’assoluta indispensabilità dell’intercettazione ai fini della prosecuzione delle indagini.

Con il maxiemendamento votato dal Senato, sembra essere venuto meno un ulteriore presupposto che era stato introdotto nel dibattito alla Camera e cioè la sussistenza di specifiche ed inderogabili esigenze relative ai fatti per i quali si procede, indipendentemente da valutazioni autonome del giudice.
In ogni caso, si è stabilito che nel decreto con cui si autorizzano le operazioni di intercettazione, il Tribunale deve, con autonoma valutazione, dare conto della concreta sussistenza dei presupposti i quali devono essere espressamente ed analiticamente indicati.
 
La durata delle intercettazioni
 
Anche sotto il profilo della durata, il d. d. l. prevede un cambiamento radicale: è previsto, infatti, che le operazioni di intercettazione durino un massimo di 30 giorni non continuativi, prorogabili per ulteriori 15 giorni. Un’ulteriore proroga, sempre di 15 giorni, è prevista qualora dalle intercettazioni medesime emergano nuovi elementi di reato; inoltre, se da specifici atti di indagine emerge l’esigenza di impedire che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, ovvero che siano commessi altri reati, il PM può richiedere nuovamente una proroga delle operazioni, sempre per un periodo di tempo non superiore a 15 giorni.
E’ altresì prevista una proroga reiterabile, della durata massima di tre giorni, nel caso in cui emerga dalle indagini che le operazioni di intercettazione possano consentire l’acquisizione di elementi fondamentali per l’accertamento del reato di cui si procede.
 
Discorso diverso vale per i delitti di particolare allarme sociale, previsti all’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater c. p. p.: in questi casi, è necessario che sussistano soltanto sufficienti indizi di reato (nel testo votato dalla Camera si parlava invece di “gravi indizi”) e le intercettazioni potranno durare 40 giorni, prorogabili con decreto per successive serie di 20 giorni, purché permangano i presupposti giuridici, mentre non si rilevano limitazioni specifiche con riferimento alle intercettazioni ambientali.
 
Il comma 11 del disegno di legge, invece, apporta modifiche consistenti anche all’articolo 268 c. p. p., relativo all’esecuzione delle operazioni di intercettazione: pur stabilendo un maggiore rigore per quanto concerne la redazione dei verbali di registrazione, la novella prevede che tutte le operazioni siano svolte a livello distrettuale, sia per quanto riguarda la fase di registrazione, sia per quanto riguarda la fase di ascolto. E’ previsto, inoltre, che il tempo entro il quale i verbali e le relative registrazioni dovranno essere depositati in segreteria, insieme e contestualmente ai decreti che hanno disposto e/o prorogato le intercettazioni, non possa essere inferiore a cinque giorni dalla loro conclusione. Prima del suddetto deposito è vietato ogni tipo di stralcio, operazione questa che dovrà essere svolta nel corso di una specifica udienza in camera di consiglio, dinanzi al Tribunale e alla presenza delle parti.
 
Il comma 26 del d. d. l., infine, apporta numerose modifiche al Codice penale, in particolare all’articolo 379-bis: in tema di rivelazioni di segreti che riguardano un procedimento pendente, è previsto un aumento della pena della reclusione da 1 a 6 anni (attualmente è fino a 1 anno, il testo approvato dalla Camera prevedeva, invece, una pena massima di 5 anni) se l’azione viene commessa a titolo doloso, fino a un anno se è stata commessa a titolo colposo. Il disegno di legge, inoltre, modifica l’articolo 614 c. p., sostituendo l’espressione “luogo di privata dimora” con “luogo privato”, estendendo così l’ambito applicativo della fattispecie e restringendo, indirettamente, il campo di applicazione delle intercettazioni ambientali.

Modificando l’articolo 617 c. p., il d. d. l. introduce la pena della reclusione da 6 mesi a 3 anni, per tutti coloro che pubblicano intercettazioni di cui è stata ordinata la distruzione, lo stralcio o che comunque riguardano persone terze, estranee alle indagini (il testo della Camera prevedeva una reclusione da 1 a 3 anni).
 
Di particolare interesse ci sembra, inoltre, la modifica dell’articolo 684 c. p., per quanto concerne la pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento pendente: il disegno di legge al riguardo prevede un inasprimento della sanzione pecuniaria che passa dagli attuali 258 euro, a ben 5.000 euro. E’ altresì prevista l’introduzione di un’aggravante, nel caso in cui vengano pubblicati i contenuti specifici delle intercettazioni: l’ammenda comminabile, in questo caso, potrà andare da un minimo di 2.000 ad un massimo di 10.000 euro.
 
Elementi migliorativi e limitazioni
 
A conclusione di questa sintetica carrellata sul d. d. l. n. 1611, riteniamo di poter affermare che se l’obiettivo del legislatore è quello di garantire il diritto alla privacy delle persone sottoposte a un procedimento penale,tale diritto sarà ampiamente garantito, ma in maniera assolutamente irragionevole e correndo il rischio di comprimere il diritto alla libertà di stampa e di informazione.
 
Se, infatti, risultano assolutamente condivisibili alcune modifiche al testo del Codice di procedura penale, finalizzate ad introdurre elementi di maggiore rigore nelle varie fasi dell’iter di autorizzazione alle intercettazioni - si pensi, in particolare, al controllo accentrato in sede distrettuale delle operazioni di registrazione, alla definizione di più rigorosi e stringenti criteri per ottenerne l’autorizzazione, oltre che all’introduzione di una specifica udienza in camera di consiglio per quanto concerne lo stralcio delle intercettazioni irrilevanti -, viceversa, risulta assolutamente incomprensibile la notevole limitazione della loro durata, il sostanziale divieto assoluto di pubblicazione dei loro contenuti, oltre che l’inasprimento delle sanzioni, non soltanto di natura pecuniaria, nei confronti di quei giornalisti che vorranno comunque pubblicarle.
 
Casi precedenti nel Regno Unito e in Francia
 
Al riguardo, ci limitiamo a ricordare come sin dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, in particolare a partire dalla sentenza Sunday Times c. Regno Unito del 26 aprile 1979, la Corte europea dei Diritti dell’uomo abbia pacificamente riconosciuto il fondamentale ruolo che svolge la carta stampata ed i mezzi di comunicazione di massa, per quanto concerne il diritto ad informare l’opinione pubblica dei procedimenti giudiziari in corso nei confronti di importanti esponenti del mondo politico.
 
La stampa, così come i mezzi di comunicazione di massa in generale, devono essere considerati i “cani da guardia” della democrazia e ogni tipo di limitazione alla libertà di informazione deve, ad avviso della Corte, essere ragionevole, ben proporzionata e necessaria all’interno di una società democratica.
 
Da ultimo, con una sentenza del 7 giugno 2007, Dupuis e altri c. Francia, la Corte si è trovata a giudicare proprio del caso di due giornalisti ai quali erano state inflitte sanzioni pecuniarie, in quanto riconosciuti colpevoli del reato di concorso in violazione del segreto istruttorio e professionale, ai sensi del Codice penale francese. I due, infatti, avevano pubblicato un libro contenente dei “facsimili” di alcune intercettazioni e dichiarazioni rese dinanzi all’autorità giudiziaria da personaggi politici famosi che erano sottoposti ad un procedimento penale.
Ebbene, nonostante le intercettazioni pubblicate dai due giornalisti fossero completamente illegali e non autorizzate, la Corte ha comunque ritenuto di dover condannare la Francia per le limitazioni alla libertà di informazione previste nel proprio ordinamento giuridico, ribadendo ancora una volta che in una società democratica è sempre necessario valutare, con grande prudenza, la necessità di punire dei giornalisti per concorso nella violazione del segreto istruttorio, quando i loro scritti hanno come obiettivo soltanto quello di prendere parte ad un dibattito politico di rilevante interesse per l’opinione pubblica.
 
L'articolo 10 della CEDU, del resto, tutela il diritto dei giornalisti a comunicare informazioni su questioni d'interesse generale quando essi si esprimono in buona fede, sulla base di fatti esatti e forniscono informazioni “affidabili e precise” nel rispetto della loro etica professionale. Nel caso di specie, secondo i Giudici di Strasburgo, i giornalisti avevano agito nel pieno rispetto dei loro codici deontologici, in quanto la pubblicazione delle intercettazioni era l’unica prova in loro possesso, al fine di dimostrare ai lettori l'esattezza e l'autenticità dei fatti narrati.
Per quanto concerne poi le sanzioni comminate, la Corte ha ricordato che la natura e l'entità delle pene inflitte ai giornalisti costituiscono degli elementi da prendere in grande considerazione, poiché un attacco alla libertà di espressione può rischiare di avere un effetto dissuasivo per l'esercizio della medesima libertà.
 
In conclusione, tenuto conto della giurisprudenza della Corte EDU, oltre che dei precedenti della Corte costituzionale citati nel corso di questo scritto, ci sembra di poter affermare che nonostante il d. d. l. n. 1611 sia ispirato a princìpi astrattamente condivisibili e cioè un maggiore rigore processuale in tema di autorizzazione alle intercettazioni, anche al fine di rafforzare ulteriormente le garanzie costituzionali del giusto processo e della parità delle parti in giudizio, esso tuttavia rischia di arrecare un ennesimo vulnus alla legalità costituzionale, limitando ulteriormente i già ristretti spazi di libertà di stampa e di comunicazione presenti oggi nel nostro Paese.
 
Pubblicato il 21/06/2010

 


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